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Del valore del viaggio…

In Ponti di vista on ottobre 14, 2013 at 8:26 pm
FG-6925_1Il naufragio di Lampedusa deve farci riflettere oltre l’indignazione – sacrosanta – dovuta alla morte di tanti innocenti. Ci impone di interrogarci su quanto migrare sia oggi strada obbligata per chi fugge da condizioni di vita che non offrono un futuro. Strada stretta e tortuosa, spesso fatale. Ci chiede di riflettere su come il viaggiare oggi per alcuni rappresenti una disperata ultima spiaggia, un’ultima opzione prima di perdere ogni speranza. Un salto nel buio, o nelle acque agitate del mar Mediterraneo.
Quando tragedie come quelle dell’ultima settimana accadono guardiamo alle persone che salgono su di un barcone per attraversare il mare con un miscuglio di pietà e compassione; sentimenti legittimi e naturali che però rischiano di non permetterci di mettere del tutto a fuoco la complessità del tema. C’è l’emergenza, certo, e non lo scopriamo oggi. C’è la necessità di garantire a chi parte la certezza di arrivare, e di arrivare vivo. Come farlo lo hanno ricordato in molti in questi giorni, attraverso canali umanitari come quelli che si predispongono negli scenari di guerra di mezzo mondo. Con un’accoglienza dignitosa e diffusa sul territorio nazionale, così come è avvenuto per chi è scappato dal conflitto libico nel 2011. Fin qui – nel migliore dei casi – siamo al decidere di affrontare la contingenza e provare a darle una risposta diversa da quella offerta finora, fatta di respingimenti, carcerazioni disumane e tanta indifferenza.
Se vogliamo provare però ad andare oltre e ragionare in maniera complessiva sul tema dell’immigrazione dobbiamo fare uno sforzo aggiuntivo. Zygmunt Bauman ci dice che i movimenti di persone da un luogo all’altro sono connaturati al nostro tempo e in gran parte alla carenza di risorse. Chi si sposta “verso zone in cui c’è pane e acqua potabile” – dice – continuerà a farlo, perchè “la modernità produce persone inutili, obbligate a migrare”.
E’ proprio questa obbligatorietà il vero problema. E’ proprio il dover partire – senza se e senza ma – ad essere il centro della contraddizione. Se davvero l’obbiettivo è quello di interrompere il ripetersi ciclico delle tragedie di un’immigrazione dettata dalla disperazione bisogna farsi carico delle sue cause, cercando di dare loro una risoluzione. Il diritto di movimento per le persone non va semplicemente rivendicato, ma ne vanno descritti i contorni; che non possono essere quelli che al momento conosciamo. Bisogna restituire al viaggio il valore di opportunità, di scelta consapevole, di possibilità di incontro e scambio. Bisogna ridare alle rotte delle migrazioni un doppio senso di marcia che ne rompa l’unidirezionalità, di solito da sud verso nord. Dalla povertà alla – almeno immaginata – ricchezza.
Per fare questo ci aiuta riflettere sulla condizione italiana. Di fronte alle bare allineate di Lampedusa si fa spesso riferimento – non senza  retorica – a quando noi eravamo come loro, migranti. Sta proprio in quel verbo usato al passato l’errore. Noi siamo oggi – e probabilmente lo saremo – un paese di nuovi viaggiatori in cerca di condizioni di vita migliori. Siamo una nazione con saldo migratorio (almeno quello censito e censibile con certezza) che tende al negativo. Ne sono esempio gli oltre cinquecento ragazzi che nei giorni scorsi sono arrivati a Tirana per sostenere il test d’ingresso alla locale facoltà di medicina. Lo sono le migliaia di giovani (e meno giovani) che vedono nel lasciare l’Italia l’unica soluzione alla crescente sensazione di non avere futuro qui. L’unica differenza – per il momento – è quella di potersi ancora permettere di spostarsi comodamente seduti sui sedili di un volo low cost o dentro lo scompartimenti di un treno veloce e di vedere riconosciuti i propri documenti nel paese d’arrivo.
Rimaniamo un paese, soprattutto per motivi geografici, verso il quale si indirizzano i flussi migratori ma le cose stanno cambiando velocemente. Abbiamo scoperto negli ultimi anni, quelli che associamo alla crisi economica, che anche l’Italia è sud rispetto ad altre parti del pianeta, e che in generale sono sempre più numerosi i sud dai quali scappare e sempre meno i nord capaci o intenzionati ad accogliere. La situazione quindi, almeno nel breve periodo, non è destinata certo a migliorare, ma al contario al coinvolgerci in maniera ancora più acuta e in parte imprevedibile.
La sfida – guardando al Mediterraneo ma non solo – è quindi quella di andare alla radice delle migrazioni che stiamo conoscendo, e cioè la diseguaglianza sociale ed economica, che spesso si accompagna alla guerra o a situazione di grave instabilità politica. Farlo significa creare reali percorsi di interdipendenza tra stati, necessariamente più orizzontali e giusti. Necessariamente votati alla cooperazione e ad uno sviluppo reciproco. E’ un compito che assomiglia ad una rivoluzione, e che di certo rappresenta una trasformazione radicale del modo di intendere le relazioni internazionali.
Tutto questo non per tenere ognuno dentro i propri confini (“aiutarli a casa loro…” direbbero alcuni) a crogiolarsi nella propria identità, ma per fare sì che ad una partenza corrisponda una reale prospettiva di vita e al rimanere non si associ automaticamente il rischio di morire di fame o di venir uccisi da un colpo di mortaio. Solo in questa maniera il viaggio potrà tornare ad essere scoperta e non trappola, occasione e non condanna, felicità e non terrore.

f.

*foto di Nedav Kander

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