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E intanto il tempo se ne va…

In Ponti di vista on ottobre 20, 2013 at 7:10 am

matthew porterNei giorni scorsi – per curiosità e non con troppo coinvolgimento – sono stato per qualche minuto all’incontro di Matteo Renzi a Trento all’interno della campagna elettorale per le elezioni provinciali. Non sono rimasto a lungo, ma tutto mi ha dato il senso del già visto. L’attesa, la folla, l’acclamazione, l’accentramento dell’attenzione di tutti sull’uno, Renzi appunto.
Non sottovalutando la fondamentale importanza in politica del carisma del leader e del riconoscersi in lui è inevitabile riflettere sui rischi di una tale personalizzazione del consenso attorno a una figura di riferimento. Lo faccio partendo dal fatto di averlo votato sia al primo che al secondo turno delle primarie del centrosinistra, e quindi di non avere nei suoi confronti nessun pregiudizio di fondo.
Un anno e mezzo fa Matteo Renzi aveva l’opportunità di voltare pagina rispetto agli ultimi vent’anni di storia politica. Come sarebbero andate poi le cose non possiamo dirlo, non avendo la necessaria controprova. La stessa opportunità era nelle mani nel Partito Democratico e di tutti quei cittadini che potevano decidere nelle primarie il miglior candidato per quella sfida elettorale. Sappiamo tutti come è andata, e oggi a mesi di distanza ci troviamo in una sorta di deja-vu che vede di nuovo il “giovane” Renzi in giro per l’Italia a proporre la sua ricetta politica. E intanto il tempo se ne va…e togliersi dall’antipatico ruolo di eterno Giamburrasca, che può certo generare simpatia e anche genuina passione, ma che alla lunga rischia di trasformarsi in fastidiosa caricatura di sé è sempre più difficile. In quest’anno e mezzo, dalle primarie contro Bersani in poi, il messaggio del sindaco di Firenze si è fatto meno lineare ed efficace. Ha dovuto fare i conti con le sabbie mobili della politica e con la difficoltà di dar corpo ad un linguaggio fortemente evocativo ma che la cui concretizzazione non si realizza con la sola spumeggiante oratoria del leader.
Nella sala della Cooperazione stracolma di pubblico mi sembrava di percepire un sentimento diverso da quello delle primarie passate. Nell’autunno scorso c’era la speranza di un salto di paradigma che scompaginasse le carte in tavole e permettesse di ragionare – finalmente – su di un nuovo schema politico e di una nuova prospettiva per il paese. Questa volta invece, al netto del fascino che continua ad avere Renzi su una grossa fetta della popolazione italiana, mi è sembrato di riconoscere un certo grado di frustrazione, di stanchezza e di accresciuto spaesamento. Come risposta a questi sentimenti la delega al leader diventa totale e le aspettative nei suoi confronti altissime, di fatto irrealizzabili. “Io sto con Renzi, è l’uomo giusto!” è la frase più gettonata, forma semplificata di certo spirito d’identificazione che sembra andare di moda in questo tempo.
Questa è la forza e anche il più grande rischio di una politica che sempre più spesso fa riferimento a dinamiche di tipo plebiscitario, che necessitano dell’acclamazione – se non addirittura del fan club – più che delle idee e della capacità di tessere relazioni. Solo apparentemente sono esperienze collettive e ci lasciano, una volta concluso il momento dell’happening, di nuovo soli ad interrogarci sul perché la politica continui ad essere in generale impermeabile alla partecipazione della comunità.

Il renzismo oggi rappresenta sicuramente la corrente (di pensiero, e non solo) più forte all’interno del Partito Democratico. Al prossimo congresso, se non accadranno fatti incredibili, Matteo Renzi sarà eletto nuovo segretario del PD. Probabilmente è giusto così. Certo è che la vera sfida che dovrà affrontare è quella di mettersi in gioco sul dopo, su quella pars construens (fatta di mediazioni, di progettualità, di visioni e azioni concrete) che ancora non abbiamo visto messa alla prova. Sarà in quel frangente che capiremo se i cuori che riesce a scaldare avranno riposto bene la loro fiducia. Se così non sarà e ai proclami non corrisponderà un profondo lavoro di riaffermazione della politica come terreno di ragionamento collettivo, prepariamoci. Perchè laddove le attese sono particolarmente alte le delusioni diventano più cocenti e le cadute più dolorose.

f.

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