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Eppur si muove…

In Ponti di vista on ottobre 20, 2013 at 6:33 am

città niente“La forma d’una città cambia, ahimè, più in fretta del cuore di un mortale.”
Charles Baudelaire

La città di Trento sta cambiando. Questa frase la sentiamo ripetere da tempo, e non ci si può certo trovare in disaccordo. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Bisogna però fare attenzione a come si interpretano queste parole. La città non muta sotto la spinta di un’unica spinta. Non solo perché, diventata universitaria, ospita qualche migliaio di studenti. Neppure solo per il nascere di un nuovo quartiere o per l’apertura del Muse. Ogni centro urbano di una certa dimensione viene influenzato da una serie di flussi (economici, sociali, culturali) che producono cambiamenti solo per il fatto di esistere. Mai neutri, influenzano gli stili di vita, i sentimenti, persino la composizione della popolazione di questa o quella zona. Sono processi lunghi di autonomo riequilibrio delle spinte che naturalmente si generano all’interno di una comunità di individui; diversi e “costretti” a convivere.

A questa valutazione generale si deve affiancare una riflessione più specifica su Trento. Non è da oggi che regolarmente si levano lamentele sulla scarsità di possibilità di “socializzare”. Da tempo, da questo blog e nelle occasioni di confronto diverse dalle lamentazioni da bar (che accomunano trentini e foresti, per essere chiari) cerco di avanzare l’idea che non si possa ragionare di un pezzo di città senza fare riferimento alla sua interezza. Non posso prendere in cosiderazione l’orario notturno senza provare a immaginare il funzionamento e la buona gestione dell’intera giornata in cui la città vive. Così come è assurdo parlare delle esigenze di una sola piazza o un solo gruppo sociale. E’ un modo di ragionare che credo non porti da nessuna parte e offra solo spazio a polemiche e rancori.

E’ evidente che Trento soffre di una carenza di pianificazione che rende spesso ogni intervento sul suo tessuto urbano e sociale (sia esso il quartiere delle Albere o il Cafè de la Paix) sconnesso da una visione d’insieme della città. Manca un’idea forte di città. Una cornice di pensiero dentro la quale far crescere un disegno urbanistico ragionato e lungimirante, un modo di vivere lo spazio pubblico che si faccia carico dei diversi interessi che devono convivere, una continua interlocuzione tra politica e cittadini nel tentativo quotidiano di comprendere limiti e potenzialità del territorio. Bisogna far sì – questo dovrebbe essere l’obiettivo di tutti – che al variare del contesto che ho descritto brevemente sopra, corrisponda un serio coinvolgimento delle varie componenti della comunità, in special modo di tutti quei professionisti che, incrociando il loro sguardo, potrebbero offrire un decisivo contributo all’immaginare quella “città per tutti” a cui spesso ho fatto riferimento.

Non si parte da zero, perché negli anni moltissime persone si sono interrogate su questi temi e hanno dato vita a progetti interessanti. La stessa amministrazione comunale – coadiuvata da quella provinciale – ha percorso alcune strade valide sul piano della progettazione urbana. Ora la necessità più stringente è quella di decidere di occuparsi della città, partendo da punti di vista anche distanti ma provando a darsi obiettivi e luoghi di incontro comuni. Le occasioni ci sono, basta volerlo. Un esempio? L’appello Contemporaneo, occupiamocene! lanciato da due giovani artiste trentine per fare sì che l’arte sia strumento di amimazione cittadina e che gli spazi pubblici siano i luoghi privilegiati per la produzione culturale nella città di Trento.

f.

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