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Una storia da raccontare / 8.

In Una storia da raccontare on ottobre 26, 2013 at 7:19 pm

6vgSe io potessi tratteggiare i sentimenti,
se io potessi musicare le sensazioni,
se io potessi rompere i miei silenzi…
se solo ci riuscissi brillerebbero nel cielo i miei occhi brillanti.

Come ero arrivato fino a quel punto? Quali erano state le tappe di un percorso a ostacoli che mi aveva portato in quella stanza, nel quartiere arabo di Gerusalemme? Erano passati poco più di otto anni dalla prima volta che avevo occupato, insieme ad un’altra ventina di amici, un vecchio stabile alla periferia della città. Ero uno studente di giurisprudenza che si guardava attorno e pensava che quella fosse l’unica maniera utile per cambiare il mondo. Dopo quella ci furono decine di altre occupazioni. Centri sociali aperti, costruiti e difesi insieme a tante persone. Persone speciali. Processi nei quali ero imputato. Assoluzioni e condanne. Iniziative quotidiane. Proteste. Cortei. Convegni. Dibattiti. Riunioni. Cene sociali e concerti. Gioie e delusioni, comunque da vivere insieme.
Per anni rimasi uno studente che conduceva una vita di impegno politico e sociale incondizionato. I soldi in tasca non erano molti ma la complicità con gli altri dava soluzioni a ogni problema. Le energie – da mattina a notte inoltrata – venivano spese senza riserve. Era in ogni caso l’affetto di tanti che ti stavano attorno a ricaricare anima e corpo in un istante. Sempre pronti a ripartire. A rimettersi in gioco. Continuamente. Mai una pausa. I giorni passavano veloci.
Ero comunque riuscito a laurearmi. Certo non con il massimo dei voti, ma era un obiettivo raggiunto. Alla frenesia della mia vita di attivista politico si sommò ben presto la quotidianità dello studio legale. Ricerche in archivio, udienze, incontri con i clienti. Lavoravo con uno degli avvocati che da anni difendeva il movimento. Enrico era qualcosa più di un legale preparato e rigoroso, era un amico fidato e un punto di riferimento in caso di difficoltà. Erano passati solo pochi giorni dall’ultima volta in cui ci eravamo visti e gli avevo chiesto l’ennesimo favore, eppure in quel momento sentivo anche lui così lontano. Ero rimasto solo.

Dal letto della mia stanza guardavo il soffitto e lo immaginavo come una grande lavagna sulla quale scrivere della mia vita. La lavagna era piena. Gonfia di date, nomi, città. Ricordi, appunti, annotazioni.
C’era una parola più grande che sembrava lampeggiare nella penombra dell’angolo sinistro. Irene. Contavo le ore che mi separavano dal suo arrivo a Gerusalemme. Percepivo la sua essenza più di quella di chiunque altro. Succedeva ogni volta che uno tra noi due se ne andava per un po’. Era come se il suo non esserci facesse venire meno una parte della città in cui mi trovavo. Come se mi venisse a mancare un approdo sicuro in un mare perennemente arrabbiato. Come se la terra sotto i piedi, d’un tratto, perdesse compattezza togliendomi una base d’appoggio a cui ero abituato.
Provavo, benché fossi steso pancia all’aria, un senso di vertigine che mi prendeva testa e gambe. E la parola Irene pulsava a un ritmo sempre più rapido. Mi riempiva gli occhi e arrivava fin dentro le vene, velocizzando il battito del cuore e rendendo affannoso il mio respiro. Contemporaneamente si ingrandiva coprendo altre parole.
Non era un’ossessione. Era un flusso di sentimenti che mi attraversava, senza che io potessi far nulla per fermarlo o governarlo. Come un fiume che – rotti gli argini – placidamente invade le campagne circostanti. Mille cose a cui pensare, ma la testa interamente concentrata su Irene. Sui suoi occhi grandi che negli anni avevano alleviato la mia tristezza e che con la loro curiosità riuscivano a portarmi dove altrimenti non sarei mai arrivato. Sulle sue mani, le sue spalle e i suoi fianchi. Appigli su una parete verticale a cui mi ero sempre aggrappato nei momenti di difficoltà. Sulla sua voce troppo spesso trattenuta in gola. Nascosta e gelosamente custodita. Per timidezza, per paura di sbagliare. Sulla sua testardaggine. Sul suo essere altalenante. Sulla sua nuova gonna verde. Sulle sue sigarette e sui suoi viaggi che sarebbero potuti essere i nostri.
La pensavo nella città che ci aveva visti crescere insieme. La pensavo indaffarata a preparare l’ennesima valigia della sua vita, quando si era ripromessa che la precedente sarebbe stata l’ultima. Una valigia che, questa volta, rischiava di contenere un pezzo grande di vita, di futuro. Partiva senza sapere la data del ritorno. Senza sapere se un ritorno ci sarebbe stato.

Non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che qualcosa potesse andare storto. Un controllo all’aeroporto. Un ritardo nelle procedure d’imbarco. Una perquisizione negli uffici del centro sociale o un posto di blocco su una strada che usciva dalla città. Sarebbe bastato per impedire ad Irene di andarsene dall’Italia, e chissà che altre conseguenze avrebbe potuto avere. Non volevo nemmeno immaginarle. Mi avrebbero fatto impazzire. A stento sopportavo l’idea di aspettare quei tre giorni che mi separavano dall’atterraggio del volo AG456. Ripercorrevo a memoria la strada verso l’aeroporto. Il parcheggio dove avremmo lasciato il furgone. Le infinite sale che portano al gate degli arrivi internazionali. Il ritorno notturno verso Gerusalemme. L’apertura della porta di casa. Il suo sonno tranquillo e il mio guardarla seduto vicino alla finestra. Fuori un mondo nuovo – affascinante e insidioso -, dentro la parte più preziosa di una vita da ripensare. Buonanotte Irene.

f.
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[Tempo: 12 gennaio, notte, ore 22.00 – 24.00]
[Luogo: Gerusalemme, interno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano)]

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