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Una storia da raccontare/ 9.

In Una storia da raccontare on novembre 2, 2013 at 1:50 pm

tumblr_lbjl95mJ8J1qaqpoqo1_500Di tutte le parole scritte o pronunciate,
queste sono le più tristi:
“Avrebbe potuto essere!”

Irene non chiuse occhio quella notte. Si era confrontata con Giulia e Barbara, condividendo con loro il testo scarno della telefonata ricevuta. Decisero che non si sarebbero mosse insieme. Irene sarebbe venuta all’incontro. Barbara e Giulia avrebbero continuato, come ogni mattina, a presentarsi al lavoro per poi nel pomeriggio raggiungere il centro sociale. Si sarebbero fermate a dormire a casa di Barbara quella notte, pensavano fosse meglio così. Fuori aveva ripreso a nevicare forte. Muoversi in città era molto difficile. 
Barbara e Giulia abbracciarono forte Irene prima di infilarsi a letto. La preoccupazione era tanta per ciò che poteva essere successo, ma ancor più per ciò sarebbe potuto accadere il giorno successivo.
Per Irene, che di prima mattina avrebbe dovuto scavalcare il muro delle vecchie fabbriche abbandonate e avventurarsi nel cuore di quello che era il rifugio di emarginati e fuggiaschi. Spesso faticava persino la polizia ad entrarci. Lei lo aveva attraversato più volte insieme a me e, in uno dei capannoni che sorgevano proprio al limitare di quelli che un tempo erano i depositi di cemento, avevamo allestito anni addietro un ostello d’emergenza dove senzatetto e migranti trovavano conforto e sicurezza. Nei giorni di massima affluenza ci dormivano anche cento persone a cui offrivamo una coperta, un thè caldo, qualche chiacchiera. Era uno dei progetti su cui più ci eravamo impegnati e che più aveva segnato le nostre storie di vita. 
A distanza di anni, il capannone era ancora utilizzato da tanti nel periodo invernale e lì era nostra abitudine trovarci se dovevamo discutere di qualcosa di particolarmente importante. Era un posto riparato. Nessuno ci poteva importunare. Era ancora come lo avevamo lasciato: un piccolo ufficio in cui tenevamo i registri delle presenze e un piccolo bagno tutto scrostato. Un tavolino e qualche sedia. Un fornello a gas e un armadio usato come dispensa. Credo fossero gli stessi senzatetto a continuare a pulirlo autonomamente, forse attendendo un nostro ritorno.
Irene avrebbe dovuto arrivare alle dieci. Per raggiungere quella zona doveva attraversare in auto la città, parcheggiare, superare a piedi il ponte sul fiume e da lì in circa un quarto d’ora a piedi raggiungermi. Avrebbe dovuto svegliarsi attorno alle otto per arrivare in tempo. Non era il fatto di non sentire la sveglia del mattino a preoccuparla.
Di tutte le situazioni complicate in cui si era cacciata, questa era sicuramente quella che riservava maggiori incognite, e che potenzialmente poteva finire peggio. C’era gente in città che ammazzava altra gente. Senza troppi scrupoli.
Il cuscino per l’intera notte fu solo un posto scomodo dove appoggiare una testa talmente pesante da fare male. La coperta una sottile e fragile armatura contro i cattivi pensieri. Un thé di una miscela originale indiana l’estremo tentativo di purificare una situazione così sporca e puzzolente da far vomitare. Le ore camminavano lentamente come non mai.
Alle 7.30 Irene uscì di casa. Si guardò attorno non vedendo nessuno in strada. Accese la macchina e si mosse lentamente. Il sottile strato di neve depositato a terra attutiva i rumori e costringeva  a guidare con molta prudenza.
Percorse le vie del centro storico. Dall’autoradio un disco di Abdullah Ibrhaim.
Seguendo il flusso del traffico, passò davanti al centro sociale, silenzioso e vuoto come tutto in città quella mattina. Proseguì lungo una delle direttrici principali del traffico cittadino. La accompagnava solo la musica. Voleva passare a casa a prendere un paio di scarpe più adatte alla giornata. Parcheggiò alla fine dello stretto vicolo sul quale si apriva la porta di casa sua. Inserì le quattro frecce, prese la sua borsa e le chiavi e sbattendo la porta si infilò di corsa nella strettoia.
Girò l’angolo, ma con un balzo rientrò subito sui suoi passi. Davanti al portoncino di casa c’erano sei poliziotti in divisa, più uno svariato numero di uomini in borghese. Digos soprattutto, volti conosciuti. Notò anche alcuni personaggi, che non aveva mai visto, intenti a parlare tra loro e alle radiotrasmittenti. Nulla di buono. Altri uomini in nero.
Non ci pensò due volte e tornò alla macchina. Salì a bordo e appoggiò schiena e testa al sedile. Chiuse gli occhi per un secondo che le sembrò lunghissimo. Girò la chiave e il vecchio motore si attivò. Le ruote slittavano sulla neve, ma appena fecero presa sull’asfalto permisero all’Y10 di retrocedere e tornare sulla via principale. Irene accelerò e si diresse verso il fiume. Avrebbe lasciato l’auto lontano dal ponte che conduceva al complesso industriale abbandonato. Se volevano lei, avrebbero di certo cercato quell’auto. La abbandonò in un parcheggio sotterraneo non custodito e non videosorvegliato. Uno dei pochi rimasti.
Salì la rampa con passo deciso. Attraversò strada e ponte. Cercò un posto dove scavalcare il muro senza dare troppo nell’occhio. Impiegò un istante a buttarsi dall’altra parte. Una volta al riparo prese a correre, con alcune lacrime che le rigavano il viso. Aveva mantenuto la calma fino a quel momento, ma non ci riusciva più. Non sapeva cosa avrebbe trovato una volta entrata nel capannone. Casa sua era appena stata perquisita dalla polizia. Quell’acqua salata che le faceva bruciare gli occhi era la naturale conseguenza di quella serie di fatti.
Corse e in cinque minuti raggiunse il capannone. Salì le scale. Aprì la porta di scatto.
Saltai in piedi e la abbracciai. Tremava e respirava a fatica. Roberto stava riposando, steso su un letto che ci aveva portato i senegalesi del piano inferiore. Ci avevano lasciato anche del cibo e avevano curato la ferita alla gamba di Roberto. Un colpo di striscio, avevano detto. Niente pallottola. Solo qualche punto e riposo. Erano stati meravigliosi. Come il tempo non si fosse mai fermato, ci avevano accolti come loro fratelli e come tali ci avevano aiutato. Non ci avevano nemmeno chiesto cosa fosse successo.
Feci sedere Irene. Le raccontai tutto e feci raccontare lei. La mia finta tranquillità si scontrava con la sua evidente tensione. Le passai un pezzo di pane con della marmellata e un sorso di latte caldo. Roberto dormiva ancora. Chiamai Barbara e senza dire troppo le raccontai le novità mie e quelle di Irene. Una telefonata breve, nervosa. Riattaccai dicendole di stare attenta e che ci saremmo sentiti presto. Le dissi che stavamo bene.
Andava capito cosa stava succedendo là fuori. Non potevamo muoverci in gruppo, soprattutto con una persona ferita. Irene e Roberto sarebbero rimasti lì, per il momento. Io sarei uscito e avrei provato a raccogliere qualche informazione in più. Sarei dovuto passare in studio. Un cerchio si stava stringendo attorno a noi.
Calai la visiera del berretto sulla fronte. Chiusi la cerniera della giacca fino a coprirmi la bocca.  Strinsi a me Irene. Sapevo che quella mia fretta di uscire non l’avrebbe tranquillizzata. Sarei rimasto con lei ma la priorità era altrove. Faticavo a lasciarla, la strinsi più forte. Rappresentava la breve quiete in mezzo alla tempesta che avevamo appena contribuito a scatenare.

f.

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[Tempo: 3 gennaio, mattina, ore 8.00 – 10.30]
[Luogo: centro e periferia città italiana, esterno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano), Irene (donna, 29 anni, italiana)]

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