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Non prendere posizione, cercando di capire cosa fare…

In Ponti di vista on dicembre 9, 2013 at 11:01 am

SCF1962XXSW00047-22 001Non ho votato alle primarie per eleggere il segretario del PD. Mi è sembrata la battaglia delle caricature, con un finale piuttosto scontato. Il sindaco che volta (così dicono in molti) le spalle alla sinistra, l’uomo (o meglio il fantasma) dell’Apparato, l’outsider indie (l’amico con la parlantina svelta che non è mai d’accordo con nessuno). Tutti hanno recitato la loro parte. Il vincitore designato, il candidato rottamato che si poteva sacrificare, il guastafeste belloccio e alternativo. Ne è uscita una contesa povera e tutta di facciata che non mi ha appassionato. Il risultato – seppur con proporzioni più ampie rispetto a quanto si potesse prevedere – rispecchia la realtà all’interno del PD. Renzi doveva essere, e così è stato. Investitura plebiscitaria si voleva e puntuale è arrivata. Con un anno di ritardo però. Il popolo delle primarie ha scelto, così come aveva scelto Bersani – sbagliando… – al giro precedente, con i risultati che conosciamo. Mi si dirà che è la democrazia, certo, ma nessuno mi toglie dalla testa l’idea che il compito di un partito – dei suoi dirigenti e dei suoi organi decisionali – sia anche e soprattutto quello di saper immaginare la direzione verso la quale muoversi e provare a percorrerla, senza dover ogni volta “delegare” ai cittadini. Se infatti dalla discussione di un partito non nasce mai una sintesi condivisa ma solo classifiche frutto delle ricorrenti elezioni primarie non deve stupire che ieri sera vedendo i tre candidati prendere parola davanti ai loro personalissimi comitati si avesse la sensazione di vedere tre partiti diversi in competizione tra loro. Non sarebbe stato bello invece vederli insieme, a discutere da subito su cosa fare dal giorno successivo? E allora non deve stupire nemmeno che la prima domanda che mi è sorta spontanea sia la seguente: ma tra qualche mese saremo richiamati a votare per dire chi deve essere il candidato premier e i componenti delle liste per le elezioni europee? In Trentino negli ultimi dodici mesi per ben quattro volte i cittadini sono stati chiamati alle urne (Politiche, primarie Provinciali, Provinciali, primarie segreteria PD) e di fatto si è vissuto dentro una campagna elettorale permanente che ha rafforzato la personalizzazione della politica – sei civatiano o renziano? cuperliano? cosa? io? – mentre il campo del confronto politico e della condivisione di idee è stato irrimediabilmente viziato dalla sfida senza sosta tra opposte tifoserie. Una situazione insostenibile e per nulla fertile. Per il PD – e per tutti i commentatori che ci vivono attorno – ad ogni voto ha corrisposto un sentimento: lo spaesamento di gennaio con la “non-vittoria” di Bersani; lo sgomento di luglio per le consultazione per il candidato presidente della PAT perse per 100 voti; la rivincita parziale del 27 ottobre con l’affermazione, almeno percentuale, del partito. Qual è quindi il sentimento dominante nella vittoria di Renzi? La tristezza post-ideologica di chi decreta la morte della sinistra e magari sogna una scissione? La strabordante euforia di chi vede il proprio capo-corrente finalmente al posto di comando, pronto a menare le danze e saldare qualche conto in sospeso? La confusione di fronte ad un quadro politico tutt’altro che semplificato e che da oggi – smaltita la sbornia democratica dei gazebo – va affrontato con attenzione e responsabilità?

Per quanto mi riguarda tendo a credere nel richiamo alla speranza che Matteo Renzi ha fatto nel suo intervento di commento ai risultati. Lo sentivo più forte qualche mese fa, ma questo sta nelle cose e indietro non si può tornare. Al contrario di quanto gli viene imputato spesso gli riconosco una certa sincerità – ne è testimone anche il rancore cresciuto nei suoi confronti – ma è evidente che il cambiamento che lui descrive da un paio d’anni deve ora trovare concretezza. Il PD è l’unico partito rimasto sulla piazza e ha l’onere e l’onore di essere un punto riferimento ben oltre i contorni del proprio elettorato fidelizzato. Verso destra? Verso sinistra? Sono domande di secondaria importanza e decisamente mal poste. Certo è che questo partito “in costruzione” da anni potrà ritagliarsi un ruolo importante laddove saprà uscire dalle sabbie mobili dello spazio nazionale, sapendo interpretare davvero due dimensioni che sembrano tra loro molto distanti, ma che oggi non possono essere disgiunte. Quella di stare, allo stesso tempo, nelle dinamiche dei territori e in quelle dell’Europa e delle sfide transnazionali. Sapersi fare carico insomma di filiere (economiche, sociali, culturali e politiche) che sono insieme corte e lunghissime è il fine che Matteo Renzi deve darsi per riuscire a rappresentare davvero un momento di svolta nel desolante contesto politico italiano. Per farlo non si potrà accontentare di cosa dentro il PD c’è già ma dovrà guardarsi attorno, cercando di coinvolgere le eccellenze a cui ha fatto riferimento nel suo primo discorso da segretario. Dovrà trasformare il PD da macchina elettorale che porta qualche milione di persone a votare le sue primarie in un partito moderno e capace di comprendere la realtà e a incidere su di essa. Solo se saprà aprire le porte del partito a chi fino ad oggi si è sentito escluso e respinto – parlo anche per me… – si potrà davvero parlare di una nuova fase per il Partito Democratico, che fino ad oggi è stato premiato ben oltre i propri meriti. Saranno decisivi i prossimi mesi e la qualità degli obiettivi che Renzi vorrà porsi. Se non avrà fretta di fare il prossimo passo (caduta del governo e elezioni a breve) e chiederà uno sforzo al PD nell’immaginare il proprio futuro oltre le correnti – quanto sarà difficile vederle sparire… – e le collocazioni semplificate – un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, un passo indietro – la strada sarà quella giusta, anche se non sarà priva di ostacoli.

Non ho votato domenica perché non mi sono sentito coinvolto nel sostenere incondizionatamente uno dei contendenti, così come non mi bastava sentirmi vicino ad uno di essi per questa o quella parte del suo programma. Paradossalmente sento maggiormente oggi – il giorno dopo – la voglia di assumermi una responsabilità che vada oltre il voto una volta ogni tanto e di provare a portare un mio contributo diretto alla vita del PD. Perché ad un certo punto bisogna capire cosa si vuole fare davvero…

f.

*immagine di Ferdinando Scianna

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  1. Mi trovi particolarmente d’accordo sul ruolo della dirigenza.
    Anche perché l’alternativa è il populismo dei sondaggi (ben descritto da Zagrebelsky ne “il crucifige e la democrazia”) e degli umori estemporanei.
    Ne ho parlato, maluccio in effetti, qui:
    http://redpoz.wordpress.com/2012/03/24/politici-seri-ed-no-tav/

    Comunque, ho votato ed ho “spinto” per andare a votare.
    Personalmente, ho avuto l’impressione che alcuni temi politici siano stati posti nelle ultime primarie (già dal 2012, direi), ma tuttoggi manca la sintesi.
    Potrei menzionare la “questione generazionale”, non come rottamazione ma come esigenza di paradigmi nuovi per pensare la politica di sinistra. O quella altrettanto importante “maschile”.

    Personalmente ho anche fatto autocritica: forse era doveroso votare Renzi a dicembre 2012, per far spazio ad altri oggi (Civati) che assieme avrebbero scardinato il partito.
    Su destra/sinistra rimando al mio ultimo post.

    Invece, riguardo la progettazione dei prossimi mesi, posso citare quanto accaduto nel nostro seggio: molte faccie nuove, giovani e non. Scambiando alcune parole ho sentito vecchi iscritti che non torneranno, persone che hanno ancora paura della tessera e altre che sono pronte a mettersi in gioco. C’è spazio per costruire e dovremmo sfruttarlo già da domani: chiamandoli tutti, ad uno ad uno, per dare loro spazio.
    Inoltre, noi abbiamo sottoposto anche un questionario su vari temi locali e non: da domani sapremo molto di dove abbiamo spagliato negli anni scorsi e magari potremmo correggere la rotta… insomma, l’occasione creata ieri non va buttata via.

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