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Cosa ci dicono i forconi

In Ponti di vista on dicembre 11, 2013 at 7:21 am

5153147057_893d7b45d1_b_700Cosa ci dicono i “forconi”?
Che le rivoluzioni, ma anche le rivolte e le insorgenze, sono cose serie e chi se ne riempie la bocca o invoca – o peggio tifa – tumulti se ne dovrebbe assumere la responsabilità…fino alla vittoria, o dovunque essi portino. Che con la sofferenza sociale di una comunità non si scherza (e non si specula politicamente…), visto che basta così poco a trasformare la legittima indignazione di molti – dei più? – in sentimenti regressivi e incontrollabili. Che dove la politica abdica e non rivendica il proprio ruolo di guida il campo è aperto a qualunque forma degenerativa del sistema democratico. Normalmente ad una politica, se ritenuta incapace di rappresentare gli interessi della collettività, se ne sostituisce un’altra. Non oggi. A spaventare non è il cambiamento, ma il vuoto distruttivo – misto a rancore – che si propone come nuova dimensione ricompositiva della rabbia dei singoli cittadini. I “forconi” ci dicono anche che viviamo dentro un frullatore perennemente acceso che impedisce di descrivere la realtà attraverso tinte nitide. Prevalgono le sfumature, le zone d’ombra, le contraddizioni. E un perenne spaesamento che rende la strada da percorrere decisamente poco tracciabile.

I “forconi” in Trentino non hanno attecchito e hanno dimostrato il loro volto più strumentale, vedendo qualche sparuto gruppo pronto a mettersi alla testa delle poche iniziative organizzate sul territorio, raccogliendo attorno a sè poche decine di persone. Nel resto d’Italia – e soprattutto attorno ad alcune aree metropolitane – la situazione è più complessa e merita una riflessione. Il mio osservatorio è assolutamente parziale e incompleto, ma provo a condividere qualche considerazione fatte in questi giorni. Nello stato di disperazione in cui versa l’Italia è normale che vengano meno i ragionamenti, e prevalga la pancia. Nella disperazione si sta insieme tra simili, si fa gruppo e si cerca un colpevole per i propri problemi. Oggi al centro del bersaglio ci sono politica – in tutte le sue forme – ed Europa, descritta come matrigna cinica e malevola. A colpe così apparentemente evidenti non può che seguire un’attivazione che parte da quelli che maggiormente sanno interpretare il sentimento del ventre molle dell’opinione pubblica. Ne sono espressione evidente le ultime giornate.
E’ troppo semplice però oggi bollare queste proteste – estese sul territorio, dai contenuti vaghi e dalle prospettive dubbie – esclusivamente come risultato del lavoro sotto traccia di formazioni neofasciste, laddove (soprattutto negli ambienti della sinistra più intransigente e di movimento) si è sempre dato per scontato l’arrivo ad uno stadio di conflittualità sociale che prevedeva un coinvolgimento più ampio e radicale della popolazione. Oggi questo contesto – non me lo auguro – sembra trovare una conferma nei blocchi stradali, nella voglia di non farsi rappresentare da nessuno, nell’immaginario rivoluzionario (anche se malamente descritto) del game over del sistema. Dove sono ora quelli che predicavano la sollevazione delle Moltitudini? Ci sarebbe bisogno di loro per capire il passo successivo, che ad oggi non si vede…
Allo stesso tempo è estremamente pericoloso rispondere al grido di persone arrabbiate con un compiaciuto “di più! ancora! più forte!”, lavoro che Grillo e i suoi followers eseguono con grande costanza, nel tentativo di dare credito alla profezia del “popolo” – che parola sinistra, usata in questo modo – che si fa giustizia da solo nei confronti della sua classe dirigente. Anche a loro bisognerebbe chiedere ragguagli su quale sia la strategia di fondo che anima le loro azioni e parole. Fino a dove si spingerà la sete di vendetta e dove si aprirà la nuova fase, speriamo migliore, del loro progetto politico?

In Italia in questo momento – è così da qualche anno – abbiamo un’enorme difficoltà a fare i conti con il conflitto sociale. O lo si assume come unica possibilità, trasformandolo a volte anche in una ridicola e fuorviante rappresentazione di se stesso, oppure si tende a negarlo, denunciandone qualsiasi tipo di espressione. Si dimentica troppo spesso che del conflitto chi vuole fare politica deve farsi carico, cercando di ascoltarlo e trasformarlo in impegni e decisioni che sappiano darvi risposta. E’ venuta meno la mediazione dei conflitti, e i fronti opposti sono rappresentati oggi da un lato da chi pretende – a qualunque costo – l’azzeramento di ogni idea che ritenga a sè avversa, e dall’altro da una serie di elementi politici e sociali che resistono a qualsiasi tipo di modifica dello status quo. E in questa partita tra opposte tifoserie, incapaci di guardare oltre il proprio ombelico, il paese rimane immobile.
E’ nel mezzo che bisogna stare, è sulla terza via che bisogna scommettere. Nel resistere alla tentazione di farsi trascinare dal flusso del frullatore impazzito che tutto mischia e sminuzza e nell’accettare la complessità come unico paradigma interpretativo. Solo così si può uscire dall’inutile scelta tra “forconi sì” e “forconi no” per guardare finalmente al largo, verso l’orizzonte.

f.

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