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Una storia da raccontare /10.

In Una storia da raccontare on dicembre 18, 2013 at 12:32 am

mondrianSe non ci credi più, se dormi e sei più stanco.
se oggi è già domani e non è successo niente
se l’hai capito già, e poi non riesci a dirlo
che i nostri sogni sono più tristi uno dell’altro*

Di nuovo sangue nelle vie di Hebron. Tre bambini palestinesi, a terra. Un pallone che corre giù per una strada ripida e piena di buche. Nessun piede che interrompe quei rimbalzi irregolari. Nessun muro contro il quale il pallone sbatte, fermandosi. La palla va senza ostacoli in direzione di un check-point israeliano al limitare di uno dei tanti campi profughi. Dietro la palla quattro bambini. Una gara al primo che la raggiungerà. Una gara come tante altre, se fossimo in un luogo diverso, in una situazione diversa. Ma qui siamo a Hebron, e ciò che succede raramente si può definire normale. Una raffica di mitra da parte del militare israeliano che presidia il check-point. Poco più di vent’anni, e la possibilità ogni mattina di decidere della vita o della morte di chi passa per quel punto di controllo. Tre corpi, alti un metro e poco più, uno a fianco all’altro, macchiati di sangue. Uno appoggiato all’angolo di una casa, con una gamba che penzola all’altezza del ginocchio.
Questi i fatti della mattina precedente al giorno previsto di arrivo di Roberto, Giulia e Barbara. Le foto sulle prime pagine dei giornali mi avevano tolto le parole, cercavo di comprendere ciò che negli articoli si diceva. Ma una cosa era certa, così dannatamente evidente. Ancora il sangue. Ancora la morte nelle mie vicinanze. La tensione, salita immediatamente dopo quelle morti assurde, era arrivata fino a Gerusalemme. Dentro i vicoli presidiati dall’esercito israeliano, nelle vicinanze della spianata delle Moschee. Nei capannelli rumorosi fuori le botteghe di spezie. Nelle voci concitate dei commentatori televisivi, dell’una o dell’altra parte.
Io vivevo quel giorno con l’ansia che precede un cambiamento. Con l’angoscia crescente per quello che stava per accadere. Con la speranza mischiata al terrore. Da solo, e in silenzio.
Non mi ero abituato alla rabbia dei tempi in cui stavo vivendo. Ci convivevo – con fatica -, ma mi faceva male. Quando ogni giorno era costellato di vittime e di carnefici, di rancore e scontri, di regolamenti di conti e di odio non trovavo nessun altro rifugio se non la ricerca della solitudine. Un rinchiudermi in me stesso non tanto di paura o tristezza, quanto di impotenza.
Il caos e la violenza stavano prendendo possesso del mondo e dei suoi abitanti con una facilità da non credere. Un contagio vertiginoso, inarrestabile. Non escludeva nemmeno i bambini, che a loro modo mostravano tutti i sintomi di questo male. Negli ultimi giorni in un parco della mia città – dalla quale stavo cercando di far scappare le persone a cui più tenevo – un gruppo di cinque ragazzi tra i dodici e i quindici avevano ucciso a bastonate un loro coetaneo. Unica colpa, se coì si può dire, essere pakistano. Lo avevano guardato morire con un sorriso beffardo sul viso. Un ghigno misto di incoscienza giovanile e di disarmante freddezza. Notizie di questo tipo riempivano le cronache con sempre maggior frequenza, condite dei peggiori commenti da parte di fantomatici esperti del settore o di politici pronti all’uso del pugno di ferro. Come servisse a qualcosa. Come non avessero, con le loro azione, causato abbastanza danni.
Il giorno dopo a quell’ora avrei riabbracciato la mia famiglia. L’avrei fatta sedere attorno al tavolo della cucina. Avrei solo spostato di un poco i fascicoli dei documenti accumulati. Riflessioni scritte a mano, schemi, appunti disordinati. Avremmo cominciato a discutere sul da farsi. Avremmo condiviso le sofferenze che avevamo dovuto sopportare in quei giorni. Sarebbe stato difficile buttarsi tutto alle spalle. Era come se delle mani invisibili provassero ad trascinarci dentro il buio che stava avvolgendo tutto. Ormai da tempo percepivamo questa presenza.
Eravamo fuggiti a Gerusalemme anche per questo. Per prendere un poco di vantaggio sui nostri inseguitori, su quei fantasmi che riempivano i giorni e le notti. Appena arrivato già mi ero reso conto che il vantaggio in realtà era davvero esiguo, quasi inesistente. E mi ero accorto anche, che il risultato che ci eravamo proposti di raggiungere, lavorando da lì, era tanto ambizioso quanto pericoloso.
Le domande mi si accavallavano nella mente, aiutate dalla solitudine che non riusciva ad offrire una vera evasione. Mi chiedevo per prima cosa se il giorno dopo quella stessa solitudine si sarebbe rotta davvero. Non ricevevo e non inviavo notizie in Italia dal giorno della partenza. Così ci eravamo organizzati. I biglietti che erano stati prenotati erano l’unica cosa che da Gerusalemme era arrivata agli altri. Da loro nulla, nessun segnale. Anche questo era nei piani, ma creava in me un’inquietudine che gestivo con difficoltà.
Chi avrebbe scritto la parola fine di questa storia? Saremmo riusciti a farlo noi quattro, con una piccola matita spuntata, guidata dalla nostra fantasia, dalla nostra passione, dalle nostre idee? O avremmo dovuto solo abituarci ad una fine diversa, scritta sulla nostra pelle, da altri? Dagli stessi che stavamo combattendo e che nella loro sceneggiatura non avevano previsto la nostra presenza.
Chiedevo al tempo di correre. Di aiutarmi con uno scatto in avanti. Ma come sempre non mi dava ascolto e manteneva quel passo regolare, costante e doloroso. Lo accompagnavo ascoltando vecchie registrazioni delle Desert Sessions, ruvide e polverose.

f.
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[Tempo: 14 gennaio, pomeriggio, ore 13.00/14.00]
[Luogo: Gerusalemme,interno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano)]

(Immagine di Piet Mondrian – Grey Tree, 1912)
(*Ministri / Abituarsi alla fine)

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