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“Open” e il romanzo del tennis

In Ponti di vista on gennaio 1, 2014 at 10:44 pm

MathieuLevesque2Open. La mia storia. (Einaudi / 20,00 Euro). Non sono corso ad acquistare questo libro alla sua uscita in libreria. Non ho nemmeno letto con attenzione le varie recensioni, contenenti le anticipazioni sui passaggi più “hot”. Tra Andre Agassi e Pete Sampras ho sempre preferito il secondo. Non avevo dubbi. Negli anni ’90 ho tifato soprattutto per Stefan Edberg – prima – e Patrick Rafter – poi -. Ultime espressioni del tennis serve-and-volley in un’epoca in cui già andavano di moda i ribattitori da fondocampo. Il primo tra loro, appunto, Andre Agassi. Ho sempre rifiutato le geometrie schematiche e ripetitive dei giocatori da che rimanevano ancorati alla linea di fondo, preferendo gli svolazzi – a volte addirittura eccessivi e controproducenti – del gioco di volo o di una palla colpita in back. Era più facile appassionarsi alle evoluzioni di un giocoliere (pur perdente) come Fabrice Santoro che ai colpi di clava di Jim Courier (un giocatore di baseball prestato al tennis) o alle interminabili rincorse di Micheal Chang, armato di racchettone. Se dovevo imitare un giocatore preferivo la follia sportiva di Goran Ivanisevic alla regolarità estenuante di un arrotino spagnolo, come Bruguera, Corretja o Albert Costa. Gente comunque che qualche Roland Garros è riuscito a vincerlo. Poi è arrivato Roger Federer, che ha portato sui campi da tennis un modo diverso di intendere questo sport. Qualcosa che – per la sua unicità e bellezza – è diventata una sorta di esperienza religiosa, come la descrive David Foster Wallace. Difficile paragonarlo a Nadal, Murrey o Djokovic. Giocano in un campionato diverso, violentando con sempre maggior forza una pallina che andrebbe invece accarezzata. Andre Agassi, con quindici anni di anticipo,  fu il primo a capire che il tennis moderno era fatto di gioco d’anticipo, velocità di gambe e di testa, ritmi di gioco forsennati, traiettorie estreme e colpi violenti. Nonostante questo non ho mai amato Agassi neppure nel suo periodo alternativo, fatto di pantaloncini jeans e acconciature (con i capelli di chi?) colorate. Perchè leggerne la biografia allora?

Trovare qualche regalo di Natale è per me sempre molto difficile. Per mio padre – nell’emergenza più totale – la scelta ricade proprio sul volume servito per raccontare la vita del Kid di Las Vegas. Vittorie, sconfitte, dolori, amori, personaggi dentro 504 pagine fitte fitte. Destino vuole che io passi qualche giorno di vacanza in Val di Sole, luogo in cui sono cresciuto e dove ho cominciato a giocare a tennis, all’età di cinque anni. Una carriera modesta, da buon quarta categoria (i vecchi non classificati) con diverse soddisfazioni a livello giovanile e il dubbio di non essermi giocato al meglio le mie possibilità. Qualche torneo vinto e migliaia di ore passate con la racchetta in mano a colpire palline. Diritto, rovescio, servizio. 30-15, 0-40, game, set, match! Scartato il regalo, è bastato poco perchè ne prendessi possesso e cominciassi immediatamente a sfogliarlo. E’ stata una piacevole sorpresa, totalmente inaspettata.
tennismalèLe prime pagine di Open – scrivo ora senza averne ancora completato la lettura – sono parte di un romanzo tennistico che emoziona. E non solo per il crescendo narrativo legato alla leggendaria sfida contro Baghdatis agli US Open del 2006 (per capire guardatevi il nono game del quinto set). Ma anche e soprattutto per il ricco soffermarsi sui sentimenti prevalenti di uno sport strano e bellissimo come è il tennis. Mi ha fatto specie rivedermi – e chissà come me quanti altri – in quel giocatore pieno i dubbi all’interno di un match altalenante e incerto. Mi ha fatto sorridere e ricordare il mio passato la descrizione degli allenamenti da bambino sul campo creato dal padre. La macchina spara-palline, la ripetizione estenuante dei movimenti, la corsa al campo appena finita scuola. Per me poi un campo immaginario costruito sotto casa c’era davvero. Un muro giallo e scrostato e un parcheggio per metà in cemento e metà asfalto, con relative buche e irregolarità offerte dalla superficie. Contro quel muro – imbattibile perchè rimandava sempre indietro la palla, qualunque fosse il mio tiro – ho palleggiato per anni, quasi tutti i giorni. Ancora oggi i miei vicini di casa si ricordano di me, in ogni stagione dell’anno e con ogni condizione metereologica, con la racchetta in mano a rincorrere i rimbalzi imprecisi della palla. Il muro è stato il mio miglior amico per anni. Gli parlavo, e spesso contro di lui inveivo, quando trasformavo la via nel campo centrale di uno dei più prestigiosi tornei del mondo e mi scontravo contro avversari fortissimi. Quante volte ho incontrato proprio Agassi sulla mia strada. La sua risposta fulminea al mio servizio tagliato, le sue corse fino a rete per recuperare una palla corta ben giocata, i suoi pallonetti insidiosi che io cercavo di colpire con uno smash angolato. Molto spesso sono anche riuscito a vincere.

Nelle righe della storia raccontata da Andre Agassi ci sono due sentimenti che ricorrono, in particolar modo quando protagonista è l’Andre bambino. La solitudine e l’odio.
Che tu abbia vinto otto titoli del Grande Slam o abbia giocato il torneo del circolo della tua città puoi capire cosa significano. Sul campo ci sei tu, con la tua racchetta. Nessun’altro. Per alcuni anni ho avuto la sensazione che quella solitudine proseguisse anche oltre il tempo del match o dell’allenamento, e che le ore passate a scagliare palline contro il muro di casa la rappresentassero bene. Era una solitudine che andava oltre lo sport, e che vivevo sia come rifugio che come condanna.
L’odio invece prendeva forma nella mia costante voglia di accorciare la partita, di sfuggire allo scambiare prolungato da fondo. Correvo a rete sempre, anche quando il mio attacco risultava non essere perfetto. In un certo senso odiavo il colpire ritmico della pallina, per decine di volte consecutive. Ero sempre io a rompere lo svolgersi ciclico del gioco, magari fin dal servizio. O forse l’odio è quello che ho provato per il tennis quando non ho più potuto dedicargli il tempo che meritava, e richiedeva. Il tennis è uno sport totalizzante, che non ama le mezze misure. O lo pratichi con continuità o ti respinge, facendoti notare subito che non riesci nemmeno a far superare alla palla la rete oppure facendoti sembrare il campo estremamente piccolo. Quando mi sono accorto di non poter più allenarmi ogni giorno e che era sparito dalla mia vita quel muro giallo che mi conosceva così bene ho capito che era il momento di non giocare più. Ho messo le racchette nell’armadio, e da lì sono uscite solo un paio di volte per dei “ritorni” non certo indimenticabili. Agassi e il suo romanzo/biografia hanno riaperto tutte le pagine di un passato neppure troppo lontano che però avevo completamente rimosso, senza elaborarlo. Grazie Andre. Game, set, match!

f.

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