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Tra Napolitano e Grillo, scelgo Bill de Blasio

In Ponti di vista on gennaio 3, 2014 at 9:41 am

tumblr_lirysgoO8F1qgpnydE’ arrivato il 2014. La politica – nel bene e soprattutto nel male – non si ferma nemmeno per il cambio d’anno e quindi eccoci qui, a discutere dei discorsi di Napolitano e Grillo. Partiamo da un dato. In un tempo in cui comunichiamo (anche qui, nel bene ma soprattutto nel male) in maniera frenetica, aiutati da centinaia di rivoli “social” che sembrano averci privati del piacere per il silenzio e per l’ascolto, il messaggio rivolto a reti (o blog) unificate è ciò che di più antiquato possa venire in mente per dire la propria. [nda Anche queste mie riflessioni arrivano ovviamente in ritardo.] Minuti e minuti di parole, buon senso vorrebbe preparate da uno staff di esperti, si perdono nel flusso continuo delle opinioni degli ascoltatori. Del discorso si estrapolano frasi che servono a comporre tweet, raramente si presta attenzione dall’inizio alla fine, armati di smartphone e pronti a far confluire in rete il proprio personalissimo – e indispensabile – commento. La nazione oggi è pubblico difficile. Nei confronti dei politici nutre fiducia scarsa e sentimenti truci. E non è solo una questione di audience, ma di penetrazione del messaggio che si vuole lanciare e dell’immaginario che si vuole costruire attorno alle parole che si usano. A questo proposito nessuno dei contenendenti – nè il “campione in carica” all’ottavo 31 dicembre televisivo consecutivo, nè lo sfidante pentastellato – ha saputo usare frasi adatte a descrivere una prospettiva per l’anno nuovo capace di emozionare, e a poco sono serviti i richiami alla speranza e al coraggio da un lato e alla rivoluzione imminente (tutta marchiata M5s, ovviamente…) dall’altra. E se l’Italia sta tutta nelle stanche liturgie politiche di fine anno, per il 2014 ci sarà poco da stare allegri.

In Napolitano, ascoltato con un orecchio solo mentre si preparava la tavola (chissà per quanti altri sarà stato così…), ho letto tutta la stanchezza che è della politica in questo momento. Non era solo l’età a farlo sembrare a tratti insicuro, e il rifarsi ad un suo impegno “di tempo non lungo” è un’ammissione di fragilità oltre che un messaggio politico in vista di uno scenario che si vorrebbe cambiato entro pochi mesi. La forma scelta per il messaggio – il tavolo al posto della scrivania, le lettere dei cittadini – hanno avuto, nel complesso, il risultato di attirare maggiormente l’attenzione dell’ascoltatore rispetto ai contenuti, condivisibili certo ma sufficientemente scontati da non scatenare nè entusiasmi nè vibranti polemiche. Il vocabolario del discorso di fine anno è quello canonico e questo non lo rende mai eccessivamente originale. Paese, giovani, Europa, fiducia, stabilità, riforme, Parlamento. Scegliete voi l’ordine, il risultato difficilmente cambierà. Ovviamente, se Grillo e il boicottaggio erano gli avversari, l’offensiva è stata respinta, più per loro demeriti che per una grande “prestazione” del Presidente. Nel complesso, un messaggio (quasi certamente l’ultimo) difensivo, molto costruito e senza nessun picco.

L’outsider Grillo – visto in replica, lo streaming era peggio di quello rubato delle partite di Serie A – partiva dall’attesa creatasi attorno al suo contro-discorso. Dopo aver previsto il fallimento dell’Italia ad ottobre ci si aspettava fuochi d’artificio. E invece il messaggio è stato deludente dal punto di vista comunicativo. Oltre alla scelta (voluta?) di una location che assomigliava ad un sottoscala polveroso, con sullo sfondo un Grillo impagliato, sono proprio gli argomenti a non aver convinto. Va bene raccontare cosa si è fatto, e posso credere alla buona fede e all’impegno di molti parlamentari Cinquestelle. Giusto e legittimo è anche rivendicare la propria differenza rispetto ad una politica che si vorrebbe definitivamente sconfitta. Ma non c’è niente di più simile a quella politica che tanto si accusa che giustificarsi dicendo: “abbiamo già cambiato questo paese, ma non ve ne siete accorti…” o denunciare di avere tutti contro, dalla stampa fino alla massoneria. In entrambi i casi un comportamento autoassolutorio che – in Italia non è una novità – scarica le colpe di ciò che succede o non succede su altri. Inoltre, con tono stranamente pacato e conciliante, Grillo si è poi lanciato anche in un’accusa frontale all’ignavia dei cittadini italiani, arrivando a dire che se non voteranno il M5s – e solo il M5s!!! – non avranno più diritto a lamentarsi. O con me o contro di me. Un punto di partenza, quest’ultimo, tanto ambiziosamente egocentrico e spocchioso da squalificare qualsiasi altro ragionamento. E’ dentro questa superba visione salvifica del proprio intervento che Grillo esagera, descrivendosi – nascondendosi dietro un velo di falsa modestia – come messia incompreso a cui tutti dovrebbero dare ascolto, oggi non più solo in Italia ma in tutta Europa. Il primo discorso di fine anno del leader Cinquestelle non sfonda e anzi certifica i limiti di un movimento comunque ancora in crescita, anche qui soprattutto per colpe altrui.

L’Italia al momento è questa, e vale la pena di lanciare uno sguardo oltreoceano, ascoltando un altro discorso. Bill de Blasio, italoamericano e democratico, parla nel giorno del suo insediamento a sindaco di New York. “We will not wait. We’ll do it now”. Noi non aspetteremo. Lo faremo adesso. Sta tutto in questo motto, ripetuto più volte durante il suo intervento, il cuore della sfida che de Blasio lancia alla città che avrà il compito di guidare. Una città che vale, da sola, uno Stato partecipante al G20 e che anticipa spesso le trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali. Di lui non mi appassiona il fatto che venga bollato come il volto nuovo della “sinistra sociale”, né trovo interessante da sola la sua figura perché rappresentante dell’America multiculturale o perché decide di raggiungere il luogo del giuramento usando i mezzi pubblici. Mi incuriosisce perché in dieci minuti ha descritto un progetto progressista da realizzare nella città simbolo del capitalismo mondiale, e lo ha fatto facendo riferimento alle “due città” (Manhattan e le periferie) che lui dovrà rappresentare, provando a riavvicinarle e a rimetterle in connessione. Mi appassiona perché può permettersi di farlo – con il suo predecessore repubblicano Bloomberg a passargli il testimone e con i Clinton a coprirgli le spalle – arrivando a dire quanti dollari dovranno pagare in media gli operatori finanziari di Wall Street per garantire servizi migliori anche per i ragazzi del Bronx. Un discorso – il suo – immaginifico e concreto, coinvolgente e rigoroso. Riuscirà nell’impresa di ridurre le diseguaglianze dentro la metropoli newyorkese, aprendo una nuova fase politica che possa coinvolgere tutta la nazione? Lo vedremo, ma certo gli Stati Uniti rimangono “paese delle opportunità” anche da questo punto di vista. Non è poco. Buon lavoro, Mr de Blasio.

f.

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  1. […] Repubblica non è altro che un rito, non immune a una certa stanchezza. Un anno fa lo commentavo così, in relazione al contraltare Beppe Grillo e alle parole dell’allora neo-sindaco di New York […]

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