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Città possibili

In Ponti di vista on gennaio 8, 2014 at 10:19 pm

ErrorRisposta all’articolo di Roberto Bortolotti, pubblicato sul sito Politica Responsabile.

Due brevi news milanesi mi hanno colpito in questi giorni. La prima è quella che il Comune si dice pronto ad offrire gratis, o a prezzi molto vantaggiosi, spazi inutilizzati ad associazioni che li vogliano far rivivere attraverso iniziative o idee innovative. Alla buon’ora si potrebbe dire, visto che questo è il processo che da decenni (con alterne fortune e con qualche vistoso limite) sostengono le decine di esperienze di occupazione a scopo sociale che punteggiano l’Italia e l’Europa. Con ritardo si capisce che la miglior forma di manutenzione del patrimonio immobiliare – pubblico o privato che sia – è l’utilizzo, con grandi benefici per la collettività qualora le attività ospitate abbiano una effettiva ricaduta positiva sulla realtà che le circonda. In questo modo si “presidia”  la comunità, offrendo sicurezza e animazione, che altrimenti il pubblico non riuscirebbe a garantire. Non è forse questa riqualificazione urbana? Non è forse questo un modo di “fare città”?
La seconda notizia invece è contenuta nell’intervista dell’ex assessore alla cultura della giunta Pisapia, Stefano Boeri, sul Corriere della Sera di oggi. Trasformare i circoli del PD in luoghi di promozione della creatività (è sinistra la sensazione che valga in questo caso lo stesso sistema di riutilizzo di spazi ritenuti vuoti e poco partecipati…) e mettere in rete, attraverso un censimento, le realtà dell’innovazione culturale presenti sul territorio. Anche in questo caso, a mio modo di vedere, siamo di fronte ad una prova di sviluppo del tessuto urbano e sociale che proviene dalla valorizzazione di quelle forze vitali che attraversano, spesso nell’ombra, le nostre città. Mai così numerose come in questo frangente storico.
Il fenomeno delle Social Street, l’ormai maturo movimento degli orti urbani, le numerose esperienze di coworking che hanno nel proprio DNA l’obiettivo di concorrere ad “immaginare la città” e accettano di prendersene carico. Abbiamo a che fare con nuove figure professionali e nuovi reti civiche, spesso informali. Una rivoluzione urbana lenta e costante che rivendica quotidianamente la trasformazione di spazi di vita fino ad oggi sacrificati o dimenticati. Non è cosa da poco.
Ovviamente non rispondo nello specifico con queste mie parole alle giuste sollecitazioni di Roberto Bortolotti sulla situazione trentina, ma provo ad aggiungere ulteriori attori a quelli “Stati generali della città” che lui propone e a cui non vedo l’ora di partecipare. Perché non si commetta l’errore di pensare che l’urbanistica sia solo grandi sfide del costruire (Albere, Italcementi, Sloi, Ospedale, Ex Caserme, ecc.) ma anche la messa in comune di esigenze, idee e progetti dei nuovi soggetti urbani che non vogliono essere spettatori dei cambiamenti della propria città, ma vogliono esserne primi protagonisti.

f.

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