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Finale di partito?

In Ponti di vista on gennaio 8, 2014 at 11:24 am

img_1192ldRisposta all’articolo di Simone Casalini, e pubblicato sul sito Politica Responsabile.

E’ passato un mese dalle primarie che hanno investito Matteo Renzi del compito di rivoltare (di “cambiare verso”, direbbe lui) il Partito Democratico. Tutto intorno, non che all’interno la situazione sembri migliore, le macerie di quelli che un tempo erano i partiti, a lungo strumento fondamentale della vita politica e democratica. Questo mio breve commento è necessariamente viziato da un paio di letture di questi giorni, il pamphlet “Fine di partito” di Marco Revelli (Einaudi, 10,00€) e un interessante articolo di Francesco Palermo pubblicato nei giorni scorsi anche su questo sito. Due visioni critiche nei confronti dell’attuale ruolo ricoperto dai partiti e che ragionano – in maniera diversa – sul cosa dovrebbero fare per invertire la parabola discendente di legittimità e rappresentatività che hanno imboccato, arrivando a metterne addirittura in dubbio – in “Fine di partito”- la riformabilità. Nelle conclusioni del suo scritto, infatti, Revelli arriva a descrivere un futuro possibile (auspicabile?) nel quale partiti leggeri (“macchine per la raccolta del voto”) si incontrano con movimenti che rappresentano invece la forma reale di ricomposizione sociale e diventano “cause” dell’orientamento del consenso verso questo o quel partito. Fatico a rivedermi in questo scenario “oltre i partiti”, così come lo definisce l’autore, ma probabilmente questa difficoltà è dovuta anche all’abitudine che abbiamo nei confronti di un modello rappresentativo che diamo per scontato. Un immaginario – da tempo in crisi – ma che solo negli ultimi anni è stato così violentemente intaccato nella sua credibilità. Fino allo stato agonizzante in cui versa oggi.
Francesco Palermo invece, e così allo stesso modo Simone Casalini, ci mette di fronte ad una sfida diversa; quella di ridare qualità alla Politica. Nei loro interventi non si rivolgono solo al proprio partito d’appartenenza, o all’area che maggiormente li rappresenta. “I partiti, ancorché recipienti ormai vuoti, sono il treno della vita comune e condivisa. Sta a ciascuno di noi riempirli di contenuti sostanziali, quelli che non durano solamente lo spazio del pronunciamento, e contribuire a indirizzarli verso stazioni che diano risposte ai grandi quesiti dell’esistenza.” scrive Simone Casalini. Non un ritorno alle grandi ideologie – di cui è stata decretata nel bene e nel male la fine – ma la sana ambizione di far tornare il partito centrale nella vita dei cittadini. Sembra rispondergli Palermo, cercando di portare la discussione oltre la ripetitiva e infruttuosa polemica attorno alla riforma elettorale. “Soprattutto: può la legge elettorale creare partiti responsabili? Purtroppo no. Il problema è etico e sociale (una società egoistica, frammentata e incattivita esprime partiti egoistici, frammentati e incattiviti), e pensare di risolverlo con una o un’altra formula elettorale è illusorio e ulteriormente irresponsabile. Il poco che si può fare con uno strumento giuridico è una seria disciplina dei partiti (la legge di attuazione dell’art. 49 cost., che mai si è fatta), ma anche per questa occorrerebbero prima dei partiti seri.” Partiti responsabili e seri. Basterebbero questi due aggettivi per tracciare la strada maestra di un impegno concreto da assumersi nell’immediato, perché dallo spaesamento – sentimento comune di questi tempi – si può uscire, rivedendo la luce. Ma attenzione, negli anni abbiamo anche scoperto che il fondo del barile, una volta raggiunto, si può persino cominciare a scavare.

f.

*Immagine di Ferdinando Scianna

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  1. Mi pare sinceramente poco realizzabile l’idea di “macchine di raccolta del voto” coordinate di volta in volta a movimenti di eleborazione politica su tematiche specifiche.
    Nella migliore delle ipotesi, si dovrebbe spiegare come avverrebbe questo coordinamento: alla fine, un lavoro di sintesi del partito resterebbe fondamentale.
    Nella peggiore, assisteremo ad una frammentazione fra movimenti troppo settoriali per incidere veramente sullo sviluppo sociale, per il quale serve comunque una visione organica.

    Basta una “seria disiciplina dei partiti” per renderli seri? Francamente temo di no: come sappiamo, i partiti riflettono la società e anche la migliore regolamentazione formale (primarie, bilanci certificati…) potrebbe benissimo essere affossata da persone scorrette. Il problema è piuttosto selezionare le persone migliori e più oneste, cosa realizzabile solo se il bacino da cui scegliere è vasto e se vi è un controllo costante.

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