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Lavoro chi?

In Ponti di vista on gennaio 21, 2014 at 1:03 am

Konrad WachsmannOgni mese i dati sulla disoccupazione giovanile peggiorano. Ad essere sinceri, nemmeno i meno giovani se la passano molto meglio, ma proviamo ad affrontare una questione alla volta. Siamo oggi – ci dicono gli ultimi rapporti aggiornati – al 41% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Addirittura il 21% dello stesso campo d’inchiesta, tra la ricerca di un impiego e la prosecuzione del percorso di studi sceglie la terza via…l’ignavia. Di fronte a questa situazione ogni programma politico (o almeno qualsiasi dichiarazione pubblica) prosegue nella litania che si compone di due/tre ritornelli piuttosto vaghi: “centrale è il lavoro!”, “prima di tutto il lavoro!”, “ci viene chiesto lavoro!”, “ripartire dal lavoro”. Lavoro chi?

Nei giorni successivi alla presentazione del JobAct  (un nome peggiore non lo si poteva scegliere?) del Partito Democratico si è scatenata una serie di riflessioni. Più o meno articolate, più o meno convincenti, più o meno ideologiche e strumentali al fatto che la proposta arrivasse da Matteo Renzi. Ho letto le annotazioni di Pietro Ichino, quelle dei Giovani Demoratici, il testo semiserio di Giuliano Cazzola, i mugugni dei sindacati, le prime reazioni di Tito Boeri, un’interessante visione di Alessandro Rimassa, l’accusa di USB, i conti di pagina99, gli appunti e le controproposte di Wired, la riflessione sui costi dell’energia offerta da lavoce.info, oltre a un fiume di pensieri in libertà sui social network. In questo breve articolo non vorrei soffermarmi su ogni punto della proposta abbozzata nel JobAct – non ne avrei nemmeno le necessarie competenze – ma solo accennare qualche perplessità che emerge a mio avviso nel dibattito in corso.

Crisi/riforme/crescita. In un contesto “normale” l’andamento dell’economia dovrebbe essere ciclico e a un momento di debolezza – seppur grave come quello che l’Europa vive dal 2008 – dovrebbero seguire segnali di ripresa che poi si trasformano in crescita costante e protratta nel tempo. Così ci è stato insegnato, e così abbiamo sempre visto accadere. Ci è stato detto anche che condizione indispensabile per “far ripartire l’economia”, per “vedere la luce in fondo al tunnel”, per “agganciare la locomotiva della crescita” è la realizzazione di una serie di riforme strutturali. Tutto dentro un lineare processo di aggiornamento e manutenzione del sistema economico e produttivo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.  Ma se così non fosse e se il contesto dentro il quale ci dobbiamo muovere fosse irrimediabilmente cambiato, quali dovrebbero essere le strategie da mettere in campo? E se la crescita infinita, così come l’abbiamo descritta con incredibile superficialità, non fosse più sostenibile? Apparentemente il JobAct non tiene in considerazione questa possibilità e si preoccupa – come gran parte delle proposte emerse in questi mesi – di dare la propria interpretazione, riveduta e corretta, del pensiero keynesiano. Dubito sarà sufficiente.

Dov’è l’Europa? Facendo un esercizio fin troppo banale, ho cercato dentro i testi che ho elencato in precedenza – oltre che nell’originale bozza del JobAct – la parola Europa. Escludendo il testo dei GD, che concludono con una riflessione che allarga i confini del ragionamento ([…] è necessario ridisegnare solidarietà e politica di investimento in tutta Europa. Le elezioni di maggio sono il campo in cui giocare la nostra partita per la costruzione del modello sociale europeo, nell’ottica non solo dell’apertura dei mercati, ma anche della convergenza dei sistemi economici e dell’armonizzazione delle politiche economiche e sociali attraverso una governance economica europea, a partire dalla gestione comune del debito e da investimenti comuni (eurobond, riforma della BCE), per fondare una cittadinanza veramente europea. […]), per tutti gli altri la dimensione comunitaria è un accessorio di importanza trascurabile o esclusivamente un termine di paragone per definire la competitività delle aziende o la capacità di attrarre investimenti, in una sorta di gara viziata da un contesto disomogeneo e frammentato che è oggi l’Europa.
Si può davvero non tenere in considerazione che a distanza di 1500 Km due lavoratori che svolgono la stessa mansione guadagnano uno cinque (o dieci) volte più dell’altro? Alla stessa maniera è possibile pensare che di Stato membro in Stato membro siano così diversi i contorni delle politiche del lavoro e ci si può accontentare di modificare – territorio per territorio – alcune forme contrattuali senza arrivare alla condivisione degli strumenti che regolano le strategie occupazionali e produttive, l’accesso alle tutele del welfare e i percorsi di formazione e inserimento lavorativo? Siamo davvero convinti che valga la pena rifarsi a una fantomatica “sovranità nazionale” – più evocata che reale – e a una strenua “difesa degli interessi italiani”, piuttosto che sfruttare il prossimo semestre europeo, a presidenza italiana, per essere i promotori di un piano (il SocialAct?) che provi a dare forma all’Europa sociale (territoriale e sovranazionale) che in molti auspicano ma che al momento semplicemente non esiste? In questo caso “più Europa” non sarebbe solo uno slogan, ma un’importante speranza…

f.

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