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Una storia da raccontare/ 11.

In Una storia da raccontare on gennaio 30, 2014 at 2:04 am

tumblr_lhbs9cj2WH1qb65nso1_500Are you demanding love
when you keep away from me…*

Lungo le pareti della fabbrica abbandonata il freddo era pungente. L’umidità ti entrava nelle ossa e da lì sembrava gelarti l’anima. Camminavo veloce in direzione dell’uscita.
Continuava a nevicare, anche se con minor intensità. Avevo deciso di muovermi a piedi. L’auto – dopo il racconto di Irene – non mi sembrava il mezzo adatto per non farmi notare. Raggiunsi il cancello. Prima di superarlo appoggiai la schiena al muro. Respirai a fondo. Deglutii la saliva impastata dalla temperatura rigida e dallo sforzo del cammino. Guardai le punte delle scarpe, completamente immerse nella neve. Poi il fumo uscirmi dalla bocca e dissolversi a pochi centimetri dal naso. Sistemai il berretto in testa calandolo di più sugli occhi, lasciando giusto lo spazio per guardare avanti. Cercai il telefono nella tasca della giacca. Composi il numero dello studio legale. Mentre il numero si formava mi aggrappai al cancello e saltando arrivai sulla strada che puntava dritta verso la città.
Rispose la segretaria di Giorgio, l’avvocato titolare dello studio. Il mio datore di lavoro. Un amico. Senza dire chi fossi chiesi di passarmelo per una questione di estrema urgenza. Rimasi in linea ascoltando la musica impostata per l’attesa. Un’accozzaglia di note che nulla avevano a che fare con una melodia. Dal primo giorno in cui avevo messo piede in quello studio avevo desiderato sostituirla con Mad at me degli One Dimensional Man. Non lo avevo mai fatto.
Giorgio rispose pochi istanti dopo, con la solita voce tranquilla e fraterna. Anche la mia voce sembrava stranamente serena. Solo i passi rapidi la rendevano un po’ trascinata, ma nulla di più. Non gli servì sapere nulla, cominciò lui a parlare. Mi disse che la mia faccia e quella di Roberto erano su tutti i giornali, locali e nazionali. Ci accusavano di essere gli autori di diversi omicidi di persone senzatetto. Una decina di casi. L’ultimo la notte precedente, in pieno centro, davanti a una chiesa. Il delitto più efferato. Un uomo di 50 anni, ucciso con un colpo alla testa. E poi la fuga nei vicoli, all’arrivo della Nuova Guardia, il neonato corpo di polizia creato per risolvere i problemi di microcriminalità nelle vie della città. Agenti in borghese attivati 24 ore su 24. Nessuna limitazione nell’intervento. Usare le buone o le cattive era indifferente. Negli articoli si leggevano le nostre storie di attivisti politici trasformati in assassini seriali. Sotto la mia foto l’elenco delle iniziative più eclatanti. Nella pagina successiva a nove colonne la richiesta di sgombero immediato del centro sociale, considerato la vera base operativa della “banda”. E ancora, perquisizioni in diversi appartamenti della città, fermi e interrogatori per decine di persone informate sui fatti. Giorgio non perse la calma nemmeno raccontando queste notizie, evidentemente allarmanti. Sarebbero arrivati anche a lui, era solo questione di tempo. Io lavoravo ogni giorno in quell’ufficio. Il mio archivio sarebbe stato messo sotto sopra. I miei documenti sequestrati. Il mio computer violato. Il mio telefono messo sotto controllo. Quest’ultima cosa poteva essere già stata tranquillamente fatta.
Dovevo portare ogni appunto che riguardasse i senzatetto fuori da quelle stanze. Dovevo averli, sia per proseguire il lavoro, sia per evitare che polizia e Nuova Guardia ci mettessero le mani. Dissi a Giorgio che mi serviva solo un favore da parte sua, poi lo avrei tenuto fuori da quella storia. Gli chiesi di aspettare un mio messaggio, che avrei inviato di lì a poco, e di seguire alla lettera le indicazione che gli avrei dato. Prima di salutarlo gli ricordai di fare attenzione. Senza che lui me lo chiedesse gli dissi che in vita mia non avevo mai sparato un solo colpo di pistola. Lo sapeva già. Riattaccai.
Ormai ero in centro città. Lo strillone di un’edicola riportava la prima pagina di un giornale locale. Fortunatamante nella foto scelta sembravo molto più giovane, non portavo i baffi e nemmeno il berretto. Indossavo una giacca sgargiante, ora un cappotto nero e una felpa con cappuccio della stesso colore. Buon travestimento, pensai dentro di me.
Mi infilai in un internet point gestito da un ragazzo tunisino. Qualche postazione occupata, una libera. Mi sedetti e digitai un breve messaggio utilizzando Skype all’indirizzo di Giorgio. “Porta fascicolo “Senzatetto” del mio archivio. Stacca hard-disk dal mio portatile. Scrivi lettera di licenziamento datata alcuni giorni fa. Compra un nuovo telefono e una scheda telefonica. In meta, alle 19.00 precise.” Lo avrebbe letto immediatamente e avrebbe fatto tutto alla perfezione. Cancellai la conversazione.
Pagai la connessione e una Coca Cola, con degli spicci. Uscii e, percorrendo la via centrale dello shopping natalizio, mi diressi verso il centro sociale. Dovevo passare, anche se era pericoloso. La rabbia unita all’angoscia per la situazione che si era venuta a creare mi montava dentro. Come il cielo grigio carico di altra neve che gravava all’orizzonte.
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[Tempo: 4 gennaio, pomeriggio, ore 12.00/14.00]
[Luogo: città italiana, esterno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano)]

(*One Dimensional Man / Mad at me)

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