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Ubi pecunia, ibi patria

In Occhi sul mondo, Ponti di vista on febbraio 1, 2014 at 7:15 am

tumblr_l4ffobBPd31qzi23yo1_500“…lo dicevano Leone XIII e Carl Marx.”. Così – in una battuta – Massimo Cacciari ha sintetizzato il caso Electrolux. Chissà come si sarebbe espresso oggi, a un paio di giorni dalla “fuga” oltre confine di Fiat. Forse avrebbe solo confermato quell’inciso che – oggi – dice molto più di qualunque riflessione approfondita sulle relazioni sindacali o sulla semplificazione del codice del lavoro. Il mio non vuole essere un giudizio di merito, ma una presa di coscienza che forse ci aiuta a prendere la cosa per il verso giusto. Ubi pecunia, ibi patria. Non vale solo per le imprese. Non è forse questa la speranza che  porta migliaia di giovani altamente professionalizzati ad andarsene dall’Italia ogni anno, cercando una “patria” più accogliente e capace di offrire loro un futuro? Non è allo stesso modo la ricerca di condizioni migliori di vita (economiche e sociali) a convincere o costringere milioni di persone a migrare verso paesi diversi da quello d’origine? E’ giusto o sbagliato che sia così? Onestamente non lo so, ma certo è un fatto che questa è la realtà del tempo che stiamo vivendo, e con essa dobbiamo provare a confrontarci. Vogliamo, o possiamo, tornare indietro rispetto al mondo globalizzato e interconnesso di cui siamo figli? Oppure possiamo “accontentarci” di cercare i correttivi capaci di porre rimedio alle storture che naturalmente lo caratterizzano?

I casi Electrolux e Fiat dimostrano – se ancora ce n’era bisogno – che nel campo del lavoro ogni intervento esclusivamente “nazionale” rischia di diventare inutile e fuori scala. Le filiere della produzione oggi sono corte e allo stesso tempo lunghissime, e su queste due dimensioni, così diverse, bisogna riflettere per dare corpo a politiche efficaci ed equilibrate, fuori dal campo dell’emergenza. Unicità ed eccellenze territoriali come scelta strategica, insieme alla valorizzazione della possibilità di mettere in connessione mercati molto distanti tra loro. Il tutto unito a un serio ragionamento sulla presunta illimitatezza della produzione (continueremo davvero ad aver bisogno di costruire a getto continuo lavatrici e automobili?) e al tentativo di sanare gli ampi spazi di deregolamentazione esistenti.
Electrolux e Fiat secondo molti dovrebbero rimanere in Italia, e bisognerebbe fare di tutto per impedire loro di andarsene. Ne siamo davvero certi e quale sarebbe l’obbligo morale che dovrebbe convincere Marchionne – o chi per lui – ad andare contro gli interessi di profitto del proprio gruppo, rimanendo in un luogo che non è funzionale alla sua azienda? Ubi pecunia, ibi patria. Mi è stato fatto notare che c’è stato un tempo in cui la fabbrica era parte integrante, o addirittura fulcro, della vita di comunità e l’imprenditore, offrendo lavoro, si assumeva una forte responsabilità rispetto alla tenuta sociale ed economica del luogo in cui decideva di insediarsi. Era il tempo del boom economico e del “padrone illuminato” Adriano Olivetti. Un tempo diverso, forse irripetibile. Che ne sarebbe oggi della sua idea di equilibrio tra solidarietà sociale e profitto? Come avrebbe immaginato la sua Comunità calata dentro l’attuale contesto globalizzato? Sicuramente non si sarebbe limitato a spostare la produzione delle sue macchine da scrivere in Polonia perchè più vantaggioso o viceversa a mantenerla nella sua Ivrea per il semplice senso di identità territoriale. Avrebbe ragionato. Avrebbe provato a mettere in crisi la formuletta Ubi pecunia, ibi patria, provando ad aggiungere altre variabili. E forse, da solo, non ci sarebbe riuscito.

C’è chi oggi accetta l’inelluttabilità dei flussi della globalizzazione e del mercato libero e chi al contrario propone di imbrigliarli, battendosi in nome di una rinnovata sovranità nazionale. C’è chi richiama i proletari d’Europa alla lotta di classe, forse dimenticando che proprio le diseguaglianze tra simili (basti mettere a confronto stipendi e garanzie di un operaio tedesco con quelle di uno polacco) descrivono plasticamente i fenomeni disgregativi del tessuto sociale europeo, e non al contrario un comune terreno di rivendicazione. La lotta, in un certo senso, è dentro la classe. E il conflitto in questo caso potrebbe non assumere una declinazione positiva, anzi.
Di fronte a tutta questa confusione ciò che è necessario è l’assunzione di responsabilità di governare i processi economici e finanziari, non facendosi solamente trascinare da essi. C’è bisogno di scelte che vadano oltre il qui ed ora, così come sarebbero state utilissime negli ultimi vent’anni almeno, e di dare forma alla rivincita di una classe dirigente (politica, imprenditoriale, culturale) capace di dialogare e dipingere insieme orizzonti diversi, meno grigi di quelli a cui ci siamo abituati ultimamente.

f.

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