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Della sovranità popolare…

In Ponti di vista on febbraio 11, 2014 at 11:16 am

ferdinando-sciannaIl popolo è sovrano. Non mi azzardo a mettere in discussione questo assunto “democratico”, ma devo dire sinceramente che i risultati del referendum sull’immigrazione tenutosi in Svizzera lo scorso 9 febbraio mi hanno fatto riflettere non poco. In realtà, qualche dubbio sulle possibili deformazioni dei percorsi di democrazia diretta lo avevo avuto già in precedenza. Sempre in Svizzera – per un paio di quesiti che andavano nella stessa direzione (1/2/3) – e più in generale per una diffusa idee che sia difficilissimo affidarsi unicamente al volere popolare, laddove questo oggi vive sempre più spesso di grandi sbalzi emotivi, contraddittori e difficilmente governabili. Si può passare quindi dall’esprimere una compatta opposizione – nel non lontano 2011 – alla privatizzazione dell’acqua ed ogni programma atomico (anche qui con il contributo decisivo dell’emozione post-Fukushima) al sostenere la necessità di rafforzare i propri confini per impedire l’arrivo dei migranti o vietare la costruzione di luoghi di culto di una diversa religione sul proprio territorio. Mi si dirà che è la democrazia, e quindi proverò ad argomentare meglio il mio disagio.
Spesso si dice che i cittadini in generale sono in grado di prendere decisioni di grande buon senso, cosa che garantirebbe loro – qualsiasi sia la loro scelta – di stare nel giusto e di essere certamente migliori dei politici, persone votate all’inciucio e all’anteporre il proprio interesse e quello collettivo. Escludendo che il popolo svizzero sia in maggioranza razzista, verrebbe da dire che spesso alla base dei risultati delle consultazioni popolari stia una certa schizofrenia di fondo, figlia di un tempo frenetico in cui – ce lo dice bene Ilvo Diamanti – si decide per chi votare a poche ore dalla scadenza elettorale e al posto dei vecchi schemi ideali/ideologici ci sono maggioranze a geometrie variabili che si scompongono e ricompongono spesso attorno a interessi personalissimi e materiali. O attorno, come dicevo in precedenza, a campagne che cavalcano l’onda dell’emotività, non proprio il contesto migliore per assumere scelte avvedute.

Ci sono due dati significativi che il referendum svizzero ci consegna.
Il primo. Laddove la politica abdica, non sapendo offrire interpretazioni dei fenomeni e strumenti per gestirli, gli spazi che lascia vuoti vengono rapidamente riempiti. La democrazia delle emozioni – della pancia prima che della testa – è quella che rappresenta meglio oggi un senso di partecipazione popolare, in cui è il sentimento immediato che conta e non la sua elaborazione. E’ allora la paura a muovere le masse verso forme di rinserramento, oppure l’indignazione e un generale clima di insofferenza verso ciò che si ritiene (a torto o a ragione) sbagliato. Il caso della Svizzera e del referendum contro i lavoratori frontalieri ne è un esempio evidente.
Il secondo. Il referendum svizzero ha visto il prevalere dei Sì con poco più del 50% dei voti, con una spaccatura netta del paese. Questo risultato sembra però non far riflettere sul compito della politica di produrre buone mediazioni tra diverse sensibilità all’interno della stessa comunità, ma anzi conferma il prevalere di una deriva maggioritaria del pensiero politico. “Chi vince prende tutto…” è la regola che vale in ogni contesto e che deteriora irrimediabilmente l’interlocuzione politica. Chi ha la maggioranza crede di poter governare senza prendere in considerazione ciò che hanno da dire le minoranze e – sull’altro lato – chi non sta dentro la maggioranza si sente spogliato di ogni possibile strumento di intervento sulle decisioni. A questo modo di intendere la democrazia si rifanno sia l’apologia acritica dell’uso dei referendum (leggasi per capire meglio questo pezzo dell’on. Fraccaro a proposito del recente consultazione sulla democrazia diretta in provincia di Bolzano) sia il dibattito a livello nazionale sulla governabilità, da garantire attraverso una legge elettorale ad hoc. In entrambi i casi non vengono presi in considerazione gli “scarti” della rappresentanza, per il referendum altoatesino l’oltre 70% che nemmeno si è recato al voto, per l’Italicum tutte le forze politiche che non supererebbero la soglia di sbarramento fissata all’8%.

Sia ben chiaro, non è messa in dubbio l’utilità di procedere alla consultazione dei cittadini su moltissimi temi che li riguardano da vicino. Piuttosto è preoccupante che non si riesca a riconoscerne i possibili malfunzionamenti, ragionando con attenzione su come restituire centralità ad una rappresentanza politica oggi totalmente svuotata di credibilità.

f.

*Immagine di Ferdinando Scianna

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  1. Per una bella analisi sull’irrazionalità politica ti consiglio “paranoia – la follia che fa la storia” di Luigi Zoja.
    Parla soprattutto di casi paranoici, ma i modelli si ripropongono in modo simile anche in democrazia. Eppoi c’è tutta una riflessione sulle emozioni.

    Anche io ho avuto -ed ho- dubbi simili, specie all’indomani della “non vittoria” di febbraio 2013, quando furono evidenti alcuni paradossi psicologici dell’elettorato italiano.
    Aggiungo che, oltre all’emotività, in Italia c’è un radicato problema di “rispetto delle regole”, identico per “semplici” cittadini e politici (non mi stancherò mai di ripetere, contro certe idee grilliste, che i politici SONO cittadini come tutti).

    Invece, sulla capacità dei cittadini di “razionalizzare” (per una nota di ottimismo), ti suggerisco i paper di James Fishkin sulla “deliberative democracy” (decisioni di assemblee di cittadini): se informati con un pò di tempo su specifici argomenti, le maggioranze cambiano radicalmente.
    Ma, temo, questo non è esattamente applicabile a) alla grande massa; b) alle elezioni politiche, con troppi temi coinvolti.
    Però, tornando al tema del post precedente, potrebbe esserlo in forme di partecipazione civica più ristrette.

    Sempre in assemblee ristrette, inoltre, vi sarebbe la possibilità di recuperare quella democrazia “per consenso” che da lontano pare tanto un “inciucio”, ovvero la condivisione delle decisioni e delle scelte anche con chi sarebbe di idee differenti.

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