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Fuori in dieci minuti…

In Ponti di vista on febbraio 19, 2014 at 10:45 pm

Frank SchottPoco meno è durato l’incontro, se così lo si può definire, tra Matteo Renzi e Beppe Grillo. Nemmeno seicento secondi monopolizzati dal leader 5stelle, che non ha concesso nessuno spazio al segretario PD. Un vero e proprio monologo, spezzato solo da qualche timido tentativo di replica che non ha prodotto nessun risultato. Grillo ha aperto – decidendo di partecipare alle consultazioni (dopo che gli iscritti del suo blog glielo avevano imposto a maggioranza) – e ha chiuso, dicendo quando era ora di andarsene. In mezzo la solita serie di accuse più o meno circostanziate e un continuo rifarsi a categorie piuttosto pericolose, se usate con tanta visceralità. Forse la più scivolosa è tutta racchiusa in quel continuo richiamo alla separazione tra “noi e voi”, rinforzata poi dal ricorrente “non c’è mediazione possibile” che ormai non si riferisce più soltanto alla disfida fra onesti e casta ma assume il ruolo di frontiera tra chi sta nel giusto e chi, al contrario, è connivente e quindi parte del “mondo marcio” che ci circonda. Non è stata di diverso tenore la conferenza stampa successiva, un vero e proprio fuoco di fila contro tutto e contro tutti che è riuscito a far sparire anche alcune delle intuizioni più brillanti del pensiero a 5stelle, una fra tutte la necessità di “farla finita con il mito della crescita”, tema che meriterebbe centralità nel dibattito ad ogni livello. Ne è uscita una mezz’ora di schiamazzi, su cui è bene riflettere un po’. Ci torno subito.
L’altro protagonista – Matteo Renzi – si è accontentato del ruolo di comprimario, limitando i danni e provando a giocare la carta della rassicurazione agli elettori di Grillo che si fossero spaventati, offesi, addirittura indignati per la sfuriata del leader a cui hanno “consegnato” il loro voto. La mossa è sembrata quella di farlo sfogare – mostrandosi per quello che è – per circoscriverne l’influenza solo ad una cerchia più ristretta, benché più radicale. L’efficacia di questa strategia è ovviamente tutta da dimostrare, così come l’affermazione che con oggi “finisce il M5S”.

Grillo ha fatto Grillo, ne più ne meno come fa ogni sera sui palchi che calca in giro per tutta Italia. Il giorno prima a Sanremo, quello dopo chissà. Solo che oggi era in scena nel teatro più grande e osservato d’Italia (e non solo) e davanti non aveva un pubblico di fedelissimi ma il Presidente del Consiglio incaricato di formare il nuovo governo. Non sto qui a discutere di buona educazione o di rispetto delle istituzioni (l’Italia ha visto pure di peggio…) e neppure mi soffermo su alcune iperboli più attinenti allo spettacolo che alla politica (“Io non sono mai stato democratico” o “Sì, scrivetelo…decido tutto io”) ma provo a riflettere sulle ricadute di ciò che oggi abbiamo visto. Se dentro il Parlamento c’è la concreta possibilità che qualche deputato 5stelle provi un certo disagio di fronte a una posizione tanto estrema – aspettiamo verifica! – ben più difficile da valutare è la reazione dei cittadini. In un certo senso, inutile nasconderselo, Grillo ha interpretato ciò che qualche milione di italiani pensa della politica. Un discorso rozzo, certo, ma tutt’altro che minoritario, in ogni ambiente sociale. Non quindi una deriva “di destra” come la vorrebbe descrivere qualcuno, ma una sorta di sentimento condiviso. Un’insofferenza che nasce e cresce dentro quella crisi della rappresentanza che molti hanno descritto, ma che per il momento non trova soluzioni all’altezza.

Beppe Grillo ha aperto – almeno così la vedo – una fase nuova, non tanto nei linguaggi quanto negli obiettivi. La “distruzione del sistema dei partiti” così come viene descritta rischia di non lasciare indenni nemmeno le istituzioni che oggi questi faticosamente compongono. La riassunzione di responsabilità dei cittadini – sul web e nei territori – è oggi ancora lontana dall’essere un’alternativa credibile alla democrazia rappresentativa, ma Grillo non sembra essere troppo preoccupato da questo ritardo. Se non posso cambiarlo – sembra dire – spengo tutto, come Jena Plissken nella scena finale di Fuga da Los Angeles. On/Off. Nessun’altra possibilità.
Dentro questo scenario non è detto che tutti coloro che lo hanno votato fino ad ora debbano continuare a farlo. Siamo comunque di fronte a quella fetta di italiani, generalmente consapevole e con un passato “politico”, che fino ad oggi si sono sforzati di “coltivare” questo loro diritto. Non è nemmeno detto che l’obiettivo sia ancora quello di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, quanto piuttosto quello di spostare l’azione fuori dai palazzi della politica, come venissero dati questi come irrimedibilmente compromessi. Le parole di Grillo sembrano essere rivolte soprattutto a tutti coloro (e sono la maggioranza relativa del paese) che ormai non sanno più nemmeno come è fatto un seggio e hanno – ne sono certo – provato una certa soddisfazione nel vedere Renzi per qualche minuto zittito, dopo la scorpacciata mediatica di questi ultimi mesi. Una composizione sociale e variegata, dai tratti prepolitici. Un bacino elettorale, e non solo, che condivide con Grillo il rancore e la frustrazione di sentirsi escluso e vessato, accettando di “essere ormai parte di una guerra” che o si vince o si perde. Mi verrebbe da aggiungere, oggi, dentro ma soprattutto fuori le urne.

f.

*Immagine di Frank Schott.

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