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Squilla il telefono

In Ponti di vista on febbraio 19, 2014 at 2:19 pm

telefonata“Pronto, ciao Fabrizio. Sono Nichi. Come stai?”. Fabrizio Barca non se lo fa dire due volte e si sfoga. Denuncia le pressioni subite per accettare il ruolo di Ministro all’Economia del nascente Governo Renzi. Dice esplicitamente che dagli ambienti di Repubblica gli arrivano continue sollecitazioni. Fa di più, descrive uno scenario apocalittico per le sorti dell’Italia lasciandosi andare a giudizi durissimi sull’assenza di contenuti della proposta del segretario PD (“nemmeno un’idea, solo slogan”), tacciata di avventurismo. Lascia trasparire una forte preoccupazione per la tenuta del Paese di fronte a scelte politiche che non condivide né nel metodo né nei contenuti. Il finto Vendola – complice della trasmissione “La Zanzara” – rimane stranamente in silenzio, così come di certo non farebbe l’originale. Barca è un fiume in piena, non servono domande per farlo parlare.

Una telefonata ti allunga la vita, diceva Massimo Lopez in un famoso spot televisivo. Al contrario ultimamente sembra proprio che il telefono sia lo strumento che più nuoce alla vita politica non solo dei singoli, ma anche a quella di un intero sistema di relazioni politiche. Conversazioni rubate, dialoghi intercettati (a fini investigativi o meno), scherzi telefonici sono ormai ottimi strumenti per realizzare intere trasmissioni di approfondimento (?!?), costruire teorie del complotto e mescolare nel torbido dei peggiori retroscena della brutta politica che abbiamo imparato a conoscere. In generale aiutano ad accrescere il senso di inadeguatezza di una classe dirigente e la distanza dei cittadini da coloro che dovrebbero (e avrebbero dovuto…) rappresentarli.  Certamente strumenti sporchi, spesso viziati dalla malafede e da interpretazioni maliziose che però nulla tolgono allo spettacolo penoso che finiscono per offrire.

Della telefonata tra Barca e il finto Vendola ciò che risalta non è tanto la critica, legittima ancorchè ruvida e rappresentativa di una diversa visione del mondo, ma la generale opacità che regna all’interno della politica italiana. Non vorrei essere tacciato di stare tra le fila del M5s, ma ascoltando quella conversazione non ho pensato solo all’inopportunità di quel dialogo carpito con l’inganno, ma anche all’ennesimo colpo alla credibilità del sistema politico, già malaticcio. Senza voler arrivare a letture dietrologiche una cosa è evidente.
Siamo di fronte all’ennesimo – magari limitato ed esclusivamente simbolico – fallimento della dialettica politica, che sta alla base della formazione di governi delle “larghe intese” posticce e che non permette invece di poter “cercare” una fiducia (forse ampia, diversificata, – perché no – traversale…) su di un programma ambizioso e davvero riformatore. E allora la telefonata – un tempo si sarebbe detto in camera caritatis – diventa il luogo, sbagliato, della confidenza e della costruzione (confusa e un po’ furbesca) degli accordi, delle “congiure”, dei piccoli dispetti. Un tempo – forse – tutto poteva svolgersi così, nell’ombra di zone franche lontane da orecchie indiscrete, ma oggi evidentemente non può più funzionare in questo modo. La trasparenza non è quindi un vezzo di chi si definisce anticasta, ma un obbligo nei confronti di chi altrimenti non capirebbe, così come molti non hanno capito (o hanno mal interpretato) quel flusso di coscienza contenuto nella telefonata strappata da La Zanzara. E non sto parlando di dirette streaming…

f.

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