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Una storia da raccontare/ 12.

In Una storia da raccontare on febbraio 24, 2014 at 6:07 am

03-geometry2L’amicizia, come il diluvio universale,
è un fenomeno di cui tutti parlano,
ma che nessuno ha mai visto con i propri occhi.
Enrique Jardiel Poncela –

Il centro sociale avrebbe aspettato. Avevo bisogno di altre conferme prima.
Il quartiere di San Carlo negli ultimi dieci anni era diventato il rione degli immigrati. Inizialmente perché i prezzi vantaggiosi degli affitti avevano spinto diversi cittadini nordafricani ad aprire le loro attività in quella zona della città. Ora perché la normativa nazionale sull’immigrazione imponeva la costruzione, in ogni città, di un quartiere dove far confluire tutti gli stranieri. Maggior controllo, dicevano i politici di destra e sinistra. Nuovi ghetti, dicevano in pochi, opponendosi all’idea che potesse essere l’obbligo per una persona di vivere in uno spazio circoscritto, senza poter scegliere nemmeno la casa da condividere con la propria famiglia. Era infatti un comitato, composto dai proprietari delle case e da un gruppo di vecchi abitanti del quartiere, a decidere la disposizione negli appartamenti e l’apertura e la chiusura dei negozi posti ai piani bassi degli edifici.
In poco tempo le persone che ci abitavano erano triplicate. Da circa cinquemila a poco più di quindicimila. Tutti ammassati uno sull’altro. Anche dieci persone in un appartamento di cinquanta metri quadrati. Servizi scadenti, situazione sanitaria pessima. I periodici controlli delle forze di polizia si tramutavano spesso in veri raid punitivi, scontri nelle vie del quartiere duravano anche tutta la notte. Capitava spesso di vedere fiamme uscire dai tetti o il fumo dei lacrimogeni alzarsi dagli stretti vicoli. Un inferno comune ad ogni periferia metropolitana del secondo decennio di questo millennio.
Gli anni zero – era evidente – ci avevano lasciato in dono tanta rabbia, una pesante sfiducia e una lugubre promessa: gli anni dieci sarebbero stati peggiori del decennio precedente.
Attraversai San Carlo dirigendomi verso l’università. La facoltà di Giurisprudenza, in cui mi ero laureato, era in centro città. Un palazzo avveniristico. Cemento e vetro a disposizione di centinaia di studenti provenienti da ogni angolo d’Italia e Europa. Un buon nascondiglio per qualche ora, in una domenica d’inverno. Tutti gli studenti a casa per il fine settimana. Sorveglianza affidata a qualche ragazzo che voleva arrotondare. Ampi corridoi di marmo vuoti e silenziosi. Aule studio deserte. Mi ci infilai senza essere visto e scesi le scale verso il piano interrato. Lì non sarebbe arrivato nessuno.
Trascorsero tre ore e non incontrai anima viva. Una bella differenza rispetto alle ventiquattro ore precedenti, dense di rumore, paura e pericoli, oltre che di un sacco di parole.

Alle 18 in punto uscii da un ingresso secondario. Il cielo era ancora grigio, non poteva essere altrimenti. Chissà se avrebbero giocato oggi. Con tutta quella neve il campo sarebbe stato in pessime condizioni. Ma per il rugby questo non era un problema insormontabile. La palla non doveva necessariamente rimbalzare, il suo rotolare era naturalmente incerto e quando era viscida diventava ancora più imprevedibile. Con il cattivo tempo e con il freddo, da un certo punto di vista, tutto era più eroico. Da ormai tre anni non perdevo una partita della squadra.
Non sarebbe stata una domenica come le altre. Avrei visto la partita da lontano, di nascosto. Non avrei potuto stare in mezzo al pubblico, benché composto di amici. Tutti in città probabilmente parlavano di ciò che era successo la notte precedente. Tutti sapevano chi ero io e l’associazione sarebbe stata automatica.
Avrei aspettato Giorgio sul lato del campo opposto alle tribune. Lì c’era modo di rimanere invisibili ai più e sarebbe stato possibile scambiare quattro chiacchiere senza correre troppi rischi. Se davvero c’era un posto che si poteva dire sicuro a quel punto.
Come avevo previsto, la partita si giocò regolarmente. Grandi pozzanghere, miste a cuscini bianchi di neve, ornavano il rettangolo di gioco. Le divise delle due squadre erano ricoperte di fango già prima del calcio d’inizio. La palla venne alzata a campanile per dare il via alla prima azione dell’incontro. Venne recuperata al volo dal pilone avversario subito attaccato da almeno tre giocatori della nostra squadra. In pochi istanti la palla era già in mano nostra. Il nostro mediano di mischia la passò, allargando il gioco all’ala. Passaggi brevi e veloci che smarcavano il compagno più vicino e creavano superiorità sul lato chiuso del campo. Quattro tentativi di placcaggio, ma una volta uscita la palla continuava ad avanzare verso l’area di meta.
Arrivati nei dieci metri della squadra avversaria, i passaggi si fecero più difficoltosi ma non meno precisi. Al terzo minuto di gioco, grazie ad uno splendido passaggio del numero 9, il nostro pilone, un ragazzone di oltre centodieci chili, riuscì a spingere il suo pariruolo nell’area di meta e a schiacciare il pallone a terra quasi in mezzo ai pali. La trasformazione fu una formalità. Sette a zero. Abbozzai un sorriso.
Proprio in quel momento vidi Giorgio apparire in lontananza. Zaino in spalla, abbigliamento da trekking. Attraversò il parcheggio e si diresse verso di me senza apparentemente destare troppi sospetti. Io mi spostai di pochi passi, dove i teli verdi che coprivano le reti mi avrebbero nascosto meglio dagli occhi dei tifosi. Avrei percepito eventuali cambiamenti di punteggio attraverso le grida e i cori provenienti dalla tribuna.
Giorgio arrivò guardandosi alle spalle e mi abbracciò.
“Siete in un bel casino” – disse guardandomi negli occhi.
“Quando non è stato così…” – provai a rispondere io, ma il suo sguardo, da solo, mi disse di stare zitto e di ascoltarlo.
“Qui si parla di omicidio plurimo, di eversione, di attacco al potere costituito. Abbastanza per farvi rimanere in galera per il resto dei vostri giorni. Se non peggio”.
“Peggio? Di che parli?” – chiese davvero stupito.
“Da Roma, ambienti vicini al Ministero per l’ordine pubblico. Si parla di pene esemplari per chi ha commesso i reati che sono contestati a voi e a tutti coloro che si sono opposti al regime negli ultimi anni…”. E continuò: “Utilizzeranno questa storia per alzare il tiro, sul vostro gruppo in primis.”
Non me la sentii di rispondere subito. Avrei sfogato solo la mia rabbia contro un amico che si stava preoccupando per me. Non sarebbe servito a nulla. Voltai le spalle a Giorgio e appoggiai la fronte alla rete del campo guardando l’azione che si svolgeva nei nostri venti metri difensivi. La nostra mischia rispondeva all’attacco senza troppe difficoltà. Tra poco saremmo tornati noi a correre verso la linea di meta.
“Sei un amico Giorgio, come sempre – esordii – Devi rimanere fuori da tutto questo. Sto cercando di capire che fare. Ma ho bisogno di un po’ di tempo e che a quello che è già successo non si aggiungano altri problemi”.
Mi consegnò lo zaino. C’era tutto. Sapevo di potermi fidare di Giorgio e della sua precisione. Guardandolo davanti a me pregavo che non gli succedesse nulla.
“Adesso vai! – gli dissi – La tua assenza in città desterà sicuramente dei sospetti. Io troverò la maniera di risolvere tutto e di mettermi in contatto con te. Non preoccuparti troppo…e fatti abbracciare”.
Lo strinsi a me esibendo il sorriso migliore che mi riusciva in quel momento. Quanto durò quell’abbraccio non lo so. Secondi che sembravano ore.
Dietro di noi la seconda meta della nostra squadra. L’esultanza di tutta la tribuna. Dodici a zero. Non aspettai nemmeno il calcio e mi buttai lungo il sentiero che collegava il centro sportivo alla città. Lo zaino sulle spalle pesava del suo contenuto pericoloso. Ragionamenti frenetici. Composi il numero di Barbara e subito dopo quello di Roberto. Dissi poche parole, le stesse, a entrambi e chiusi le telefonate velocemente. Proseguii con passo deciso.
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[Tempo: 4 gennaio, pomeriggio, ore 17.30/19.00]
[Luogo: città italiana, esterno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano); Giorgio (maschio, 45 anni, italiano)]

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