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Una storia da raccontare / 13.

In Una storia da raccontare on marzo 10, 2014 at 5:45 am

tumblr_mxxei8bcJG1qzh19go1_500Nel pomeriggio Irene curò la ferita di Roberto. Nell’ufficio c’era un piccolo kit di pronto soccorso. Più tardi avrei portato altri generi di prima necessità trovati in città. Sarebbero certamente serviti.
La ferita non era profonda e il sangue perso non troppo. Irene l’aveva coperta con una fasciatura ben stretta, dopo averla disinfettata e cucita con pochi punti. Aveva aiutato Roberto a mettersi a letto, dove si era addormentato immediatamente.
Prima di andarmene le avevo detto che l’avrei contattata dopo l’incontro con Giorgio, e così feci. Mi era stato confermato che per il momento né Barbara né Giulia erano state chiamate per essere interrogate, fatto questo che mi faceva supporre non fossero state collegate neppure agli omicidi. Almeno questo speravo in cuor mio. Dal mio cellulare inviai un’e.mail a Irene dicendole di contattare Barbara e Giulia, invitandole a venire alla fabbrica quella sera. Avremmo dovuto concordare una linea comune da tenere, come sempre avevamo fatto.
Irene compose il numero. Barbara rispose immediatamente. Lavorava in una galleria d’arte, in uno dei quartieri più ricchi della città e nei suoi pomeriggi liberi gestiva la scuola di italiano che anni prima avevamo aperto in Centro Sociale. In cinque anni dentro quelle aule avevano studiato circa trecento tra ragazzi e ragazze, provenienti da ogni angolo del mondo. Barbara si era trasferita anni prima da un’altra città del nord Italia, dove gestiva – con gli stessi ottimi risultati – un progetto simile di insegnamento della lingua italiana.
“Pronto…Irene, dove sei?” – disse sottovoce con tono preoccupato – “Ho impiegato un’ora e mezzo per arrivare in ufficio questa mattina. Posti di blocco ovunque, poliziotti in ogni via. Stai bene?”
“Sì, va tutto bene.” – rispose Irene, cercando di far sembrare vere le sue parole – “Sono al sicuro. Ho bisogno di vedere te e Giulia questa sera. La situazione è complicata, la pressione alta.”
“Come stanno gli altri? Sai qualcosa di loro? Li stanno cercando dappertutto, non ho mai visto una cosa del genere. Sembra di essere in guerra. Ogni cinque minuti si sente il suono di una sirena. Non ho mai visto una tale concertazione di armi in città.” – disse, preoccupata Barbara.
“Stanno bene, ci saranno anche loro stasera. Tu sei riuscita a capire quali saranno le prossime mosse di chi li sta cercando?” – chiese Irene, con una certa frenesia, che non riusciva a trattenere.
“Le informazioni sono frammentarie. Non si capisce come si stanno muovendo. Di certo abbiamo gli occhi di tutta Italia puntati addosso. Ci sono TV internazionali che hanno piantato le loro antenne in centro città e trasmettono 24 ore su 24. Il cerchio si sta stringendo, e vorranno dare qualcuno alla gente da sbranare.”
“Cercheranno di arrestare qualcuno, qualunque sia il suo coinvolgimento.” – disse lentamente Irene – “Chiuderanno ancora di più gli spazi di movimento per noi.”
“Ho parlato con i ragazzi del Centro Sociale, sono preoccupati. Abbiamo deciso insieme di interrompere le iniziative per il momento e di concentrare l’attenzione sulla difesa dello spazio in caso di attacco diretto. Fino ad ora nessuno si è fatto vivo nessuno.” – proseguì Barbara – “Ti devo lasciare e tornare al lavoro. Stasera saremo da voi, spero con informazioni fresche.”
“A più tardi Barbara. State attente.” – sospirò Irene. I suoi sospiri davano spesso il giusto peso della situazione. Più erano frequenti e profondi, più segnalavano un clima di crescente tensione. Erano sospiri che potevano essere solo accennati o più intensi, con la bocca rivolta verso l’alto, a spostare appena la frangia che le cadeva sulla fronte.
Riattaccò e guardò Roberto che si stava alzando lentamente dalla branda.
“Come va la ferita?”
“Bene. Non sento dolore.” Sorrise, appoggiando un piede a terra.
Irene sorrise. “Molto bene, non era niente di che.”
“A. è ancora fuori?”
Irene scosse la testa in maniera affermativa. “Da un paio d’ore non lo sento, da quando ha incontrato Giorgio. Tornerà qui in serata, con Barbara e Giulia.”
“Ho rivisto nel sonno tutto quello che è successo ieri. Gli spari, la corsa, il freddo, il sangue.” le disse Roberto.
“Il tuo sonno era agitato. Ti è salita la febbre e dalla tua fronte scendevano gocce di sudore ghiacciato.”
“Credo che ci sia qualcosa che non riusciamo ad inquadrare di questa storia. Il pacco, il nastro registrato, la scena di ieri notte. Sembrano condurre direttamente al vertice di chi gestisce l’ordine pubblico. Ma ci sono altri dati che mi dicono che c’è di più.” – spiegò Roberto – “Credo siano coinvolti in tanti, a vari livelli. Non so di chi possiamo fidarci. Credo che non siamo di fronte a un serial killer o ad un gruppo di mitomani. La rete è ampia, si allarga in maniera difficilmente immaginabile. E’ trasversale e credo includa anche degli insospettabili.”
“A. mi ha raccontato degli uomini che vi hanno sparato. Mi ha descritto il silenzio del quartiere attorno a loro mentre picchiavano quell’uomo. La tranquillità con cui sono saliti in macchina all’arrivo della Nuova Guardia. Il buio che è calato sulla loro presenza già dal giorno dopo. Dei fantasmi, in una città in mano a fantasmi altrettanto pericolosi. Dare volto a quelle persone sarebbe il primo passo, fondamentale.”
Roberto prese un sorso di birra che si era versato in un bicchiere di plastica. Si bagnò le labbra e i baffi neri. “Ho paura di scoprire chi sta dietro quegli abiti scuri. Non erano agenti, non era la Nuova Guardia. Erano ragazzi giovani. Motivati. Disposti a tutto.”
“Abbiamo ulteriori nemici alle porte?” – chiese Irene – “Capaci di darti fuoco mentre dormi o di spararti alla schiena? Fino a quando non vedrò in questa stanza gli altri non sarò tranquilla. Ho paura li trovino. Mentre dormivi mi sono ritrovata a pregare un Dio in cui non ho mai creduto, un Dio tutto mio al quale per una volta ho chiesto sostegno.”
Roberto la strinse a sè proprio mentre due lacrime le scendevano sulle guance. Il suo viso si segnava immediatamente. Roberto le accarezzò i capelli che cadevano lisci, quasi a sfiorare le spalle. Il silenzio era rotto dai suoi singhiozzi. Vederla piangere era sempre stato per me un supplizio, una tortura. Potevo essere felice di non essere in quella stanza, in quel preciso momento. Non lo potevo essere altrettanto pensando a quanto avrei voluto – e dovuto – essere io al posto di Roberto, in quell’abbraccio a sostegno di Irene. Troppe volte mi ero fatto trovare distante da lei quando invece sarebbe stato importante che io ci fossi. Questa era solo l’ultima di quelle innumerevoli occasioni, la peggiore di tutte.
In quel preciso istante dei passi frettolosi salivano i gradini della palazzina.
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[Tempo: 4 gennaio, pomeriggio, ore 19.30/21.00]
[Luogo: città italiana, periferia, interno]
[Personaggi: Irene (donna, 29 anni, italiana), Roberto (maschio, 35 anni, italiano)]

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