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Lì dove la rappresentanza frana…

In Ponti di vista on marzo 19, 2014 at 9:54 am

city_pict5aSu Pontidivista in questi ultimi due anni e mezzo ho scritto di un po’ di tutto, provando a interpretare in modo non banale ciò che mi succedeva attorno. Lo ho fatto sempre – almeno lo spero – rinunciando alla presa di posizione semplice, aggiungendo (quando mi riusciva) qualche sfumatura a dibattiti spesso molto schiacciati su posizioni fortemente polarizzate tra loro. Ho tentato, con risultati ambivalenti, di incoraggiare riflessioni che non si limitassero a dire “io sto con…” ma si proponessero di favorire l’incontro e lo sguardo lungo. Ho concentrato in particolare la mia attenzione, per passione e per minima “competenza”, sui temi della politica, in tutte le sue declinazioni. In questi ultimi giorni mi sono astenuto, per così dire “per eccessivo spaesamento”, dal commentare tre argomenti di stretta attualità, ma oggi – dopo alcuni giorni di febbre alta – credo di aver trovato il filo rosso che li unisce. Un filo neppure troppo sottile, che molte volte ho maneggiato in questo blog, su cui vale la pena soffermarsi un’altra volta a riflettere: la generale crisi di ogni tipo di rappresentanza politica, e i tentativi – non sempre riusciti – di ridarle forma.

La battaglia contro i privilegi dei politici, ad esempio, sta alla rappresentanza come un corto circuito. E’ figlia di un’indignazione (giustificata, certo…sacrosanta) che ribolle in maniera scomposta, e porta con sè tutto e il contrario di tutto. Legittime richieste di uguaglianza si mescolano con i peggiori sentimenti, rischiando di diventare – pericolosamente – una cosa sola. Le rivendicazioni politiche si trasformano in fatwe morali (“Dovete darci il denaro, cazzo!”, “Vergogna, vergogna!”, “Restituite tutto alle persone oneste!”);  rancore e voglia di vendetta sono i veri catalizzatori della protesta. Una rappresentanza solo superficialmente inclusiva (tutta la gente in contrapposizione ai pochi privilegiati) che si nutre della costante necessità della dialettica noi/voi – ladri vs cittadini perbene, dentro e fuori il palazzo – che vive della ricerca costante di un nemico (in questo caso LA POLITICA tout court) di cui mostrare costantemente il volto più degradato, in cerca di un consenso, per così dire, di riflesso. Non è un esercizio nuovo, lo si chiami populismo o demagogia, ma neppure lo si può liquidare come atto lesivo (o peggio criminale) del buon nome delle istituzioni. Certo ha il fiato corto e dura fino a quando rimane alta la tensione della rabbia, fino a quando c’è combustibile ad alimentarla. E’ tentativo di intestarsi la “proprietà” sulla dimensione e sulla purezza popolare laddove un popolo coeso e pronto ad assumersi la responsabilità del cambiamento non si vede, e procede al contrario sfilacciato e stanco verso un futuro tutt’altro che chiaro. E’ rappresentanza usa e getta, utile fin che tira.

C’è poi la la rappresentanza per tentativi, esercizio che sembra essere particolarmente apprezzato dalla sinistra italiana. Ultimo capitolo: la saga di Tsipras, “Il Greco”. Il film ha trama già sentita. Appello di alcuni intellettuali che si richiamano all’esigenza (loro? di tutti noi?) di un “nuovo soggetto realmente di sinistra”. Seguono le firme (autorevoli e non…) che si accodano, la querelle sul ruolo dei partiti(ni) dell’area comunista, la disfida sui linguaggi e sulla necessaria radicalità della proposta, gli incontri romani, gli annunci di “una nuova fase costituente”, un pizzico di giustizialismo, le prime crepe, qualche “intervista divisiva”, i primi abbandoni, il “ritorno a parlare di cose concrete, oltre le polemiche”, il nodo del simbolo, le speranze, i fluenti discorsi programmatici, l’attesa rinascita, il duro confronto con la realtà, il mesto ritorno al punto di partenza. Lì, dove normalmente è alla fase di limatura degli ultimi dettagli il successivo, fondamentale, appello da sottoscrivere.
Di tutta questa storia – di cui ho volutamente esasperato i contorni – il problema non sta nel candidato Tsipras o nel rifarsi all’immaginario di una Grecia che tanto aiuterebbe a riprendere per mano l’Europa per un nuovo viaggio condiviso, ma nella maniera in cui si pensa che, per proprietà transitiva, ciò che è riuscita a fare Syriza in Grecia attraverso un capillare lavoro di ritessitura delle relazioni sociali e politiche, possa avvenire tal quale qui in Italia in soli tre mesi, in una forma quasi esclusivamente elettorale. Dentro la sfida, da equilibristi esperti, di far convivere Casarini e Flores D’Arcais, i No Tav e i rimasugli del dipietrismo, Sel e Ferrero. Una vera tragedia, in questo caso non greca.

Per ultima parlo di quella che potremmo chiamare rappresentanza confusa. Sto parlando ovviamente del PD – in questo caso trentino – alle prese con le  recenti primarie. C’è qualcosa che non funziona in un partito che utilizza le primarie come strumento principale di partecipazione alle decisioni e si trova (dopo cinque chiamate alle urne in pochi mesi) a dover constatare che alle consultazioni per eleggere il proprio segretario/a “del cambiamento” hanno partecipato solamente 7.717 persone, pakistani (e siano i benvenuti!) inclusi. Meno della metà rispetto al 2009, e dopo aver chiesto un mese in più rispetto alla scadenza nazionale per preparare meglio l’appuntamento.  E non è tanto il dato numerico a fare impressione, quanto la difficoltà di prenderne atto e agire di conseguenza. Ancora oggi la discussione, tutta interna come d’altronde l’intera campagna elettorale, è incentrata sul definire chi ha vinto – faticando a trovare il bandolo della matassa – laddove un’affluenza così bassa dovrebbe spingere a interrogarsi sulla stessa rappresentatività di un dirigente eletto con soli 2.500 voti. Non sarebbe forse meglio adesso (in ritardo) spostare l’obiettivo, magari rendendolo comune alle innumerevoli componenti del partito, verso la ridefinizione del suo ruolo dentro un contesto decisamente cambiato? Ne parlava bene Michele Nardelli nei giorni scorsi, in un testo che condivido in pieno. Non avrebbero aiutato due mesi di attività – a squadre/liste mischiate – sul territorio, senza troppi simboli o proclami, in una fase di ascolto attento e curioso, certamente difficile? Il PD (nel bene e nel male) ha dimostrato i suoi limiti e le sue potenzialità, e da questi dati dovrebbe ripartire, ricavandosi uno spazio di riflessione su cosa vorrà essere, fuori dall’autoreferenzialità nominalistica e gruppettara che lo ha caratterizzato negli ultimi anni, esclusiva per definizione. Una risposta alla crisi della rappresentanza di cui ho parlato fin qui, oppure uno dei tanti soggetti a soffrirne la crescente gravità? Ad oggi la risposta non è ancora data.

f.

*Immagine di Alexey Titarenko, “City of Shadows” (1992/1994)

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