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Demain c’est loin…

In MP2013 - Una piccola inchiesta., Ponti di vista on marzo 27, 2014 at 6:28 pm

“Il domani è lontano…”. Così canta IAM, uno dei gruppi rap più famosi di Marsiglia. L’esatto contrario di quanto dice Marine Le Pen, il giorno dopo il clamoroso successo ottenuto nelle elezioni municipali francesi. “Il futuro è adesso” afferma la leader del Front National, che raggiunge nella città di Jean-Claude Izzo addirittura il 23%, superando il candidato socialista e arrivando – con grandi aspettative – al secondo turno, che si terrà domenica prossima. Marsiglia resta a destra, ma soprattutto conferma la forte crescita del FN, che pure qui aveva già un certo radicamento e negli ultimi anni un costante risultato a due cifre.La Le Pen rivendica la rottura dello schema destra/sinistra, sostituito da una piú moderna (qualcuno direbbe populista) divisione tra basso ed alto, tra popolo ed elité.

Lungi dall’accettare questa semplificazione – che tra le altre cose sembra non prendere in considerazione che metà di quel popolo a votare non ci va più – credo valga la pena di rifletterci un po’. Il tema di fondo, che mi renderà noioso perché ricorrente su questo blog, è sempre lo stesso: la rappresentanza e la necessità di un suo ripensamento. Il FN (così come – in modo diverso – il M5s in Italia) ha saputo miscelare una serie di argomenti che – orizzontalmente – sanno intercettare sensibilità molto diverse tra loro e fanno leva su un generale malcontento nei confronti della politica. Ai classici argomenti securitari e fortemente identitari – con venature apertamente razziste e xenofobe – si sono aggiunte tematiche economiche e sociali che, seppur spesso dozzinali nelle loro analisi, rappresentano un terreno comune per un elettorato ampio e trasversale.

Solo pochi anni fa un panorama di questo tipo sarebbe stato inimmaginabile, ma non credo – come sottolineano in molti – che il fatto scatenante sia stato esclusivamente lo “sdoganamento dei fascisti”, sarebbe un’interpretazione troppo semplice e persino autoassolutoria. La situazione che fotografano le elezioni francesi è quella di un crescente sfarinamento della compattezza ideologica che sfocia in quello che più volte ho descritto come un clima di totale spaesamento politico. E’ lì che Marine Le Pen costruisce un consenso che straborda dai confini delle vecchie categoria dell’estrema destra, e per questo disorienta. E’ nello stesso contesto che – ai confini della schizofrenia – il M5s viene corteggiato un giorno dallo stesso FN e il seguente dalla Lega e da una delle figure di spicco della Lista Tsipras. E’ dentro questa rappresentanza liquida – quasi gassosa se si pensa a quanti ne rimangano totalmente esclusi – che alcuni (la Le Pen, Grillo, e pochi altri) hanno costruito il loro successo; con linguaggi e programmi spregiudicati e dalla forte presa umorale. Recupero della sovranità nazionale, uscita dall’Euro, critica feroce al sistema bancario e della tecnocrazia oltre che alle politiche dell’austerity. Il naturale “condimento” a questo clima di confusione – caratterizzato dal dominio del tempo presente, con la dimenticanza del passato e l’assenza del futuro come conseguenze – è un mix di diffidenza, rancore, egoismo e aggressività. Non certo i sentimenti più adatti per dover scegliere, tra poco meno di due mesi, i propri rappresentanti in Europa e, indirettamente, la strada che vorrà intraprendere nei prossimi anni l’Unione Europea, e con lei la sua fragile comunità. Si può decidere di rispondere alla montante “onda nera” per opposizione, come se alzare il vessillo dell’anti-qualcosa oggi servisse ad arginare chi meglio di tutti sa rappresentare la politica dell’anti-tutto. Si rischia di essere spazzati via, magari potendo vantarsi (magra consolazione) della propria coerenza ideologica. Oppure, dicendosi preoccupati per tale deriva, si può credere – come dice Matteo Renzi – “è la crescita l’antidoto ai populismi”. Sempre che la crescita arrivi e, soprattutto, sia davvero l’uscita auspicabile dalla crisi. Ne dubito.

C’è poi una terza ipotesi che riguarda il completo cambio dei paradigmi che fino ad oggi abbiamo conosciuto, in nome non tanto di un inseguimento ossessivo del nuovo, quanto nell’ottica di una riconsiderazione completa di ciò che siamo e di ciò che vorremo essere. E’ una scelta che presuppone la capacità di navigare nel mare tempestoso della liquefazione della rappresentanza politica, sociale e culturale. E’ la strada intrapresa nell’ultimo anno da Papa Francesco. Segnale paradossale questo, se si pensa soprattutto che nasce all’interno di un’istituzione che ha fatto della solidità delle proprie tradizioni e dei propri insegnamenti i fattori principali di una stabilità millenaria. Credo che la sua propensione al cambiamento, la sua tendenza all’allargare lo sguardo, la sua curiosità nel leggere con attenzione la complessità del nostro tempo sia significativa per comprendere le coordinate della sfida che ci aspetta. Siamo pronti? Non si direbbe, eppure non ci sono molte altre possibilità se non quella di un forte scarto di pensiero, che alla rivendicazione di sovranità privilegi la condivisione, che alla tensione al voler sopraffare l’altro contrapponga la mediazione dei conflitti, che ai rapporti di forza preferisca i rapporti e le relazioni in quanto tali, che alla difesa dei propri interessi anteponga la messa in comune di problemi e opportunità, dubbi e idee. E ancora smussare gli angoli vivi delle identità, scalfire l’aspetto monolitico dei particolarismi, allargare i confini del sentirsi parte di un’unica comunità umana che o descrive un proprio destino comune oppure non è, e mai sarà.
Questo nuovo corredo “valoriale” e di obiettivi ambiziosi – tutt’altro che scontato, almeno per il momento – è per me l’unico che oggi sappia davvero farsi carico di un rinnovato slancio collettivo per uscire dal campo infangato dentro il quale la politica (e non solo quella, se vogliamo essere sinceri) ha deciso di precipitare. E’ ugualmente evidente che non sarà sufficiente impegnarsi solo in prospettiva della prossime elezioni europee, se non si deciderà di lavorare costantemente alla costruzione di un nuovo modo di guardare al mondo e al suo futuro. Per fare sì che il domani risulti un po’ meno lontano…

f.

P.S. Le contraddizioni di Marsiglia – multietnica e mediterranea certo, ma allo stesso tempo ruvida e difficile – balzano agli occhi brutalmente se ci si sforza di scavare un po’ dentro le pieghe di una città dalle mille facce. E’ quello che ho provato a fare con un documentario il cui montaggio si concluderà tra qualche settimana. Nelle interviste – raccolte durante il 2013, anno in cui Marsiglia è stata Capitale europea della cultura –  si percepisce da un lato un senso generalizzato di disillusione (un marsigliese su due non ha votato) e dall’altra la preoccupazione nel vedere il FN raccogliere consensi anche negli arrondissement più periferici e poveri, e anche nelle comunità di immigrati di seconda generazione. Laddove le problematiche economiche e di coesione sociale sono più forti – così è per le cités marsigliesi lontane dal centro città riqualificato da MP2013 – e la politica mette in mostra il suo volto peggiore (corrotto e disattento dove non è assente), più facile è sentirsi scivolare dentro quello spaesamento che prima ho cercato di fotografare. In questi contesti il Front National ha buon gioco, così come fenomeni marcati di razzismo, criminalità ed emarginazione.

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  1. […] la vita non sono i 100 metri. Ma, come canta una band di Marsiglia, “Demain c’est loin“. La vita non è costantemente fatta di rapidissimi momenti al massimo dell’intensità […]

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