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I limiti dell’estetica del conflitto…

In Ponti di vista on aprile 21, 2014 at 6:47 am

tumblr_lfb8xlnYaN1qc4z8to1_500“Si applaudono soltanto i luoghi comuni, mentre sarebbe il caso di coltivare l’atrocità del dubbio”
– Pier Paolo Pasolini –

Sabato scorso (12 aprile, o #12A) ero a Roma, ma non in piazza a manifestare. Ero allo zoo con mia figlia, distratto dal costante ronzio degli elicotteri della polizia che dall’alto presidiavano la città. Con un occhio seguivo l’evolvere della situazione – raccontato dai social network – con l’altro controllavo le fughe di Petra e la guidavo alla scoperta di leoni ed elefanti.  Non mi ha stupito il verificarsi puntuale degli scontri di piazza, conclusione che in un certo senso “sta bene” a tutti, perché parte di una liturgia di cui sembra non si possa fare proprio a meno. Testimonianza ne sono i commenti dei giorni successivi, che – da un lato e dall’altro – fotografano la situazione con parole e interpretazioni che hanno l’insipido gusto di un copia/incolla che almeno da qualche decennio caratterizza la storia del nostro paese. Accuse reciproche, interviste ai “protagonisti”, difese accorate delle proprie ragioni e – immancabili – le tradizionali analisi che annunciano una nuova fase costituente di mobilitazioni capaci di animare il conflitto sociale del nostro paese. Ricordate bene questo verbo, ci torneremo poi.
Tra i vari commentatori (più o meno onesti intellettualmente) il più lucido mi è sembrato Marco Bascetta, in un sincero editoriale pubblicato dal Manifesto. La stessa franchezza, che  viene utilizza per riflettere attorno alla retorica del conflitto, servirebbe per raccontare l’errata gestione dell’ordine pubblico, evidentemente fuori controllo e colpevole di ripetute violenze nei confronti dei manifestanti.

La fotografia della realtà però non e sufficiente se non è accompagnata da un ragionamento rivolto al futuro. Il conflitto, è bene ricordarlo, non è per definizione né positivo né negativo. Laddove non è gestito produce spesso esiti nefasti. E’ importante capire soprattutto che nessuno se ne può intestare la paternità.  Non esistono insomma animatori (o generatori) dei conflitti così come, all’opposto, nessuno può permettersi di negarne l’esistenza o di sentirsi escluso da un ragionamento approfondito sulla loro genesi e possibile soluzione.
I conflitti sono, sono stati e certamente saranno. Nascono lì dove si incrociano (e spesso scontrano) interessi diversi. Crescono, si trasformano, esplodono oppure si placano a seconda di come interagiscono tra loro i protagonisti del conflitto stesso. Sono attorno a noi, e assumono di volta in volta aggettivazioni diverse. Ambientale, generazionale, religioso, etnico, eccetera, eccetera, eccetera. Emergono, diventano visibili, trovano una propria rappresentazione. I fenomeni della globalizzazione di inizio millennio – e prima ancora la corsa forsennata del Novecento – non hanno fatto altro che ampliare i confini dei conflitti possibili, facendoci sentire spesso inermi di fronte alle loro dimensioni e alla loro complessità. Ciò che accade nelle nostre città e nei territori a noi più prossimi è sempre più collegato a ciò che si verifica a migliaia di chilometri di distanza. Siamo nell’epoca – mi rendo conto di dire una banalità – dei conflitti globali, che a cascata interessano le nostre vite in ogni loro sfumatura.


Il limite della manifestazione di Roma, e di tutta un’ipotesi movimentista che per diverso tempo ho sostenuto, non sta nell’accettare – lì dove si renda necessaria – la possibilità di arrivare allo scontro, ma nell’interpretazione (limitata e limitante) che in quella pratica si possa riassumere l’intera dimensione del conflitto. E’ da questa errata sovrapposizione che l’estetica del conflitto – tutta dentro una contingente necessità di fare – prende il sopravvento sulla buona pratica dello stare dentro i conflitti, che si pone l’obiettivo ben più ambizioso di trovare gli spazi utili per la mediazione. Non c’è nulla di più rivoluzionario, in un mondo che vive alla costante ricerca di nuovi nemici, di impegnarsi nel tentativo di costruire buoni compromessi per la costruzione di una sana convivenza e di sperimentare “larghissime intese” in nome di prospettive comuni per settori sempre più ampi della società. Certo, per muoversi in questa direzione, bisogna credere che una mediazione sia in ogni caso possibile, anche se di fronte abbiamo il nostro peggior nemico…

f.

P.S. Sul tema nei prossimi mesi si potrà trovare nelle librerie un testo scritto dal Prof. Ugo Morelli, dal titolo “Conflitto generativo”, di cui consiglio la lettura.

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