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Un murales non è per sempre…

In Ponti di vista on maggio 1, 2014 at 11:26 pm

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Il primo colpo di piccone al murales di via Dogana lo darei volentieri io. Magari insieme a Omar e Jordi, i due amici/artisti che nel 2008 (davvero? quanto tempo…) lo hanno realizzato. Se possibile, in tutta sincerità, lo avrei già fatto un paio d’anni fa. Vorrei essere io a colpire per primo la superficie colorata, perché non sopporterei fosse la mano anonima di un operaio ad abbattere – con freddo distacco – quel muro, così come già successo all’ex Zuffo e all’ex Studentato Mayer, altri luoghi precedentemente occupati a Trento. L’autonomia è tutto, anche quando si tratta di demolizioni. Credo si capisca che non sarò tra quelli che promuoveranno petizioni per la tutela del grande orso disegnato in via Dogana, anche perché non credo che un “museo” sarebbe il luogo adatto per la sua conservazione. Allo stesso tempo sono assolutamente convinto non sarebbe sufficiente decidere di preservarlo perché divenuto nuovo simbolo di “promozione turistica” per la città o come cartolina di benvenuto per i viaggiatori che arrivano o partono alla stazione dei treni. Il murales realizzato sulla facciata del fu centro sociale Bruno è un’opera dal forte valore politico, e solo tenendo in considerazione questo dato si può valutare la sua destinazione. Politica nel suo senso più nobile del termine: raffigurazione grafica di un progetto, idea rappresentata di futuro, legame e dialogo con la propria comunità. A distanza di anni la pittura comincia a subire l’usura del tempo, delle intemperie e di un certo disinteresse generale; così come parallelamente è sbiadito (o almeno cambiato per messa a fuoco delle questioni da affrontare, per approccio o linguaggi) il contesto nel quale il murales aveva preso forma. E’ finita una fase e ora l’orso sembra essere un po’ spaesato, abbandonato a se stesso, orfano di un clima politico e sociale che ben si adattava al messaggio che riusciva ad esprimere.

Il significato più vero del murales non sta certo nel pugno chiuso – un particolare, forse addirittura fuori tema, in un angolo marginale – ma in una metaforica mano aperta e rivolta alla città, nell’interesse rivolto al proprio territorio (le montagne, il richiamo alla storia dell’orso fuggiasco), nel riferimento all’Autonomia e ad una sua possibile, interessante, nuova interpretazione.
Il murales é la fotografia fedele di un determinato periodo – decisamente entusiasmante per il centro sociale – caratterizzato da un generale e diversificato consenso (diverso dall’accettazione, o peggio dalla sopportazione) che andava oltre gli steccati dell’identità e contagiava vari segmenti della città, incuriosita anche da quella grande parete multicolore.
Un tempo complesso che faceva della propensione alla ricerca di nuove alleanze (non banali o tattiche) e di  una spiccata propensione all’incrocio di differenti sguardi i propri tratti predominanti. Uno stile – quello del murales e dell’azione politica del cs Bruno – che ha rappresentato una vera e propria anomalia; che sapeva superare i confini del movimentismo non perdendone la freschezza, che provava a dialogare con la politica istituzionale (anche in maniera ruvida, se necessario) provando a condividere però anche percorso nuovi di governance delle questioni cittadine, che sapeva attraversare le scene musicali locale e internazionale diventandone un riconosciuto punto di riferimento culturale, che si interessava di ciò che gli accadeva intorno e sapeva far interessare le persone a ciò che vi si produceva all’interno. Un’anomalia che ha commesso naturalmente errori (ne sono pienamente consapevole io, che ne sono stato uno degli animatore) ma che rappresentava un laboratorio politico che oggi non c’è più. Un’anomalia che è stata consapevolmente chiusa – e dimenticata -, per rientrare nei binari di prospettive (o atteggiamenti?) apparentemente più ribelli e conflittuali, forse più comprensibili dentro gli schemi classici destra/sinistra o radicalità/moderazione, certamente più comodi.

L’orso di via della Dogana oggi non rappresenta più nulla, e ogni giorno che passa perde un ulteriore pezzo della sua magia, oltre che mille piccole schegge di intonaco. Perché non organizzare allora una grande festa per l’abbattimento del murales, con musica e fuochi d’artificio. Una volta a terra, chi vorrà potrà prendere un pezzetto di quel meraviglioso dipinto per portarlo a casa, tenendo dentro di sé la memoria dell’opera intera. In questa maniera – a mio avviso – si vedrebbe rispettato il messaggio originale del grande orso che fece emozionare Trento…almeno per un po’.

f.

 

 

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