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Marsiglia, Europa, Mediterraneo

In Occhi sul mondo, Ponti di vista on maggio 12, 2014 at 1:27 pm
Marsiglia - La belle de mai

Marsiglia – La belle de mai

Una settimana fa si concludeva la scuola di formazione “Territoriali ed europei”. Durante l’ultima sessione si è chiesto ad ognuno dei partecipanti di scrivere un piccolo racconto che riguardase l’Europa e che ne descrivesse una sfumatura, una particolarità. Io ho scelto di parlare della “mia” Marsiglia, proprio nei giorni in cui concludo (finalmente) il montaggio del documentario “Marsiglia plurale. Comunità, città, culture” che verrà presentato il prossimo 22 maggio alle 20.30 a Trento, presso lo Studio fotografico di Matteo De Stefano. Intanto ecco la mia breve narrazione.

Mi chiamo Ahmed, e sono nato 14 anni fa a Marsiglia. Mio padre è partito dal Marocco nel 1975 e dopo aver vissuto per qualche anno in Italia è arrivato qui, all’ombra di Notre Dame de la Garde. Insieme alla mamma gestisce un piccolo bazar all’interno del mercato di Noailles. Non si fanno grandi affari, dicono, ma basta per le nostre esigenze. Abitiamo nel quartiere Picon-Busserine, nella prima periferia marsigliese, in un enorme condominio di dodici piani. I giornali chiamano questa zona banlieau, e dicono sia particolarmente pericolosa. Non è certo un bel posto, ma io ci sto bene. Questa mattina a scuola – un prefabbricato basso e grigio, piuttosto brutto da vedere – l’insegnante ci ha chiesto di esporre la nostra idea rispetto all’Europa. Tra qualche giorno, ci ha spiegato, i vostri genitori voteranno per eleggere i loro rappresentanti all’Europarlamento. Inizialmente mi è sembrato un compito decisamente difficile e ad essere sincero anche piuttosto noioso, poi ho pensato che avrei potuto raccontare la storia del tetto. Ho cominciato a scrivere.

La mia famiglia – insieme ad altre del nostro palazzo – si da spesso appuntamento sul tetto piatto del condominio, per quelle che potremmo definire delle piccole feste di quartiere. Quel tappeto di catrame e sassi è la nostra spiaggia e il nostro campo giochi. Lì piantiamo gli ombrelloni e accendiamo il barbecue. Quello è anche il momento – tra una birra e un pesce arrostito – in cui nostro padre esprime il suo credo politico. Si accende, sotto il sole caldo della tarda primavera marsigliese, e inizia il suo monologo. Grida contro il sindaco corrotto, il Presidente Hollande e le sue scappatelle. Sembra avercela con tutti i politici. Se la prende con gli immigrati arrivati negli ultimi anni, anche quelli che vengono come noi dal Marocco. Dice che non fanno nient’altro che spacciare droga e spararsi per strada. Prosegue, nel massimo del suo fervore, dicendo che se ne sarebbe andato da quell’Europa di merda e con i soldi che aveva guadagnato avrebbe ricominciato da zero, di nuovo in Marocco. Conclude annunciando che alle elezioni avrebbe votato convintamente Marine Le Pen. Io non capisco tutto di quello che lui racconta, e spesso a metà dei suoi interventi recupero il mio bicchiere di Coca Cola con cannuccia e vado a sedermi sul cornicione guardando verso sud, verso il mare.

Da lì posso vedere quella che per me è l’Europa, o almeno quello che per me questa parola significa a Marsiglia. Con le gambe a penzoloni osservo la città. Il campetto dove gioco ogni giorno a calcio con Francois, Giuseppe, Kim e John. Il porto, uno dei miei luoghi preferiti, dove corro appena possibile a guardare i mercantili che partono e arrivavano da Napoli, Algeri, Tunisi o Palermo. Il mar Mediterraneo che attira costantemente la mia curiosità, che mille cose mi ha raccontato e altrettante ancora custodisce. 
Le gru di rue de la Republique, la strada dove sono nato ma dal quale sono stato cacciato – ancora piccoletto – dai tecnici del progetto Euroméditéranee, persone che avevano il compito di svuotare l’appartamento nel quale i miei genitori abitavano dal giorno del loro arrivo in Francia. Era bella quella casa, la ricordo con piacere. Ricordo anche il giorno in cui ci hanno lasciato per strada, dicendoci che non dovevamo più tornare lì
.
Dall’alto della mia postazione posso vedere la porta metallica del garage che mio fratello maggiore “gestisce” insieme ai suoi amici. Mi dice di non farne parola con mamma e papà, ma io sono certo che loro conoscano bene quel loro segreto. Li vedo entrare e uscire con grandi e pesanti pacchi, soprattutto quando cala il buio nel quartiere. Lui mi spiega che vende sigarette, perché non riesce a trovare altro lavoro, ma a me sembra che il suo mercato sia un po’ più ricco e variegato. Si vanta di essere molto conosciuto a Marsiglia per la qualità dei suoi prodotti.
Poco più in là c’è il ristorante di zia Meriem, cuoca meravigliosa che aveva deciso di arricchire il suo menù con ricette proveniente dai paesi di origine degli abitanti del quartiere. Mangiare da lei significa intraprendere un viaggio nel Mediterraneo, tra un antipasto ed un primo piatto di pesce, tra un dolce speziato ed un vino biologico. Io sono ghiotto di ogni cosa esca dalla sua cucina, e chiedo sempre a mamma di poter stare da lei per pranzo. Mi sento fortunato.

Dal tetto di casa riesco a vedere la Marsiglia più autentica, il mio personalissimo pezzetto d’Europa. Non perfetta, ma un posto dove mi piace abitare. Io non voglio rientrare in Marocco. Non ci sono mai stato e capisco a malapena l’arabo. Per me l’Europa è quello che posso incontrare ogni giorno per le strade della mia città, tra i banchi della scuola, quando qualcuno mi accompagna a vedere una partita dell’OM. L’Europa è il mio futuro di bambino dalle tante identità mescolate, di abitante di una città con 2700 anni di storia mediterranea alle spalle, di essere umano che non sentendosi né marocchino né francese ha bisogno di un mondo con meno confini per sentirsi a proprio agio. L’Europa per me è una speranza che merita di essere coltivata.

f.

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