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Una storia da raccontare /15.

In Una storia da raccontare on maggio 28, 2014 at 9:44 am

3757570914_05eba6e592_oLa sensazione era che fossero in due a salire le scale. Passo frettoloso, reso ancora più rumoroso dai vetri rotti e dai calcinacci di cui erano ricoperti i gradini. La struttura della fabbrica era fortemente compromessa e la spessa coltre di neve che pesava sul tetto non ne favoriva l’equilibrio.
Quelle scale venivano usate solo da chi era a conoscenza dell’ufficio. Gli spazi occupati dagli altri abitanti erano altrove. Chi saliva le scale doveva certamente venire verso quella stanza. Calò il silenzio.
Irene si spinse contro il muro, sul lato opposto rispetto alla porta. Roberto appoggiò la mano sulla maniglia metallica, aspettando che venisse aperta da un momento all’altro. I passi si fermarono e l’unica cosa che rimaneva in movimento era il denso fumo del respiro che il freddo faceva uscire dalle bocche. Respiri lenti, d’attesa.
Roberto si sporse in avanti, a mettere peso sulla porta, temendo che qualcuno la spingesse catapultandosi dentro la stanza. Magari gli uomini armati della notte precedente, oppure la polizia che sicuramente li stava cercando. Il dolore alla gamba rimaneva forte, ma riusciva a stare in piedi. Non avrebbe offerto grande resistenza in caso di irruzione, ma era meglio di niente. Aspettava solo la spinta decisa che lo avrebbe scaraventato verso il tavolo al centro della stanzetta.
Secondi lunghissimi e alla fine un bussare leggero, educato. Roberto e Irene si guardarono stupiti. Irene fece segno di aprire e scivolò lungo la parete per essere dalla parte giusta rispetto alla fessura che si allargava lentamente. Voleva vedere subito chi si trovava sul pianerottolo. Si aprì uno spiraglio sottile, un vento freddo penetrò immediatamente gelandoli di nuovo.
Un ragazzo di una trentina d’anni, ricci neri e pelle olivastra, allungava il collo verso lo stipite della porta. Appesa a un braccio una borsa di plastica grigia, da cui spuntavano dei vestiti, attaccata all’altra mano una bambina con gli stessi ricci e la stessa pelle, con due occhi grandi a riempire il viso rotondo. Avrà avuto tre anni. Roberto non permise ai due di entrare immediatamente. Lasciò la porta socchiusa. La mano rimase sulla maniglia, il piede della gamba non ferita ben piantato a terra.
“Chi siete?” – chiese squadrando dall’alto in basso il ragazzo, che sembrava spaventato e confuso.
“Mi chiamo Yasser…” disse con voce insicura, come volesse dire altro.
Roberto lo interruppe. ” Che ci fate qui? Come ci siete arrivati?”. Lo stava fulminando con gli occhi, arrabbiato per il fatto che qualcuno fosse arrivato così vicino a loro. Se ci erano riusciti loro, perché non gli investigatori della questura e del ministero.
“So chi siete. Mia moglie vi aiutava alla scuola di italiano… – provò a dire – Abito in Santa Maria e vi ho visti ieri notte, ero alla finestra…”
“Perché sei qui?” ripeté con maggiore insistenza Roberto, facendo ulteriore pressione sulla porta.
“Ho visto tutto. Le botte, il vostro intervento, gli spari, la fuga… – riprese Yasser – Sono scappato subito di casa, dopo dieci minuti c’erano poliziotti in ogni palazzo.”
“Perché sei scappato?” incalzò Roberto, meno sospettoso e più curioso di qualche secondo prima.
“Falli entrare – disse Irene – Sediamoci…”.
Roberto da sempre era la persona più razionale, capace di fermarsi a riflettere senza lasciarsi trascinare dall’ansia di prendere una decisione. Al contrario Irene, assieme a Barbara, era molto più emotiva. Così, anche in quella occasione era il suo cuore che le diceva di aprire la porta. Roberto non sarebbe riuscito a dire no. Irene si sedette a capotavola, Roberto al suo fianco, gli altri nei posti rimasti vuoti. Prese dalla tasca della giacca due caramelle per la bambina e il tabacco. Si preparò una sigaretta e l’accese.
“Avete seguito Roberto e Federico per venire fin qui?” – chiese con tono tranquillo.
“Siamo rimasti fuori tutta la notte. Conosco questa zona, vista la direzione che avevano preso era inevitabile venissero qui – rispose Yasser, accarezzando la testa della figlia – Abbiamo dormito in uno dei capannoni della fabbrica, nessuno ci ha visti entrare.”
Irene sapeva che Roberto non era convinto di quest’ultima affermazione. Avrebbe sbottato bruscamente. Lo anticipò, passandogli il tabacco e riprendendo la parola.
“Qui siamo al sicuro, almeno per il momento. Più tardi ci racconterai cosa hai visto ieri notte e capiremo se la tua testimonianza ci sarà utile. Siamo nei guai fino al collo. Ora riposatevi…” – e indicò il letto nell’angolo.
I due si alzarono e abbracciati si distesero prendendo subito sonno. Rappresentava un segno di tranquillità, fragile ma importante.
Irene prese il telefono e mi chiamò. “Abbiamo un testimone. E’ qui, quando puoi raggiungici.”
“Ho un’ultima commissione per questo pomeriggio. Devo andare a trovare un vecchio amico. Poi sono da voi – risposi mentre camminavo – Stai attenta!”  aggiunsi, e chiusi la conversazione iniziando la salita innevata con passo deciso.

f.
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[Tempo: 4 gennaio, sera, ore 21.30]
[Luogo: città italiana, periferia, interno]
[Personaggi: Irene (donna, 29 anni, italiana), Roberto (maschio, 35 anni, italiano), Yasser (maschio, 32 anni, marocchino]

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