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Se l’arte del rammendare diventa un tema…

In Ponti di vista on giugno 18, 2014 at 9:46 pm

NicolasGrenier1Tema d’attualità o in ogni caso saggio breve, preferibilmente in campo socio/economico o storico/politico. Neppure quest’anno – con buona pace di Quasimodo – avrei avuto dubbi di fronte alle tracce dell’esame di maturità. O meglio, questa mattina avrei avuto solo l’imbarazzo della scelta. Riflettere dell’Europa nel secolo sfalsato che va dal 1914 al 2014 sarebbe stata una bella sfida, dovendosi interrogare su decisive differenze e pericolose assonanze. Avrebbe avuto senso anche provare a scrivere del come riuscire a globalizzare la responsabilità e – citando Papa Francesco – la solidarietà, nel tentativo di offrire un futuro al nostro Pianeta e ai suoi abitanti. Non di minor interesse era la traccia che chiedeva di esprimersi sulla dicotomia violenza/non violenza, argomento attualissimo dentro giornate i cui fatti di cronaca sollecitano riflessioni approfondite a proposito della banalità del male (o come la definisce Marco Revelli “malignità del banale”) e perchè no della banalità del bene, l’altro lato – non meno pericoloso – della medaglia dell’animo umano. Non avrei potuto fare a meno però di essere attratto dalla proposta di riflessione attorno alla città, alle sue periferie e all’opera che Renzo Piano ha definito di “rammendo” a cui siamo chiamati, necessaria di fronte alle ferite profonde che il tessuto urbano ha subìto soprattutto nel corso degli ultimi decenni. Mi sarei messo a scrivere senza pensarci troppo, così come ho già fatto diverse altre volte.

Avrei provato ad approfondire tre punti, da non addetto ai lavori ma da cittadino curioso e appassionato che rivolge lo sguardo alle problematicità della sua città, Trento.
a) Il cosa. Le periferie sono luoghi più difficili da descrivere oggi rispetto al passato. Oggi i margini della città non si identificano più solo con zone industriali dismesse (ex Sloi? ex Italcementi? via Brennero?) o con quartieri popolari lontani dal centro storico (Gardolo?). La periferia oggi va intesa come categoria complessa legata a doppio filo ad una serie di fattori che contribuiscono alla marginalizzazione di un determinato territorio: scelte urbanistiche sbagliate, impatto di flussi migratori o demografici, trasformazioni dei contesti economici o sociali, ecc. Da questo punto di vista non sono forse periferie che necessitano di ago e filo, oltre che di idee e coraggio, il quartiere deserto delle Albere (progettato dallo steso Renzo Piano…), la zona di S.Maria Maggiore e della Stazione,  l’intero complesso che ospitava la Facoltà di Lettere insieme al Parco S.Chiara? La periferia non è più soltanto una dislocazione geografica, in contrapposizione con il centro. E’ il degradarsi generale dello spazio urbano e delle dinamiche che lo animano. Una deriva a cui è importante opporsi.  b) Il come. La sfida legata al cosa fare discende direttamente dal chiarimento dei contorni del come farlo. Mai come oggi si respira un’aria nuova – migliore – nelle grandi città come nei piccoli comuni. Sono i cittadini stessi a sollecitare un ragionamento diverso rispetto alla riqualificazione dei quartieri, a dare forma a nuovi strumenti di cooperazione di vicinato e di sviluppo di comunità, a suggerire alle amministrazioni locali percorsi coraggiosi basati sulla sussidiarità. Sindaci, assessori, dirigenti comunali, architetti, urbanisti, sociologi, antropologi si confrontano oggi con gruppi di cittadini che animano le Social Street, con giovani che progettano applicazioni per la mappatura degli spazi abbandonati, con associazioni che si attivano per la manutenzione di parchi e il recupero degli orti urbani, con collettivi che occupano interi stabili in disuso. Sembra essere finita l’era dell’egoismo e dell’individualismo e il fare insieme diventa il vero valore aggiunto di questo nuovo clima collaborativo. c) Il perchè. C’è bisogno di una motivazione particolare per prendersi cura del luogo in cui si vive? Oggi le città sono il cuore pulsante dell’innovazione, dell’immaginazione, dell’incontro. Sono soprattutto dimensione di massima prossimità, di vicinanza, nella quale nessun cittadino può sentirsi totalmente estraneo, disinteressato. Sono lo spazio più adatto per sperimentare processi di condivisione che permettano ad ognuno di essere protagonista nella costruzione di quel concetto fondamentale – e allo stesso tempo scivoloso – che è il bene comune. Il “rammendare” – relazioni, paesaggi, architetture, servizi – non è quindi solo lo slogan che ha utilizzato Renzo Piano per descrivere un suo progetto meritevole ma è, più in generale, l’azione quotidiana che milioni di persone promuovono. Una vera e propria rivoluzione urbana che attraversa da nord a sud il nostro Paese, e non solo. La costruzione, lenta e difficile, di un nuovo concetto di cittadinanza.

f.

– Articolo pubblicato sul Corriere del Trentino il 20 giugno 2014 –

*immagine di Nicolas Grenier

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