trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Una storia da raccontare /16.

In Una storia da raccontare on giugno 18, 2014 at 8:05 am

takehikoNakafuji_tumblr_maue38Jgsz1ryrvdvo1_1280C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.
– Leonard Cohen –

Conoscevo bene la strada che conduceva alla sede dell’associazione TrentoBeneComune 2001. Lungo la scalinata veroso la collina che sormontava la città ero salito centinaia di volte. Una stradina ripidissima e piena di curve, che d’inverno diventava uno scivolo insidioso per chiunque la percorreva. Quanti ruzzoloni di bambini diretti alla scuola, che proprio in quel quartiere era stata spostata una decina d’anni prima. E quante risate di chi riusciva miracolosamente a rimanere in piedi. Quanti gomiti e ginocchia sbucciate di signore dirette al piccolo negozio di alimentari sotto le mura del castello che dominava il centro città. Quante imprecazioni, anche da parte dei frati che faticavano su quell’erta per raggiungere l’antico convento cittadino. Trovavo quel passaggio affascinante. Un piccolo ruscelletto impetuoso e costretto dentro due ali grigie di cemento, la natura a cingere un angolo fatato di città, un momento di silenzio dedicato esclusivamente ai pedoni.
Per me era un vantaggio muovermi su quei sentieri riparati, dove i mezzi motorizzati della polizia non potevano arrivare, dove anche a piedi gli agenti si sarebbero diretti solo dopo aver rivoltato tutta la città. Camminavo in fretta, salendo i gradini a zig zag, seguendo un camminamento incerto creato da chi mi aveva preceduto. La testa bassa – incassata tra le spalle – a evitare gli sguardi delle poche persone che incontravo.
La sede della BeneComune – così la chiamavano in città – era stata ricavata in un enorme palazzo costruito negli anni Sessanta, via via ristrutturato fino a diventare un complesso ipermoderno dove decine di operatori fornivano assistenza a tossicodipendenti, minori abbandonati e persone con problemi psichiatrici. Negli ultimi anni l’associazione aveva conquistato grande visibilità e un certo potere potere. Una crescita esponenziale, realizzata soprattutto grazie al sostegno di alcuni politici locali e al lavoro di Silvano, un vecchio occupante del centro sociale diventato poi presidente dell’associazione e responsabile delle relazioni con il pubblico e dell’area progetti.
Era da lui che dovevo arrivare. Nei primi tempi in cui ricopriva il nuovo ruolo ci eravamo confrontati diverse volte. Credevo fosse un’ottima opportunità, un contatto di primo piano nel mondo del privato sociale, un valore aggiunto a ciò che già facevamo dal basso. Ma ben presto tutto fu più chiaro, il suo unico interesse era accrescere lo spazio d’influenza dell’associazione, oltre che il proprio conto in banca. Le nostre strade si erano definitivamente separate. Conoscevo la strada che portava al suo ufficio, isolato da tutto il resto della struttura d’accoglienza. Da tanto era metodico – al limite della paranoia –  non avrei trovato certamente nulla di cambiato dall’ultima mia visita. Superai il cancello aperto e mi addentrai nel giardino. I grandi manifesti della nuova campagna pubblicitaria dell’associazione erano dappertutto. Difendi il Bene Comune. Lotta per il Bene Comune. Diventa Bene Comune.

Non vedevo nessuno nelle vicinanze. Silvano continuava ad amare la solitudine. Aprii la porta che dava sulla grande stanza che era stata adattata ad ufficio. Per scelta non c’era una segretaria. Non ne sentiva il bisogno, diceva. Superata la solida porta in legno chiaro ci si trovava quindi direttamente davanti a lui e alla sua scrivania, ingombra di documenti e riviste. Dietro di lui una un grande poster dai colori vivissimi, raffigurante momenti di vita delle comunità zapatiste. Un’altra sua ossessione.
Non avevo dubbi: l’avrei trovato al lavoro. E così fu. Alzai la visiera del berretto e per qualche secondo ci fissammo.
Lo sguardo sicuro di Silvano indagava i miei sentimenti. Mi conosceva bene e non aveva difficoltà a cercare dentro di me. Dieci anni passati insieme non si dimenticano facilmente.
“Fede… – accennò con un sorriso – …cosa ti porta da queste parti? Non ci si vede da molto tempo… se non sulle prime pagine di qualche giornale, s’intende.”
“Cosa cazzo state facendo in città?” – chiesi subito.
“Di cosa stai parlando? – riprese, allargando le braccia e alzando gli occhi verso il cielo – Sempre questo tuo vedere complotti dappertutto. Non sei cambiato per niente.”
“Non vorrei mai rischiare di diventare come te.” Lo guardai. Nemmeno lui era cambiato. La solita barba di qualche giorno, gli occhiali neri in testa. Maglietta scolorita addosso e scarpe da trekking. Era come tanti altri operatori della BeneComune, o almeno voleva dare questa impressione.
“Qualche barbone morto, come tutti gli inverni. Una vera tragedia, lo denunciamo ogni anno. Ma c’è anche la sicurezza da mantenere, non è per nulla facile. Lavoro per tutti, sempre che qualcuno non ci metta il naso e voglia essere più bravo degli altri – si fermò aspirando la sigaretta e poi riprese – Hai puntato troppo in alto questa volta, e cadrai rovinosamente portandoti dietro i tuoi amici.”
“Ci siete dentro pure voi…non avevo dubbi.”
“Dentro cosa? – sbottò, quasi offeso – Qui stiamo parlando di gestire una città, e lo facciamo da anni, migliorandola. Non è cambiato nulla da quando facevi le notti nei dormitori, solo in tanti hanno capito che è un buon business e ci hanno messo sopra gli occhi. I servizi funzionano, guardati attorno. Solo gli illusi come te non riescono a capire.”
Non aggiunsi nulla, sapevo che il suo discorso non era finito. Annusai l’aria viziata di tabacco, ma non era quella a darmi un forte senso di nausea.
“Anche i tuoi compagni del Centro Sociale hanno trovato il loro posto… – aggiunse, lasciando trasparire una certa soddisfazione – …e devo dire che hanno saputo monetizzare al meglio le loro capacità manuali.” Rise, appoggiandosi allo schienale imbottito della sua sedia e aspirando con forza dalla sigaretta.
Mi stava confermando il contenuto del primo messaggio e  del nastro trovato in macchina. Non sospettavo che il nemico fosse così vicino. Non feci nulla per nascondere la mia rabbia.
“La fine è vicina Fede. Sapevo saresti venuto qui…e tra qualche minuto ti verranno a prendere e così elimineremo anche quest’ultima complicazione – si alzò dal tavolo e mi venne incontro, sfidandomi – Non sei mai stato uno stratega. Hai sempre puntato sul cavallo sbagliato, anche questa volta.”
“Sai Silvano, tu invece sei sempre stato un ottimo organizzatore. Preciso, esemplare nel tuo far quadrare ogni cosa. Rigido e schematico, anche nell’immaginare il futuro. Ti è sempre mancata una qualità…la fantasia. E questi ultimi anni ti hanno fatto perdere anche la poca umiltà che ti era rimasta. L’altra l’avevi già venduta per quattro soldi.” Mi avvicinai alla porta, cercando di costruirmi una via di fuga. “Sai muoverti solo dentro le scene che ti costruisci da solo, ma se viene a mancare un solo pezzo crolla tutto. Non andrai lontano.”
“Mi fai ridere…”. Non concluse la frase.
Lo colpii al volto, facendogli sanguinare il labbro. Lo vidi vacillare all’indietro. Senza nemmeno pensare di assestare un altro colpo ero già con i piedi nella neve, correndo in mezzo al giardino. L’abbaiare di cani in avvicinamento fece aumentare la frequenza della mia corsa. Non avevo mai percorso la discesa in quel modo, eppure il mio equilibrio non venne mai meno, piedi e caviglie si muovevano come guidati da un invisibile automatismo, perfetto. In un certo senso anche quella era espressione della mia fantasia. Ne avevo bisogno.

f.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: