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Una storia da raccontare /17.

In Una storia da raccontare on luglio 28, 2014 at 10:26 am

edward-burtynsky-water025Le persone che si amano possono essere separate dalle circostanze della vita ma, anche se solo in sogno, la notte appartiene a loro.
– Patti Smith –

Due passi al mercato, attraverso il centro di Gerusalemme, verso casa di Yousef. Dalla Porta di Damasco e le sue bancarelle dovevo dirigermi fino alla Porta dei Leoni. Mi aveva invitato a pranzo, avevo accettato volentieri. Nel tragitto, una camminata di un quarto d’ora a passo tranquillo, avevo la possibilità di rivedere i luoghi già visitati nei miei precedenti viaggi. Da lontano vedevo la cupola dorata che dominava la spianata delle moschee, ad ogni angolo i check point che per lunghe ore della giornata impedivano l’accesso agli arabi a quel luogo di culto tanto conteso. Più o meno a metà strada indicazioni multilingue indicavano la strada verso nuovi scavi archeologici finanziati dal governo israeliano. Erano diventati famosi quando per alcuni giorni una vasta zona della città era stata interdetta al passaggio dei cittadini non israeliani per tutelare scoperte che si dicevano essere straordinarie. Si raccontava fossero stati rinvenuti i resti del famoso tempio del re Salomone. Nessuno documento ufficiale certificava il ritrovamento, ma le sole voci a riguardo facevano crescere la tensione in città. Per giorni giovani arabi e militari israeliani si fronteggiarono nel centro cittadino con lancio di pietre e lacrimogeni, arresti e feriti. La strana normalità di una città attraversata da ferite così profonde e da contraddizioni all’apparenza insanabili.

Superai la via dove Ariel Sharon aveva scelto di abitare dopo la fine della seconda intifada. La bandiera biancoblu con la stella di David campeggiava al primo piano nonostante il padrone di casa da anni versasse in coma farmacologico in un ospedale di Tel Aviv. Bastava quel simbolo, semplice ma potentissimo, a far comprendere quale fosse ancora il suo peso nella scena politica israeliana. Questo non favoriva il percorso di pace, già particolarmente difficile. Anzi. Neppure la sua morte lo avrebbe fatto uscire di scena, anche se erano già molti a candidarsi alla sua successione.

Presi la vietta chiusa che terminava con la porta di casa di Yousuf, e seduto sui gradini trovai ad aspettarmi uno dei suoi cinque figli. Tre maschi e due femmine che assomigliavano tanto al padre che alla madre. La caratteristica che accomunava tutta la famiglia erano i capelli, di un nero tanto intenso da non poter sembrare vero. Cinque teste piene di ricci, perfetti nel loro perenne disordine.
Mi prese la mano e la strinse ancor più forte salendo il primo gradino. Di corsa mi fece percorrere tre rampe fino al tetto piatto della casa. Lì era già imbandita la tavola. Seduti a terra i bambini giocavano. Sul cornicione che dava verso sud invece c’erano Yousuf e sua moglie Samia. Bevevano del té abbracciati e appena mi videro mi vennero incontro sorridendo. Ricambiai, felice di potere essere con loro.
Un grande assortimento di verdure tagliate con cura, una montagnola di pane fatto in casa, cinque tazze contenenti diverse salse dai colori brillanti, una bottiglia d’olio dalla forma orientale. E ancora carne di pollo e un pentolone pieno di riso che ancora fumava. Del vino per noi adulti, immancabili bottiglie di Coca Cola, per i più piccoli. Un ricchissimo pranzo preparato per una famiglia che per quel giorno comprendeva anche me. Persone che sapevano sorridere anche in una situazione complessa, che volgevano lo sguardo sempre e comunque al futuro.

Samia mentre mangiavamo mi chiese di raccontarle cos’era successo in Italia. Ne parlai frettolosamente, senza dare spazio troppi particolari. Non volevo far tornare a galla i fatti degli ultimi mesi, almeno non in quel momento. Yousuf l’aveva sicuramente messo al corrente degli sviluppi della vicenda. Sapeva che poteva fidarsi di lei. Era stata al suo fianco sempre, con un ruolo fondamentale, nella seconda intifada. Nelle manifestazioni di piazza e nell’attività politica all’interno di un movimento giovanile che non si era schierato né al fianco dell’OLP né tra fila di Hamas. Erano sempre stati molto attivi, pagandone un prezzo importante in termini di libertà personali.
Yousuf e Samia mi confermarono di essere a completa disposizione per ogni aiuto. Non ne avevo mai dubitato. Si erano subito organizzati appena saputo del mio arrivo. Per la casa e tutto il resto. Ero sollevato nel sentirmi accolto. Giocai con i bambini a pallone sotto un cielo talmente luminoso da far bruciare gli occhi e appena bevuto il caffè – scuro e bollente – mi sdraiai al centro del terrazzo, sopra un telo che profumava di miele e deserto. Mi addormetai in un istante.

Senza spostarmi dal mio giaciglio ripercorsi la strada fatta al mattino. L’assalto ai sensi degli odori e rumori della strada all’uscita da casa. I primi passi in discesa lungo scalinate che mi sembrava di conoscere a memoria. Sulla destra un piccolo negozio di alimentari. Entrai, salutando i due uomini seduti dietro il bancone. Un giro rapido tra gli scaffali. Comprai una confezione grande di dolci alle mandorle, due bottiglie di vino prodotte nelle campagne di Bil’in e mentre pagavo chiesi un sacchetto di zenzero zuccherato. Appoggiai il denaro sul bancone e salutai il negoziante che mi strinse la mano calorosamente. Sembrava conoscermi da sempre. Anche diverse persone per strada mi salutavano, e io rispondevo.
Percorsi ancora qualche centinaio di metri fino ad arrivare di fronte a quella che sembrava una scuola. Decine di bambini uscivano urlando, andando ad abbracciare i genitori che li aspettavano nell’angusto spazio antistante. Mi fermai osservando l’orologio e proprio in quel momento una bambina dai riccioli neri, gli occhi dello stesso colore e la pelle olivastra mi si appese al collo con un salto. Avrà avuto una decina d’anni. Era vestita con pantaloni larghi e colorati, una felpa nera con cappuccio. Al collo un fazzolettone rosso arrotolato, ai piedi dei sandali troppo grandi che dondolavano attorno alle caviglie magre. Appena si staccò, ricadendo dolcemente a terra, un bambinetto piccolo piccolo con un enorme zaino sulle spalle mi venne a sbattere sulla gamba sinistra, abbracciandola. Poteva essere in prima elementare al massimo. Era l’unico bambino con la pelle chiara uscito dall’edificio. Alzò la testa per guardarmi e la sua bocca si aprì in un sorriso che lasciò intravedere alcuni spazi vuoti nella dentatura. Non riuscivo a non ridere guardandolo lì avvinghiato. Presi il suo zaino.
Saltellavano felici e io dovevo velocizzare il passo per riuscire a seguirli. Le strade a quell’ora erano quanto di più caotico una persona possa immaginare. Esseri umani e animali condividevano gli stessi spazi angusti in un vociare incomprensibile e in un mulinare di braccia e zampe impossibile da descrivere. Procedere con un’andatura costante era un’impresa.
Il mio giro della città proseguiva, in piacevole compagnia. La direzione era quella per raggiungere casa di Yousuf, ma l’itinerario era diverso dal solito.
Continuammo all’interno del mercato. Non riconoscevo alcune delle zone che incontravo. Probabilmente non ero mai passato di lì eppure non mi fermavo a controllare la mappa che portavo sempre con me. I bambini avevano le idee molto chiare. Erano loro a guidarmi, a passo svelto.
Mi trascinarono a forza in un vicolo meno trafficato, superando un portico immacolato che sembrava appena ristrutturato. In quell’angolo regnavano un silenzio fino a pochi istanti prima inimmaginabile. Stringevano le mie mani con maggiore forza e guardavano ad un cancellato che dava su uno splendido giardino, curato e dominato da una fontanella che brillava sotto i pochi raggi di sole che raggiungevano quello spazio segreto.
Il cancello si aprì e il bambino lo spinse con tutte le sue forze, riuscendo ad aprire un fessura sufficiente al suo passaggio. Corse su per una scala e lo persi di vista terminati i primi dieci gradini. Io e la bimba salimmo più lentamente. Girammo l’angolo e ci trovammo in quella che sembrava la redazione di un giornale. Superammo le prime postazione occupate fino ad entrare in un ufficio posto sul lato della stanza principale. Spalancammo la porta e vidi Irene con in braccio il bambino.
Era bellissima. Intravedevo una gonna lunga che le doveva arrivare fino alle caviglie, quasi a coprire dei semplici sandali di pelle. Una maglietta stretta copriva il suo seno e lasciava scoperte le sue braccia sottili, ornate di tintinnanti braccialetti dorati e variopinti tessuti. Dal suo collo pendeva una collana palestinese, come quelle che si trovano nei mercati della Striscia di Gaza. Il viso era incorniciato dai suoi capelli, che cadevano dolcemente sulle spalle, e da un leggero foulard di tessuto pregiato.
Uscì da dietro la scrivania. Si avvicinò e ci baciammo dolcemente. Presi la sua borsa dal tavolo e andammo insieme verso l’uscita. Le passai lo zenzero e mi regalò un nuovo sorriso. Le scale, il giardino, il cancelletto, il vicolo, il reticolo confuso di strade. In un attimo eravamo da Yousef. I bambini giocavano tra loro. In quattro al tavolo apprezzavamo il pranzo offerto da Samia. Risate. A fine pasto Samia portò in tavola dei té alla mente e un narghilè che subito Yousuf caricò di braci e di tabacco dal profumo fruttato. Cominciammo ad aspirarne a turno, ma nelle mie narici rimaneva fortissimo il profumo avevo rubato ad Irene con il primo bacio della giornata. Avvicinai le labbra al suo orecchio, come a consegnarle un messaggio che doveva rimanere tra noi. A quel punto il mio sogno si interruppe. I miei occhi si aprirono in tempo per un meraviglioso tramonto mediorientale.

Ero solo sul terrazzo e pensai immediatamente ad una frase di un vecchio libro di Luis Sepulveda. «Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso.»

Yousuf salì le scale e venne a sedersi vicino a me. Mi abbracciò vedendo i miei occhi lucidi.

f.
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[Tempo: 15 gennaio, giornata, ore 12.00/17.00]
[Luogo: Gerusalemme, interno/esterno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano),  Yousuf (maschio, 25 anni, palestinese), Samia (donna, 32 anni, palestinese)]

*immagine di Edward Burtynsky

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  1. Se ti piace viaggiare, ti raccomando ad occhi chiusi il film di cui ho parlato in questo mio post: http://wwayne.wordpress.com/2014/06/09/tre-film-in-uno/. : )

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