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Attorno all’idea dello spazio comune

In Ponti di vista on agosto 18, 2014 at 11:27 pm

NadavKanderAnno 2014. C’è un’operazione di cui apparentemente non ci stanchiamo mai: nominare – spesso con forme incomprensibili – i fenomeni che si verificano attorno a noi. Proprio in questi giorni ho scoperto che siamo riusciti a trovare un acronimo anche per descrivere il ritorno dei cittadini ad interessarsi del luogo in cui vivono: il condominio, il quartiere, la città. La sigla scelta è Yimby, che sta per Yes in my back yard, ed è posta volutamente in contrapposizione a quella che per anni è stata definita (a torto o a ragione) la “sindrome Nimby”, cioè l’opposizione alla realizzazione di un’opera – vista come dannosa, ad esempio una discarica, o una fabbrica o una strada – nelle vicinanze della propria abitazione, o per così dire “nel proprio giardino”. Per molti proprio questo porsi contro – questo dire no collettivamente – ha rappresentato la prima vera forma di difesa del proprio territorio, inteso come bene comune da tutelare. Non è mia intenzione – e probabilmente non sarebbe nemmeno troppo interessante – aprire una discussione sul fatto se sia l’interpretazione positiva o negativa dell’acronimo quella da ritenersi preferibile. Non basterebbe certo questo breve scritto per arrivare a una valutazione condivisa da tutti, compito davvero molto gravoso di questi tempi.
E’ però evidente che rimane sul tavolo un tema che è fondamentale provare ad analizzare con una certa attenzione. Esiste un terza via rispetto al contrapporsi classico tra spazio pubblico e spazio privato, oppure un’opzione che superi questa dicotomia è completamente impraticabile? E ancora, il fiorire di esperienze di condivisione e pratiche di cooperazione tra cittadini (in inglese, sempre per la nostra passione di coniare neologismi, la chiamiamo sharing economy) rappresenta un nuovo modo di intendere lo sviluppo di comunità e l’organizzazione dello spazio urbano?

Le risposte a questi due interrogativi non sono per nulla banali, anzi sono decisive per comprendere appieno la trasformazione che stanno subendo le nostre città, e di conseguenza anche i nostri stili di vita. Per capire meglio di cosa stiamo parlando forse è utile fare riferimento a due citazioni, per poi concentrarci su cosa intendiamo per spazio comune. “Ormai lo spazio urbanizzato non è più quello in cui le costruzioni si succedono in modo serrato, quanto il luogo i cui abitanti hanno acquisito una mentalità cittadina”; con queste parole Andrè Corboz sembra suggerirci di rompere gli schemi classici attraverso i quali guardiamo la città, e di porre maggiore attenzione su chi occupa lo spazio urbano, e su come lo fa. Anche Heidegger ci aiuta a mettere a fuoco l’oggetto della nostra riflessione, affermando che “L’identità non è del soggetto, ma nella relazione”, offrendoci quindi una chiave interpretativa fondante dell’idea stessa di spazio comune: l’incontro con l’altro come azione necessaria.

Quali sono allora le caratteristiche che fanno dello spazio comune una prospettiva che sa andare oltre il privato (la dimensione che possediamo, quella che sta dietro la porta che possiamo chiudere a doppia mandata ogni sera quando rientriamo dal lavoro) e il pubblico (l’ambito di pertinenza della Pubblica Amministrazione, oscillante tra la proprietà di tutti e di nessuno)? La prima – necessaria –  è senza dubbio una rinnovata centralità delle relazioni, e quindi il superamento di quello che potremmo definire il tempo dell’egoismo urbano, dentro il quale ancora viviamo. La seconda – ineludibile conseguenza – è l’accettazione di stare all’interno dei conflitti che naturalmente si generano in un contesto di interdipendenza tra diversi. A molti occhi che guardano una stessa questione corrispondono spesso valutazioni molto distanti tra loro. Importante è non sfuggire al confronto, magari anche aspro, che attorno a esse si apre. Il terzo passaggio – frutto del processo che si innesca – è il riconoscimento da parte di tutti i soggetti coinvolti dell’interesse ad “agire” insieme in uno spazio che si sente proprio, dentro i confini ancora frammentati di una rinnovata comunità di destino.
Solo a questo punto, quando il come si sta insieme diventa prioritario rispetto al cosa si fa, comincia a prendere forma uno spazio che davvero si può dire comune. Condiviso, partecipato, cooperante.

f.

*A. Corboz, Ordine sparso. Saggi sull’arte, il metodo, la città e il territorio, 1998.
*M. Heidegger, Identità e differenza, 1957.

*immagine di Nadav Kander

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