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Guerra e pace

In Ponti di vista on settembre 7, 2014 at 3:59 pm

dawnCaro Beppe, Caro Gino
lo scontro tra l’afflato ideale del pacifismo e il richiamo alla realpolitik non è certo un argomento nuovo e di certo – a meno di stravolgimenti culturali ad oggi imprevedibili – non sarà l’ultima volta che le ottime ragioni dell’opporsi alla guerra si troveranno di fronte le altrettanto importanti (almeno nelle argomentazioni di chi perora questa causa) di chi sostiene la necessità di un intervento armato per porre fine alle barbarie che si verificano in questa o quella parte del pianeta. Non siamo di fronte ad una scelta semplice, e lo dimostrano i dubbi che in passato hanno colpito anche coscienze critiche (e cuori sensibili) come Alexander Langer quando bisognava decidere il da farsi rispetto alla guerra che insanguinava i Balcani, nel cuore dell’Europa. Questo tema porta con se molteplici contraddizioni; soprattutto quando il contesto nel quale ci si muove, gravato da una complessità esponenzialmente crescente, non garantisce che una scelta – in una o nell’altra direzione – possa rivelarsi senza conseguenze.

Ma siamo davvero certi che il cuore della discussione stia nella distinzione tra il “fare” e il “non fare”? Crediamo davvero che sia sufficiente questa divisione netta tra opposti per approciare un argomento tanto delicato? Non credete sia possibile – anzi, auspicabile – trovare uno spazio di discussione, e parallelamente di azione politica, che vada oltre questa stanca dicotomia?
Non per trovare un punto d’incontro a metà strada, una scappatoia sulla falsariga degli equilibrismi linguistici associati all’epoca delle guerre umanitarie, ma per descrivere un orizzonte altro. Che non accetti di lavorare esclusivamente dentro le sempre più frequenti emergenze (così come egregiamente fai tu Gino, su mille fronti ogni giorno), ma che coltivi l’ambizione di definire le basi di un nuovo modo di relazionarsi tra uomini, ad ogni livello. Politico, economico, sociale, religioso e chissà quanti altri ancora.
Mi dirai Beppe che è complicato costruire il dialogo con chi taglia le teste ma permettimi di dire che è altrettanto difficile pensare di riuscirci annunciando di voler aumentare – come richiesto anche dal Presidente Obamain questi giorni – gli investimenti in armamenti. Ne sono testimonianza sufficientemente evidente l’Afghanistan, l’Iraq, ciò che resta delle Primavere Arabe, la Libia, l’Ucraina. E ancora la Prima Guerra Mondiale – solo apparentemente distante e diversa -, di cui celebriamo quest’anno il Centenario d’inizio senza apparentemente avere troppo chiara la lezione che avrebbe dovuto impartirci.

E’ proprio nei momenti meno agevoli, quelli  nei quali non sembrano esserci alternative ad un intervento armato, che bisogna cercare con ancora maggior cocciutaggine il modo di evitare di aggiungere violenza a violenza. E’ nei frangenti di maggiore fragilità del sistema di governance planetaria (con la fine dell’interventismo americano, l’emergere di una molteplicità di conflitti, la debolezza delle istituzioni nazionali e sovranazionali, l’imprevedibilità e la conformazione postmoderna delle minacce fondamentaliste) che vanno cercate strade che non indeboliscano ulteriormente un equilibrio già fragile, ma che anzi provino a definirne una nuova architettura più orizzontale e partecipata.
E’ un cambio di paradigma non automatico, ma è anche un’evoluzione inevitabile di fronte alla trasformazione totale degli scenari economici e geopolitici che abbiamo conosciuto – dentro un frullatore impazzito, di cui non possediamo i comandi – negli ultimi anni, quelli della Grande Crisi.
Siamo in una fase di transizione segnata da crudeltà che ai nostri occhi sembrano inaccettabili – certo quelle di Isis, ma così in decine di altri luoghi del globo -, figlie del continuo rattoppare un’ipotesi di governo del pianeta non più sostenibile, produttrice di diseguaglianze e contraddizioni che oggi non trovano più nessun tipo di mediazione ed esplodono in tutta la loro evidenza. Dobbiamo farci carico di questa situazione, senza scorciatoie, evitando di ripercorrere strade che già si sono rivelate fallimentari. Non accontentandoci – è un male grave che il pacifismo porta con sé – di slogan e di posizioni di facile testimonianza, utili spesso a salvaguardare la propria coscienza dall’insorgere di dubbi e da confronti per nulla scontati con una realtà spesso tutt’altro che piacevole.

Costruire nuove alleanze tra uomini, tra diversità solo apparentemente inconciliabili. Non accettare la retorica della contrapposizione – del noi contro loro -, vero pensiero unico del nostro tempo. Lavorare con attenzione alla formazione di classi dirigenti (in ogni angolo del pianeta, dentro ogni ramificazione del tessuto sociale) più attente all’ascolto e alla gestione generativa dei conflitti. Sviluppare pensiero di lungo respiro che non accetti i diktat della cultura del qui e ora. Agire quotidianamente politiche – locali e sovranazionali – di condivisione, confronto costante, di reciproco riconoscimento e aiuto.

Non sarebbe questo un modo più sensato di mobilitarsi, ben diverso dal semplice “dire cosa non fare”? Non sarebbe questo un modo per rompere gli schemi che conosciamo fin troppo bene e stare dentro il tempo tremendo che stiamo vivendo senza pericolose semplificazioni?

f.

*L’intervista a Gino Strada
*L’articolo di Beppe Severgnini

*Immagine: Otto Dix / Dawn

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