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Il ruolo della politica oggi

In Ponti di vista on ottobre 15, 2014 at 8:48 am

separation-in-the-evening-1922Il richiamo all’innovazione (o forse solo la sua rappresentazione retorica) in politica è oggi potentissimo e eccezionalmente fragile. E’ forte laddove – almeno in un certo immaginario che va per la maggiore in questo periodo – continua a contrapporre vecchio e nuovo, passato e futuro, rottamati e rottamatori, buoni e cattivi. E’ debole, in generale, perché elude completamente una questione fondamentale. Non cerca in nessun modo di riaffermare le condizioni che stanno alla base del ruolo stesso della politica. La crisi che il sistema dei partiti sta attraversando, e con essi anche il crollo della credibilità delle istituzioni democratiche, non troverà soluzione dentro circoscritti aggiustamenti nel solco delle categorie politiche che fino ad oggi abbiamo utilizzato.
Un po’ più a destra, un po’ più a sinistra sono oggi indicazioni più utili a completare il parcheggio di un’automobile che al ridefinire la rotta che dovremo intraprendere. Così come lasciano il tempo che trovano le discussioni che – da anni ormai – intendono ridefinire i confini della “vera” sinistra, esercizio tanto inutile quanto minoritario. E – sia chiaro – non si tratta solo di capirsi sul non più nuovo dilemma attorno alle ideologie, rispetto alla loro morte certificato o alla presunta, ritrovata, vitalità.
Riconoscere, e far riemergere, il compito della politica dovrebbe essere oggi obiettivo fondamentale per tutti coloro che ne denunciano l’assenza, l’evidente inadeguatezza, il progressivo sgretolamento.
Un destino che sembra accomunare oggi ogni angolo del mondo, non risparmiando quindi nemmeno il Trentino, piccola provincia protagonista negli ultimi quindici anni di un’interessante anomalia politica. Non tragga in inganno l’apparente “silenzio” – rotto in questi giorni dal Circo Massimo – di quello che è stato il più evidente sintomo di un generale malcontento nei confronti di tutto ciò che è – o si definisce – politica, ossia il M5s e il suo epigone Beppe Grillo. L’annullamento della politica, il tentare in ogni momento di bypassarla, delegittimarla o di porla ai margini sono elementi che fanno parte della cultura sedimentata del nostro tempo.

Come muoversi quindi in un contesto tanto inospitale per chiunque abbia l’ambizione di ridare credito alla politica e che non riconoscendosi nelle “tifoserie” – che su ogni argomento si scontrano quotidianamente – vorrebbe dare forma ad una posizione alternativa? Serve ripulire il campo di gioco dalle mille incrostazioni che lo rendono oggi difficilmente praticabile. Va riconquistato il tempo della riflessione e dell’approfondimento, oggi sacrificato sull’altare della velocità, così come il piacere del confronto nelle differenze.
La politica torna ad essere centrale, importante e riconosciuta, se smette di centralizzare, di ridurre a sé tutto, di essere impermeabile a ciò che la circonda. Nell’epoca (ancora incerta) della sharing economy, può la politica non ragionare del valore fondante della condivisione? E non si tratta solo di dotarsi degli strumenti adatti al favorire la partecipazione ma di un deciso cambio di paradigma – addirittura prepolitico – che fa riferimento alle basi stesse del vivere comunitario.
Sono gli stessi sentimenti che oggi ci “attivano” a dover cambiare. Non più la paura, nè la rabbia o la semplice contrapposizione all’altro. Dobbiamo contare su passioni positive trasversali alle generazioni, valori condivisi capaci di emozionare, ambizioni collettive che sappiano creare coinvolgimento.
La politica ha l’obbligo oggi di essere all’altezza della complessità nella quale è costretta a operare, senza per questo utilizzarla come alibi del proprio non agire, per posticipare le scelte da compiere. Al contrario, proprio l’ambizione di muoversi verso prospettive diverse – magari meno rassicuranti, meno comode – rispetto a quelle che fino ad oggi abbiamo conosciuto rappresenta la sfida più coraggiosa che la politica può assumere.

E’ abbastanza evidente che viviamo oggi una fase di transizione faticosa da affrontare. Giovanni Arrighi, in un bellissimo libro di quasi vent’anni fa (“Il lungo xx secolo”, 1996), rileggendo il Novecento avvertiva: “Vi sono buone probabilità che la violenza nel sistema mondiale nel suo insieme sfuggirà al controllo ancor più di quanto non avvenga già, generando in tal modo problemi di legalità e di ordine irrisolvibili per l’accumulazione di capitale su scala mondiale, in quello che Samir Amin (1992) ha chiamato Impero del Caos. L’incontenibilità della violenza nel mondo contemporaneo è strettamente associata al declino del moderno sistema di stati territoriali come sede principale del potere mondiale.” Uno scenario piuttosto buio, che sarebbe bene approfondire, o almeno prendere in considerazione. Abituati come siamo a pensare che ogni cambiamento sia da noi determinato – o almeno gestito – non sappiamo come relazionarci ad un contesto che può certo apparire caotico ma si muove (certo, non sempre in maniera lineare) in direzione di un nuovo equilibrio planetario, che impatta irrimediabilmente su ogni territorio. E’ dentro questo spaesamento generale che la politica può e deve riaffermare il suo ruolo di guida. Guardando al passato senza l’idea che vada per intero rinnegato e facendo i conti con un presente e un futuro tutti da decifrare. Non si parte da zero, intanto vanno rimessi insieme i pezzi. Per il bene di tutti.

f.

*Separation in the evening, Paul Klee

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