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  1. La terra di mezzo non la trovo “scomoda”… anzi forse è il più comodo “non scegliere” di kierkeegardiana memoria. Il restare fermi di fronte ad un mondo che cambia per non sapere da che parte stare, per paura di perdere comunque qualcosa, per non saper lanciarsi. Questa terra di mezzo deve trasformarsi dal “non essere” ad “essere”: da semplice “spettatori delle due piazze” a creatori di qualcosa di diverso. Purtroppo non è così. Nella terra di mezzo ci sono i delusi dalla politica, coloro che non sanno più cosa fare, coloro che dicono “tanto vincono sempre loro”. Diventerà scomoda nel momento in cui starci vorrà dire “impegnarsi, indignarsi, correre più degli altri”. Altrimenti resta solo terra di chi tra il bianco e il nero sceglie il grigio, solo perchè il bianco è troppo bianco e il nero troppo nero, ma non perchè il grigio sia una scelta consapevole. Tante sono le proposte di “terze vie”, ma frantumate nelle scelte personali etiche e coraggiose, ma incapaci di diventare movimenti collettivi. Il mio desiderio è quello di diventare davvero scomodo.
    SCOMODIAMOCI!

    • La “terra di mezzo”, per come mi sento di interpretarla, non è assolutamente il luogo della delusione e nemmeno dello stare fermi. Al contrario è luogo eccezionalmente fertile, nel quale mi sento incredibilmente a mio agio. La scomodità – se così si può dire – è data dalla complessità di cui parlo sinteticamente nel mio pezzo, ma è condizione necessaria per sapersi fare carico dei cambiamenti del mondo. Non accontentandosi del “nuovismo” che oggi ci viene offerto da più parti, senza per questo soffrire di nostalgia del tempo passato.
      Per esperienza personale scegliere di stare all’interno delle mille gradazioni di grigio della società contemporanea viene spesso interpretato come una sorta di tradimento dell’integrità identitaria, di mancanza di coerenza. Da questo giudizio sommario – piuttosto diffuso – dipende la sensazione che la “terra di mezzo” non possa essere produttiva di una reale trasformazione dell’esistente. Per capirci, io oggi non sento l’esigenza di un nuovo soggetto politico che si faccia carico di rappresentare l’indignazione (tutti dicono di farlo egregiamente…) ma di un ampio movimento di pensiero capace di ricreare le condizioni necessarie allo svilupparsi di una cultura politica altra rispetto a quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, a destra come a sinistra. Abbiamo bisogno di approfondimento, di nuovi spazi e tempi adatti alla condivisione e di un cambio di paradigma radicale, estraneo agli schemi che vediamo oggi fronteggiarsi, nell’approccio al contesto che ci circonda. Essere promotori di questo processo, te lo assicuro, è tutt’altro che comodo.

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