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Autonomia, centralismo e ruolo degli amministratori locali

In Ponti di vista on ottobre 28, 2014 at 11:28 am

1794574_10152735300421760_8734879921291078248_nHo seguito senza troppo trasporto l’ultima puntata della bega tra Governo e Provincia Autonoma di Trento. Protagonista questa volta è stata la ministra Maria Elena Boschi, colpevole di aver candidamente affermato di essere favorevole alla cancellazione delle Autonomie Speciali. Nei suoi confronti sono piovute critiche bipartisan, sia prima che dopo la smentita di rito. Il fronte a difesa dell’Autonomia si è compattato denunciando una volta di più la tensione centralista del Governo guidato da Matteo Renzi. I singoli provvedimenti sembrano offrirci la conferma di questo processo, ma non ci dicono tutto. Tagli di bilancio, polemiche attorno al presunto privilegio sotteso all’Autonomia, nell’insieme una certa allergia verso tutti i corpi intermedi. L’Autonomia è sotto attacco? Può darsi, ma è certo che trincerarsi dietro la sola affermazione che essa sia da intendere come diritto acquisito – benché piantato su solide radici storiche e culturali – non tutelerà il nostro territorio dal processo di uniformazione in atto in ambito nazionale. La stessa percezione della “specialità” trentina dovrebbe farci comprendere che non siamo di fronte esclusivamente ad un referendum tra favorevoli e contrari, ma a un inevitabile quanto complessa trasformazione. A una rappresentazione identitaria e a tratti folkloristica se ne contrappone un’altra decisamente critica, che oscilla tra l’idea di una Trentino Spa onnipresente e la legittima denuncia delle vicende legate ai vitalizi. Schiacciato tra queste due visioni – tanto estreme, quanto parziali – rimane il difficile tentativo di raccontare l’esperienza di quella che a tutti gli effetti è stata l’anomalia trentina degli ultimi quindici anni. Un impianto di governo – certo non privo di contraddizioni – che ha mostrato un volto diverso e moderno del concetto di Autonomia, basato su una crescente presa in carico di competenze da parte dell’ente provinciale e la descrizione di una visione articolata e prospettica della governance territoriale.

In quanti oggi – senza volerne fare l’apologia o essere tacciati di nostalgia – riconoscono a quella fase politica il merito di aver dato corpo a un’ipotesi di autogoverno responsabile e lungimirante? Non il Governo nazionale, impegnato a reperire risorse via spending review, puntando proprio a una corposa cura dimagrante degli enti locali. Non quello trentino, che da un anno a questa parte – nella migliore delle ipotesi – guarda alle scelte strategiche del passato come a fastidiose rimanenze di magazzino. Non la maggior parte dei commentatori politici (Stella e Rizzo, per citare i più influenti) che hanno concentrato la loro attenzione sulle innegabili magagne delle autonomie speciali. Apparentemente neppure i singoli cittadini – sempre meno comunità -, che faticano a riconoscere il confine tra le virtù della specialità e l’inspiegabilità del privilegio. E’ venuto meno – non solo nei dintorni di Trento, è bene dirlo – un comune sentire rispetto ai temi dell’Autonomia e dell’autogoverno, sovrastati dalla ruvida contrapposizione tra ipotesi indipendentiste e pulsioni stataliste.

E’ dentro questo conflitto che deve emergere con forza il ruolo degli amministratori locali. In particolare i sindaci, di piccoli e grandi comuni. E’ da loro che può – e deve – arrivare il fondamentale salto di qualità di una prossima classe politica. E’ nel loro essere prossimi ai cittadini e nella capacità di interpretare i cambiamenti in atto nella relazione tra territori e globalizzazione che si possono intravedere le condizioni per ricostruire la fiducia tra rappresentante e rappresentato, grazie a un’interlocuzione sempre più aperta, costante e orizzontale.
E’ nell’affermazione di una nuova anomalia che l’Autonomia trentina può offrire il proprio contributo. Interpretando questo momento di transizione (verso il Terzo Statuto, la riforma istituzionale, la stabilizzazione delle risorse a disposizione, il posizionamento in un contesto mutato) come un’opportunità e non una iattura. Offrendosi come modello – affinché si possa parlare di Autonomie, per tutti e non solo per qualcuno – di responsabilità nella gestione del territorio, valorizzazione delle vocazioni nel campo del lavoro, sviluppo di relazioni, innovazione e nuove pratiche di condivisione in ogni campo del vivere sociale, economico e culturale. Quest’anomalia – che non può accettare gli schemi rigidi del panorama politico nazionale – è tutt’altro che prossima da verificarsi ma è una prospettiva auspicabile, da provare a comporre.

f.

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