trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Una storia da raccontare / 18.

In Una storia da raccontare on novembre 11, 2014 at 10:54 am

edward burtynskyNon mi avrebbero preso. Almeno non subito. Non avevo paura di cadere. Non temevo che qualcuno potesse bloccare la mia corsa. Stavo scendendo a valle. L’abbaiare dei cani si faceva sempre più distante così come le sirene che salivano la strada sull’altro lato della collina. Mi sentivo al sicuro.
Avrei dovuto attraversare la strada asfaltata solo una volta, poi di nuovo l’abbraccio protettivo degli alberi. Silvano stava sicuramente raccontando della nostra breve conversazione. Lo faceva tamponando il sangue che gli usciva dal naso, che probabilmente gli avevo rotto.
Per qualche strano motivo ero più sereno dopo quell’incontro. Mi aveva confermato che la rete di connivenza attorno agli autori degli omicidi era ampia. Mi sembrava ormai certa una responsabilità anche dei ragazzi del Centro Sociale. La tranquillità di Silvano mi diceva che l’organizzazione aveva radici salde e rami capaci di arrivare molto in alto. Percorrere quei sentieri pieni di neve mi sembrava la cosa più vicina alla libertà. Nessuno mi poteva raggiungere. Ero più veloce, più leggero.

Ancora due balzi e fui sulla strada. Alla mia sinistra un piccolo capitello in legno. Una delle tante rappresentazioni religiose che in  montagna si usano venerare o – in alternativa – bestemmiare. La neve raggiungeva quasi la teca di vetro dove era contenuta la piccola madonna dai colori pastello, così uguale a tutte le altre che in vita mia avevo visto. Il bosco le faceva da cornice, insieme al silenzio. Sotto i cumuli di neve c’era una piccola panca di legno, che si poteva vedere solo in parte. Decine di volte mi ero seduto lì con Irene. Quattro chiacchiere prima dell’ultima rampa. La accompagnavo quando lei lavorava presso la comunità che ora era gestita da Silvano.

Dormiva lì per mettersi immediatamente al lavoro al mattino successivo. Lo faceva guidata da un’incredibile voglia di rendersi utile, di darsi da fare laddove qualcuno si trovava in difficoltà. Non era l’intervento specialistico di un assistente sociale o di operatore di comunità di recupero. Era l’espressione di una sensibilità totalmente naturale, di una predisposizione innata all’aiuto. Una vocazione che non aveva perso e che la guidava in ogni sua scelta, in ogni sua azione. Strinsi i pugni, dalle nocche arrossate e screpolate, guardando la statuetta prima di espressione e movimento. Sentii salire dentro di me la rabbia come mai prima di allora. Era un’onda crescente pronta ad esplodere, mi preoccupava.

Sentivo la mancanza dei momenti condivisi con Irene, del tempo dilatato delle nostre conversazioni. Rimpiangevo la quotidianità quasi rituale di gesti che non avevo saputo apprezzare appieno nel preciso momento in cui li stavo vivendo. Al pari della rabbia prendeva corpo una dolorosa nostalgia, un senso di svuotamento lento, altrettanto pericoloso. Presi un sasso appuntito dalla carreggiata e lo lanciai con tutta la mia forza contro la fragile vetrinetta del capitello. Un’esplosione di schegge sottilissime scosse l’immobile silenzio. La statuetta vacillò e infine cadde in avanti conficcandosi nella neve, a testa in giù. Due poveri mazzetti di fiori finti e tre mozziconi di candela rosso porpora – sicuramente dono di qualche vecchia signora del quartiere – ornavano tristemente lo spazio vuoto in attesa che qualche mano devota rimettesse al suo posto l’inquilino temporaneamente scacciato.

Con due passi lunghi mi lanciai di nuovo in mezzo alla vegetazione, con la neve a scricchiolare sotto le scarpe, la saliva a congelarsi sulla barba e ad inzuppare il bavero della giacca. Non impiegai più di dieci minuti ad attraversare il centro cittadino. I vicoli deserti mi erano alleati. La notte precoce un’amica dal morbido abbraccio rassicurante. I bar semivuoti stavano chiudendo, ed erano solo le cinque e mezzo di pomeriggio. I negozi avevano abbassato le serrande già da un po’.

Passo veloce e testa bassa. Preferivo il lato più buio della strada, la traiettoria meno battuta. Era sempre stato così. Arrivai in vista della grande fabbrica abbandonata. Da fuori sembrava effettivamente disabitata, spettrale nella sua imponenza, nel suo colore grigio così opprimente. Appoggiata alla montagna e riflessa nel fiume che le scorreva lentamente davanti incuteva rispetto. Non poteva lasciare indifferenti. Un castello della contemporaneità, prodotto dell’architettura industriale, eretto a simbolo del lavoro e del progresso negli anni ’60 del secolo precedente. Rappresentazione di un passato difficile da rimuovere, fosse anche solo per le tonnellate di cemento accatastate sopra prati ormai resi improduttivi, morti. Al suo interno continuava a vivere, o sopravvivere, una comunità altra da quella che abitava la città vera e propria. Quei muri, neppure troppo alti, e quei cancelli malandati erano confini allo stesso tempo fragili e difficilissimi da varcare.

Corsi oltre il ponte utilizzando la passerella pedonale – anch’essa abbandonata e chiusa al pubblico – e mi accucciai contro le mura di cinta. Il mio telefono vibrò in tasca, facendomi trasalire. Il numero era quello di Davide. Davide era da anni il portavoce del Centro Sociale. Un ragazzo sveglio. Alto un metro e novanta, spalle larghe coperte da lunghi capelli neri. Muscoli assortiti, occhi e cervello curiosi. Mani pesanti, quando serviva. Erano poche le cose che non avevano vissuto insieme. Per anni avevamo coordinato il Centro Sociale, ne avevamo immaginato la forma e il ruolo dentro il tessuto urbano in trasformazione. Nell’ultimo periodo ci eravamo allontanati, per diversi motivi. Io avevo deciso di concedere più spazio ad altri, concentrandomi sul mio lavoro. Lui aveva ripreso in mano le redini del centro sociale indirizzandolo su una nuova rotta, più radicale e intransigente.

Schiacciai il tasto verde. “Pronto A., dove sei?” – disse con voce ferma – “Siamo tutti preoccupati…”

“Sono al sicuro.” risposi senza emozione.

“Dobbiamo vederci, qui tutti ti cercano, sto discutendo un trattamento di favore se accetti di costituirti. La tua posizione e quella di Roberto verrebbero valutate separatamente da quelle delle ragazze.” – proseguì – “Il processo si terrebbe qui e non a Roma, come inizialmente richiesto dal Governo.”

Degluttii. Avrei voluto chiudere quella conversazione, raggiungerlo e guardarlo negli occhi. C’era dentro fino al collo, lui e chissà chi altro. Lasciai passare un secondo e gli rivolsi una domanda.

“Cosa rischiamo? E chi garantisce l’accordo? Chi è il tuo interlocutore?” – dissi, appoggiando la testa alla parete gelata.

“Le mie reti sono sicure, lo sai…” – disse – “La Digos e il governo provinciale mi garantiscono generosi sconti di pena se uscite allo scoperto. Diciamo…cinque anni per voi due, pena sotto la condizionale per le altre. Mi sembra un’ottima offerta. E così mettiamo anche il silenziatore a tutta questa faccenda che ha fatto fin troppo baccano. Troppa esposizione mediatica non fa bene, lo sai benissimo…”

Non riuscì a trattenere una leggera risata, seguita da alcune altre in sottofondo. Non era solo.

“Domani. A che ora?” – ripresi io.

“Hai deciso così velocemente? Sono felice tu abbia compreso l’opportunità che ti viene offerta.” – disse, tornando immediatamente serio – “Noi ti siamo vicini, crediamo nella tua innocenza, ma sai come funziona in questo periodo. La propria autonomia va conquistata pezzo per pezzo, non c’è nulla di scontato…”

“Noi due, da soli, domani a mezzogiorno. In Centro Sociale… ” – dissi interrompendo il suo monologo – “…discutiamo delle condizioni. Io e te, nessun altro.”

“Va bene, ci sto.” – rispose Davide – “Stai attento A. A domani.”

Non prestai attenzione a quell’ultima frase. Stavo già pensando all’incontro, lo avrei reso unico e indimenticabile. Per Davide, per me, per tutta la città.


[Tempo: 5 gennaio, giornata, ore 18.00]
[Luogo: città italiana, periferia, esterno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano), Davide (maschio, 40 anni, italiano]

*Immagine di Edward Burtynsky

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: