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Casa dolce casa?

In Ponti di vista on novembre 24, 2014 at 9:21 pm

fotocittàTesto scritto in vista del primo MattinaAtas, intitolato “Condominio multiculturale. Accesso alla casa tra difficoltà e prospettive.” e tenutosi a Trento il 22 novembre 2014.

Sarebbe bello poter contare sul vecchio adagio home sweet home. La rappresentazione della casa come luogo della famiglia – o almeno fonte di garanzia di una certa stabilità – ci è stata proposta in mille frangenti: il cinema, la narrativa, persino la musica. Non sono certo mancati anche i riferimenti alla condizione opposta, quella legata alle storie di vita di coloro che una casa non la possiedono e che devono impegnarsi ogni giorno per “inventarsi” un tetto da mettere sopra la testa. Oltre a queste due condizioni, le più classiche e riconosciute, esistono una miriade di variabili che rendono i contorni dell’abitare estremamente complesso da descrivere.
E’ indubbio che oggi la casa (e tutto quello che le ruota attorno) genera molto spesso sentimenti di preoccupazione piuttosto che di tranquillità, di paura e precarietà invece che di prospettive per il futuro. Questo contesto vale per i giovani e per i meno giovani, in maniera indistinta o addirittura correlata. La condizione abitativa rappresenta il confine scivoloso tra marginalità e tentativo di inclusione. E’ fotografia piuttosto fedele di una società che fatica a porre argini alle diseguaglianze, che non riesce a fare fronte comune per porre rimedio alle evidenti contraddizioni che la caratterizzano. Lo dimostrano – in maniera piuttosto ruvida – i fatti di queste settimane nelle città di Roma e di Milano. Occupazioni, sgomberi, scontri anche duri all’interno di comunità sempre più frammentate e stanche. Non una novità assoluta, ma sicuramente un segnale che ci invita – al netto delle insopportabili speculazioni politiche – a concentrarci su tre questioni.

Le città come luoghi privilegiati dell’abitare. Quale potrà essere il loro futuro, laddove fette importanti del territorio soffrono per l’assenza di politiche abitative e urbanistiche integrate capaci di armonizzare contesti già in partenza difficili? Sapranno le istituzioni, i soggetti del terzo settore, i professionisti, le associazioni e i cittadini non accontentarsi di gestire (nella migliore delle ipotesi) l’emergenza ma essere protagonisti della riqualificazione dello spazio urbano in chiave di una migliore vivibilità?

L’oggetto casa e la necessità di garantire ad ognuno un tetto. Obiettivo che non è solo richiamo morale ad un principio sacrosanto di uguaglianza, ma è soprattutto conferma della necessità di dare corpo ad una vera e propria “filiera dell’abitare”. Dal senzadimora che forsa potrà ambire per il resto della sua vita esclusivamente ad una sistemazione di bassissima soglia al richiedente asilo che appena arrivato ha bisogno di un alloggio sicuro, per porre basi al suo viaggio. La famiglia monoreddito che difficilmente può permettersi l’affitto che il mercato calcola lo studente che non accetta il “nero” del padrone di casa, l’anziano solo, la madre separata con i propri figli. Insomma uno schema articolato di interventi (che coinvolgano pubblico e privato in stretta sinergia) che sappiano intervenire sia sulle situazioni più complicate dell’esclusione sociale che sull’indirizzo del mercato immobiliare e la gestione complessiva degli alloggi esistente. Va ricordato infatti che sono moltissimi gli alloggi vuoti, spesso in stato di abbandono grave, che andrebbero allocati prima di pensare di costruirne altri e anche prima che qualcuno decida di prenderseli (per bisogno o per profitto) in maniera totalmente arbitraria.

La casa oltre le mura. Attorno all’alloggio (di proprietà o in affitto che sia) si può costruire un “fortino” che lo possa difendere. Si può decidere di chiudere la porta doppia mandata convincendosi che tutto ciò che ne rimane fuori è pericoloso e sospetto oppure – non negando le difficoltà e i contrasti – provare a far sì che le relazioni siano il cuore dell’abitare nella sua interpretazione più ampia e l’antidoto più efficace alla solitudine e ai problemi di coesione sociale. E’ a questa seconda tendenza che dobbiamo guardare con curiosità, offrendo ai quartieri nei quali interveniamo strumenti adeguati alla sfida dell’attivazione e dello sviluppo di comunità.

f.

*fotografia di Marcin Sacha, da Photographize Mag


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