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Il derby greco…

In Ponti di vista on gennaio 1, 2015 at 1:36 pm

cantonaFine anno. Tempo di bilanci. E’ fatto obbligo – da Costituzione e da Fiscal Compact – che essi vengano scrupolosamente mantenuti in ordine. L’obiettivo ultimo insomma è il pareggio, alla faccia dello spettacolo e delle squadre votate all’attacco, del gioco propositivo. Sarà un caso ma è di questi giorni – a cavallo tra Natale e Capodanno – l’ennesimo esonero di Zdenek Zeman, evidentemente incapace con il suo Cagliari di rispettare gli stringenti vincoli imposti dalla Troika calcistica. Simbologia pallonara spiccia direte, applicata alla politica del nostro tempo. Non è mai stato nelle corde del boemo tener palla stancamente per difendere il risultato. O vincere o perdere, senza vie di mezzo. A conquistare gloria imperitura o a dover sopportare inenarrabile dolore. Sembra un po’ questa anche la strategia di un giovane allenatore greco, tale Alexis Tsipras, che – almeno così dice chi ha visto la sua squadra giocare – intende portare sui campi europei ipotesi tecnico/tattiche più spregiudicate e aggressive rispetto al grigio catenaccio (così lo descrive lui senza giri di parole) proposto dalle squadre tedesche che vanno per la maggiore. Le tifoserie più convinte – galvanizzate dalle sue dichiarazioni – sono pronte a portare in trionfo il nuovo beniamino, così come i detrattori (piuttosto spaventati dalla sfida lanciata dal mister greco) ne sottolineano senza sosta esclusivamente la pericolosa estraneità ai canoni tradizionali del gioco. L’affermarsi delle sue idee – dicono – potrebbe far perdere credibilità all’intero campionato continentale decretandone addirittura la fine, il definitivo scioglimento. Chi lo sostiene ne elogia la capacità di scardinare lo status quo, di interrompere la ciclicità degli eventi, di sviluppare nuovi ragionamenti. C’è chi arriva addirittura a profetizzare la portata rivoluzionaria del suo messaggio, in uno scenario che va ben oltre i confini ellenici, dentro i quali la sua carriera è iniziata solo pochi anni fa. Il 25 gennaio prossimo giocherà, in casa ma in diretta planetaria, la sua partita più importante. Il clima è teso, l’attesa spasmodica. C’è da giurarci, saranno tantissimi gli occhi puntati verso Atene per conoscere il risultato finale, ancora oggi per nulla scontato, e per vedere come si svilupperà il match. C’è da sperare – vista la posta in palio, che ci riguarda da vicino – che i giocatori si dimostrino all’altezza.

Possiamo buttarla sul calcio, se vogliamo sdrammatizzare. Peccato però la questione sia più complessa di una partita di pallone. Il 2014 si è chiuso con la crisi politica greca in primo piano. L’anno nuovo si apre con la lunga vigilia che accompagnerà i cittadini greci al voto per scegliere il nuovo governo del paese. In testa a tutti sondaggi c’è Syriza, partito guidato da Alexis Tsipras, capace di essere allo stesso tempo seducente eroe per alcuni e temibile spauracchio per altri. Il suo approccio alla crisi economica europea – che si può legittimamente condividere o osteggiare – vorrebbe muoversi nella direzione opposta rispetto alla strategia che, per semplificare, è stata sostenuta dalla cancelliera Merkel. Ridiscussione del debito sovrano, maggiore flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio, forti investimenti pubblici per rianimare un’economia stagnante, maggiore attenzione nei confronti delle fasce socialmente deboli, le più colpite dalla crisi. Nel complesso un programma che non rappresenta una minaccia diretta alla tenuta dell’Unione Europea, ma che viene guardato con crescente preoccupazione da molti osservatori internazionali. Certo si tratta di una visione molto diversa da quella che passa sotto il nome di austerity, ma questo non basta a bollarla come pericolosa, antieuropea o addirittura populista. E’ un’idea, e in quanto tale è bene che esista ed è importante che la si prenda in considerazione politicamente, come merita.

Ciò che si rischia – dobbiamo esserne consapevoli – è che nel mese scarso che ci divide dal voto greco a confrontarsi rumorosamente siano le tifoserie a cui accennavo. I fautori dell’austerity da una parte, che ci diranno che siamo di fronte ad un referendum sull’Euro e che la vittoria di Tsipras sarebbe il primo passo verso la dissoluzione dell’Europa. Dall’altra – c’è da esserne certi – ci sarà chi sosterrà che dalla Grecia parte la riscossa degli stati del sud e dei popoli sovrani nei confronti di un fantomatico tentativo tedesco di Quarto Reich (!?!) e dell’invadenza della tecnocrazia comunitaria. Sfuggire a queste due retoriche contrapposte è assolutamente necessario se si vuole il bene dell’Europa. Che ci sia qualcosa che non va è sotto gli occhi di tutti, che ci sia bisogno di una riflessione approfondita (e di conseguenti azioni concrete) è altrettanto evidente. Le elezioni greche potrebbero essere occasione propizia per fare il punto sullo stato dell’Unione e per rilanciarne l’azione. Una nuova fase costituente, per completare finalmente il percorso interrotto dell’integrazione politica, economica, sociale e culturale.
Guardare alla scadenza elettorale di fine gennaio con gli occhi impauriti di chi si interroga sul “come reagiranno i mercati?” o guidati dalla suggestione di un moderno “sol dell’avvenire” ci porta lontani dalle reali necessità della fragile Europa che ci troviamo ad abitare. Nelle condizioni di massima difficoltà devono emergere idee ambiziose, sguardi lunghi, strategie lungimiranti. Serve un salto di qualità della politica, oggi assente ingiustificata. Non ci possiamo permettere di protrarre la sua eclissi, che da anni lascia al buio l’Europa e i suoi cittadini.

f.

*High-kicking Cantona – Fotografia di Stuart Roy Clarke, da Homes of football.

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