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Per un nuovo inizio

In Ponti di vista on gennaio 4, 2015 at 10:21 am

246a9ec336ec281691fe35f2d2739fb5In fin dei conti il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica non è altro che un rito, non immune a una certa stanchezza. Un anno fa lo commentavo così, in relazione al contraltare Beppe Grillo e alle parole dell’allora neo-sindaco di New York Bill de Blasio. Oggi non ha molto senso soffermarsi sul contenuto dell’ultimo messaggio della lunga presidenza Napolitano, proprio perché l’eccessiva ritualità ne ha annacquato il valore. Il richiamo a uno sforzo comune, un pizzico di retorica nazionalista, l’elenco degli italiani degni sono ingredienti piuttosto ricorrenti all’interno delle comunicazioni alla nazione. Nulla di troppo emozionante insomma, tanto che persino l’annuncio delle imminenti dimissioni è arrivato citofonato, per nulla sorprendente. Anticipato dai mille retroscenisti che campeggiano nei dintorni del Quirinale, è sembrato solo una conferma alle decine di pagine di giornale già scritte nei giorni precedenti.

Non è una perdita di tempo concentrarsi invece su altre parole pronunciate da Giorgio Napolitano solo alcune settimane prima. Fece scalpore il suo riferimento (dentro l’intervento presso l’Accademia dei Lincei) all’antipolitica, descritta come “patologia potenzialmente eversiva”. Cosa rimane oggi di quella polemica, nata estrapolando una frase da un ragionamento ben più articolato? Nulla. Ciò che è più inquietante, dentro un dibattito politico sclerotizzato – dove un tweet vale più di un ragionamento – è che quel lungo appello (giusto o sbagliato che fosse) non è neppure stato letto per intero ma si è subito passati a interpretazioni che definivano chi lo aveva pronunciato difensore della casta e dei politici corrotti. Persino i vescovi (a loro eppure non dovrebbe difettare l’accuratezza nell’analisi della parola) tuonarono dal pulpito digitale: “Un politico corrotto è più eversivo di un anti-politico onesto”. Amen. Cito solo alcuni passaggi del discorso integrale per far comprendere la superficialità di questo commento e di molti altri dello stesso tenore, per poi passare oltre.

L’analisi di come si è arrivati alla crisi attuale della politica.

[…] Tra le voci che si sono levate ai Lincei illuminando le radici antiche della nostra riflessione di oggi, mi piace richiamare quella di un maestro come Paolo Rossi Monti : “Nel primo Seicento” – egli disse nella Conferenza del 12 marzo 2010 – “tra le ragioni del rapido successo della scienza dei moderni [nda. la politica], sta la piena e convinta assunzione, da parte dei sostenitori della nuova scienza, di quel mondo di valori che fanno riferimento all’appartenenza ad una comunità, ai doveri verso i cittadini, al bene comune”. Ebbene – lasciando nello sfondo l’analisi storica che a grandi linee Paolo Rossi poi evocò – penso che possiamo ancor oggi indicare in quei valori da lui citati la premessa essenziale di un qualsiasi riconoscimento delle ragioni della politica e quindi di ogni forma di partecipazione al suo esercizio complessivo. […]

[…] Nella prima metà del secolo scorso c’è stata in larga misura, nella nostra Europa, un’eclisse di quei valori, democratici e solidaristici, determinata dall’avvento e dal feroce dominio del nazifascismo. E ciò di cui discutiamo e ci preoccupiamo oggi – in questo inizio, ancora, degli anni 2000 – è, sia pure in ben altro contesto, di nuovo un oscuramento di parametri essenziali del comune vivere civile, tra i quali il rispetto della cultura e la cultura del rispetto: rispetto, innanzitutto, delle istituzioni e delle persone. Rischiamo, nella fase attuale, il logoramento e la perdita delle conquiste del periodo di riscatto e di avanzamento conosciuto dall’Europa nella seconda metà del Novecento. […]

Il buco nero degli anni ’80 e ’90.

[… ] Nella complessa esperienza di più decenni di vita dell’Italia repubblicana, si succederono e via via si intrecciarono straordinarie trasformazioni e manifestazioni di progresso in senso economico, sociale, civile, culturale, e in pari tempo contraddizioni, ambiguità, deviazioni che avrebbero finito per inquinare gravemente la vita pubblica, lo sviluppo della società e i corpi dello Stato, fino a esplodere all’inizio degli anni ’90. Non sto quindi – sia chiaro – tratteggiando un’evoluzione lineare e indolore dell’Italia rinata, dopo il fascismo e con la Costituzione, alla politica democratica nella ricchezza delle sue ispirazioni e nel rigore delle sue regole. Non potrei tendere a idoleggiamenti del genere, essendo stato tanto partecipe, anche con responsabilità rilevanti come Presidente della Camera dei Deputati, di un momento cruciale di emersione dei lati più deboli e oscuri di una prassi pluridecennale di gestione dei rapporti politici e del potere di governo. […]

Poi il tratto saliente e maggiormente citato.

[…] Si possono deplorare i ritardi e le riluttanze con cui le istituzioni pubbliche abbiano effettivamente preso decisioni e operato su quel terreno, a salvaguardia del prestigio della politica o al fine di superarne la crisi. D’altronde, non deve mai apparire dubbia la volontà di prevenire e colpire infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa che si riproducono attraverso i più diversi canali come in questo momento è emerso dai clamorosi accertamenti della magistratura nella stessa capitale. Eppure, il dato saliente resta quello del dilagare, ormai da non pochi anni a questa parte, di rappresentazioni distruttive del mondo della politica. Sono dilagate analisi unilaterali, tendenziose, chiuse a ogni riconoscimento di correzioni e di scelte apprezzabili, per quanto parziali o non pienamente soddisfacenti.
Di ciò si sono fatti partecipi infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati, opinion makers lanciatisi senza scrupoli a cavalcare l’onda, per impetuosa e fangosa che si stesse facendo, e anche, per demagogia e opportunismo, soggetti politici pur provenienti dalle tradizioni del primo cinquantennio della vita repubblicana. Ma così la critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obbiettività, senso della misura, capacità di distinguere ed esprimere giudizi differenziati, è degenerata in anti-politica, cioè, lo ripeto, in patologia eversiva. E urgente si è fatta la necessità di reagirvi, denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni, impegnandoci in pari tempo su scala ben più ampia non solo nelle riforme istituzionali e politiche necessarie, ma anche in un’azione volta a riavvicinare i giovani alla politica valorizzando di questa, storicamente, i periodi migliori, più trasparenti e più creativi. Un tale impegno, volto a rovesciare la tendenza alla negazione del valore della politica, e anche del ruolo insostituibile dei partiti, richiede l’apporto finora largamente mancato della cultura, dell’informazione, della scuola.
Certo, so bene che fatale è stato, per mettere in crisi soprattutto l’avvicinamento dei giovani alla politica, l’impoverimento culturale degli attori e dei punti di riferimento essenziali, cioè dei politici e dei partiti. L’ho percepito e l’ho scritto quasi 10 anni fa, nella mia autobiografia politica, scritta anche in vista del commiato da pubbliche responsabilità. Insisto sul dato dell’impoverimento culturale, inteso come smarrimento di valori, verificatosi anche per effetto di uno spegnimento delle occasioni di formazione e di approfondimento offerte nel passato dai partiti in quanto soggetti collettivi dotati di strumenti specifici e qualificati. E’ stato questo un fattore decisivo anche di impoverimento morale. Perché la moralità di chi fa politica poggia sull’adesione profonda, non superficiale, a valori e fini alla cui affermazione concorrere col pensiero e con l’azione. Altrimenti l’esercizio di funzioni politiche può franare nella routine burocratica, nel carrierismo personale, nella ricerca di soluzioni spicciole per i problemi della comunità, se non nella più miserevole compravendita di favori, nella scia di veri e propri circoli di torbido affarismo e sistematica corruzione. […]

Fino ad arrivare a un monito rispetto agli obiettivi che la politica, se saprà ritrovare la strada, dovrà darsi.

[… ] E desidero citare qui ad esempio l’apporto di un grande studioso di storia delle idee, Isaiah Berlin.
In particolare, nella sua splendida orazione per il Premio Agnelli ricevuto a Torino nel 1988 – “La ricerca dell’ideale” (The Pursuit of the Ideal”) – egli mise in evidenza un punto cruciale, in un modo che risultò illuminante anche per me: “Quello che è chiaro – sono le sue parole – è che i valori possono scontrarsi tra loro. (…) L’incompatibilità dei valori può essere tra culture diverse, tra gruppi della stessa cultura o fra te e me. (…) Può benissimo accadere che vi sia un conflitto di valori nell’animo di uno stesso individuo; e non è detto che per questo alcuni debbano essere veri e altri falsi. (…) La giustizia, una giustizia rigorosa, è per alcuni un valore assoluto, ma non sempre è compatibile nelle vicende reali, con la pietà, con la misericordia, cioè con valori che possono essere altrettanto assoluti agli occhi di quelle stesse persone. (…) Libertà e uguaglianza sono tra gli scopi primari perseguiti dagli esseri umani per secoli; ma una totale libertà dei potenti, dei capaci, non è compatibile col diritto che anche i deboli e i meno capaci hanno a una vita decente. (…) Senza un minimo di libertà ogni scelta è esclusa e perciò non c’è possibilità di restare umani nel senso che attribuiamo a questa parola; ma può essere necessario mettere limiti alla libertà per fare spazio al benessere sociale (…) per non ostacolare la giustizia e l’equità.” […]

Questa esposizione schematica non deve essere confusa per un’apologia presidenziale. Nessun #tivogliobenepresidente. E’ solo il tentativo di far riflettere su quanto ci siamo disabituati a confrontarci in profondità con i temi, addirittura con le parole; preferendo non addentrarci nella complessità degli scenari che esse ci propongono. Infatti, a fronte di una quantità quasi insopportabile di inchiostro utilizzato per dar conto della quotidiana cronaca politica e delle ore di talk show (in realtà ben poco seguiti…) ribalta per una classe politica spesso impresentabile, mai come oggi esiste una totale incomunicabilità tra istituzioni, partiti e sindacati e coloro che essi dovrebbero rappresentare.
Un corto circuito certificato dai dati raccolti da Demos che testimoniano certo l’inadeguatezza della politica (la cui fiducia è ormai quasi azzerata) ma non tranquillizzano nemmeno rispetto alla tenuta della dimensione relazionale, all’efficacia della struttura comunitaria. Siamo sempre più malati di una solitudine sfiduciata, condizione che mina le fondamenta della stessa democrazia, necessariamente basata sulla dimensione collettiva, continuamente messa alla prova da nuove sfide e per sua natura attraversata da innumerevoli conflitti.

Ora però il problema non sta nel continuare a sottolineare ciò che non funziona; pratica diventata un mantra per certi versi autoassolutorio, o peggio figlio di una scommessa a perdere sulle sorti della nostra società. Serve riaffermare – senza retorica e nella pratica a ogni livello – il ruolo della politica. Sempre che le fibrillazioni (di ceto politico avariato, di cittadinanza disillusa, di narrazioni costantemente negative) che ogni giorno percepiamo non abbiano raggiunto già un stadio eccessivamente avanzato da non poter essere affrontate con successo. A volte – in tutta sincerità – guardandosi attorno si può avere questa sensazione.

Detto che l’analisi sulla situazione non ha bisogno di particolari approfondimenti, basterebbe prendere per buone le quindici malattie che Papa Francesco ha elencato ai membri della Curia romana, tutte più o meno trasferibili dall’ambito religioso a quello politico o addirittura all’intera società. Fatto ciò sono le cure a essere meno automatiche da rintracciare. A questo punto anche il Papa, espressione di una potente tensione al cambiamento, sembra trovarsi in imbarazzo, a dover procedere per tentativi alla riqualificazione della Chiesa che è chiamato a guidare.
C’è bisogno di uno schema nuovo, o almeno del riaffermarsi di una serie di valori e di comportamenti che vengano percepiti come condivisi. Sono i cittadini che possono e devono determinare le condizioni dentro le quali deve agire la politica, così come viceversa sarebbe compito di una classe politica all’altezza della situazione offrire ai propri rappresentati visioni e strumenti efficaci per la descrizione delle sfide del futuro. Oggi entrambe queste dimensioni (di elaborazione dal basso e dall’alto) sono in sofferenza, sarebbe ipocrita negarlo. Ha ragione Nadia Urbinati quando – recensendo Russell Muirhead, The Promise of Party in a Polarized Age, Cambridge, Mass.: Harvard University Press, p. 316 – si concentra sulla centralità e la necessità di una rinnovata conflittualità tra partigianerie (e tra partiti) nella definizione dei cambiamenti sociali, economici e culturali.

[… ] L’antipartitismo è una pessima ideologia per la democrazia che espelle dalla politica i cittadini ordinari e lascia in campo solo quelli che nella politica ci stanno per ragioni meno nobili di quelle di partito. Li espelle insieme all’interpretazione non desiderata e al dissenso, che sono segni di interesse perché noi in genere ci impegniamo a discutere e a dissentire per le cose a cui teniamo. […]

[…]  Delega ai competenti e plebiscito di leader che a tutto provvedono sono i maggiori segni di declino dello spirito di parte che attraversa le società contemporanee e per correggere il quale Muirhead sostiene l’importanza della riabilitazione dello spirito di partito, una reintepretazione della politica come strutturalmente basata sul conflitto e che non considera l’antagonismo e il dissenso come segni sconfortanti di una crisi di stabilità e di governabilità del corpo politico. […]

Il limite che trovo in questo suo comprensibile accenno alla dimensione collettiva dell’agire politico, anche dei tanto vituperati partiti, sta proprio nella fragilità (quando non assenza) di un sentimento diffuso che richiami al concetto di noi, a un necessario senso di comunità. La solitudine – di cui ho già parlato ampiamente – è oggi categoria, a suo modo anche politica, pericolosamente rilevante. Per scardinarla non è più sufficiente un generico richiamo alla partecipazione, non valgono le scorciatoie tecnologiche per l’ascolto dei pareri dei cittadini, non sortiscono effetti le fascinazioni – ormai semestrali – per questo o quel leader che dovrebbe trainare il popolo.
L’indifferenza può stare senza partito, non l’attenzione del cittadino per le questioni pubbliche.” conclude sempre Nadia Urbinati e non è possibile darle torto. E’ a quell’indifferenza che bisogna parlare, sapendo che il suo ascolto è disattento e condizionato da mille pregiudizi. Ed è quell’attenzione – fatta di mille rivoli di competenze e passioni, spesso sottovalutate – che va coinvolta e valorizzata.

Mi rendo conto che per l’ennesima volta mi sono concentrato maggiormente sul come piuttosto che sul cosa fare, ma credo fermamente che per ripartire – non solo in termini di crescita economica – ci sia bisogno di un nuovo contratto sociale, che sappia essere alla base di una generalizzata tensione alla responsabilità nei confronti del bene comune. Senza, dobbiamo esserne consapevoli, nessuna riforma – da sola – ci salverà.

Buon inizio, speriamo.

f.

*immagine: Flying Contraption di Joel Robison

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