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#JeSuisConfus

In Ponti di vista on gennaio 15, 2015 at 11:49 am

yoppy iphone 6 coda giappone-800x500_cCapita a volte di sentirsi spaesati. Devo essere sincero, vedendo alcune immagini delle code chilometriche davanti alle edicole o della corsa all’apertura dei centri commerciali, ho associato il clima attorno all’uscita del nuovo numero di Charlie Hebdo a quello – altrettanto febbrile – per la premiere dell’ultimo modello di Iphone. Potrebbe sembrare un’affermazione cinica, che non tiene in debita considerazione la legittima solidarietà che in moltissimi hanno voluto esprimere a una redazione decimata da un atto barbaro e ingiustificabile. Certamente più cinico di me è però chi – e non sono pochi – qualche ora dopo l’acquisto ha trasformato un atto di partecipazione collettiva in un’opportunità di business del tutto personale, utilizzando eBay per mettere all’asta la propria copia del giornale, molto richiesta sul web. Arte dell’arrangiarsi ma anche, inutile negarlo, una tendenza a rendere materiali (monetizzabili) anche valori e ideali, ridotti in questa maniera a semplice merce. Nel momento in cui tutti condividono #JeSuisCharlie, io continuo a sentirmi spaesato. #JeSuisConfus.
Sorvoliamo ora per un momento le situazioni appena descritte, che potremmo derubricare come marginali e statisticamente irrilevanti se rapportate ai numeri enormi raggiunti dalla distribuzione di Charlie Hebdo questo mercoledì. Concentriamoci invece sulla massa di coloro che di buon mattina sono scesi in strada per accaparrarsi un giornale che – per una vastissima maggioranza – non avevano mai comprato. Un gesto dettato dall’urgenza comunemente sentita di dare un segnale di vicinanza ai giornalisti attaccati a colpi di kalashnikov. La ricerca di un atto di speranza che rompesse la solitudine di chi si sente in pericolo. Un gesto simbolico a difesa della libertà di opinione. Tutte motivazioni corrette e assolutamente legittime, che non fanno venire meno però un dubbio legato alla superficialità con cui ci stiamo approcciando ai fatti di Parigi.

Siamo davvero certi che la posta in palio sia la libertà di opinione? Difenderla oggi, riproducendo in milioni di copie – quasi in forma di sfida – vignette che ritraggono divinità dalle sembianze falliche o impegnate in articolati set pornografici è davvero il messaggio che vogliamo lanciare, o forse la situazione è sfuggita di mano? Saremo in grado (sembra proprio di no, pensando al esempio al nuovo caso Dieudonné di queste ore) di mantenere così alta l’asticella del nostro essere garantisti nei confronti di ogni satira (e non solo della satira), anche quando urterà al massimo livello i nostri sentimenti? Penso all’olocausto – spesso macabro soggetto di pessime barzellette -, alla disabilità o alla malattia, alla diversità di orientamento sessuale, all’alterità etnica, alle storie terribili dell’immigrazione. Charlie Hebdo è ora un simbolo potente e allo stesso tempo estremamente contradditorio. Da nicchia di artisti ruvidi e intransigenti – per loro stessa definizione irresponsabili – a rappresentanti (involontari) di quella libertà d’opinione che l’Occidente rivendica di garantire senza censure, non senza alcune spiacevoli quanto evidenti ipocrisie. Un impegno troppo grande da caricare sulle spalle di un giornale che ha da sempre danzato sul confine sfumato che separa la satira tagliente dall’offesa gratuita, e che ha costruito la sua specificità sul non essere per tutti, nel suo essere dissacrante e senza limiti.

Ma non è la libertà di stampa il focus su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione. O meglio, non è l’unico. La libertà – quella dei singoli e dei gruppi – non cammina da sola e ha bisogno di accompagnarsi ad altri valori che ognuna delle persone partecipanti alla marcia di Parigi del 10 gennaio scorso dovrebbe conoscere benissimo. Uguaglianza e fraternità sono i contrappesi che rendono la libertà una conquista fondamentale del nostro modo di stare al mondo. Principi collettivi, dal forte impatto relazionale, che richiamano alla responsabilità e che costituiscono la cornice dentro la quale la libertà di ognuno di noi può spaziare, evolversi, esprimersi. Ma proprio di uguaglianza e fraternità è carente oggi l’Occidente che si sente attaccato, che si percepisce fragile. E’ questo vuoto – certificato plasticamente dagli ultimi fallimentari quindici anni di politiche militari in giro per il pianeta, che oggi producono le reazioni che ormai ci siamo abituati a conoscere – il punto su cui fare leva per invertire la rotta e costruire una nuova narrazione che abbia la forza di diventare cosmopolita, di scardinare lo schema dello scontro di civiltà, di dare un orizzonte di pace al nostro futuro. Sempre che non ci bastino un paio di giorni da (seguaci di) Charlie per sentirci migliori…

f.

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