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Immigrazione e comunità

In Ponti di vista on febbraio 2, 2015 at 11:46 pm

006Può l’arrivo di diciassette  persone mettere tanto in allarme una comunità da convincerla a inscenare una protesta, che si pone come obiettivo quello di impedire l’accoglienza di quelle stesse diciassette persone? La risposta apparentemente è sì, e mentiremmo dicendo il contrario. La paura e la diffidenza nei confronti dell’altro che ci si avvicina sono sentimenti piuttosto naturali, non automaticamente collegabili alla categoria del razzismo. Non deve stupire quindi che la prima reazione in un piccolo paese – a Pinè come a Isera – possa essere stata quella di un generale spaesamento. Non sta a me giudicare se questa sia la posizione prevalente oppure rappresenti solo una minoranza, seppur rumorosa. E’ un fatto che spesso, laddove è richiesto a una comunità di dimostrare la propria solidarietà – in questo caso nei confronti di piccoli gruppi di persone profughe – si sviluppino proteste e nascano comitati che contribuiscono ad animarle. C’è chi ha fatto di questa strategia politica un proprio marchio di fabbrica, e non perde l’occasione per “giocare” pericolosamente allo scontro di civiltà, traendone pure un crescente consenso elettorale. Il tutto secondo uno schema che vorrebbe far prevalere nuovi confini attorno a spazi chiusi rispetto all’inevitabile (seppur difficile) incontro con il diverso da sé.

Ma a preoccupare, se si guarda bene, sono soprattutto le reazioni di chi le comunità dovrebbe guidarle, accompagnandole anche nell’affrontare le problematiche più complesse. Sindaci che – non tutti, ovviamente – annusando l’aria che tira, esprimono contrarietà rispetto alla possibilità di ospitare anche solo una decina di richiedenti asilo. Arrivando addirittura – i più aggressivi – a denunciare il danno che il proprio Comune subirebbe o i pericoli che tali presenze potrebbero generare. In rappresentanza dei cittadini arrabbiati, mettono in crisi l’amministrazione provinciale trentina – responsabile dei progetti d’accoglienza -, anch’essa non del tutto convinta su quale sia la miglior strategia da adottare e quindi in estrema difficoltà nell’assumere una decisione chiara e lineare. La somma di tutti questi elementi genera enorme confusione e un clima piuttosto pesante.

Negli ultimi giorni ho riletto un piccolo libretto dal titolo “Anch’io in fila alle sei”. Raccoglie gli editoriali/racconti di Vincenzo Passerini che nell’estate del 2001 – da consigliere provinciale – passò un mese in strada, davanti alla Questura di Trento, a fianco dei migranti in attesa del permesso di soggiorno . In strada, perché era lì – tra via San Marco e Piazza della Mostra – che centinaia di persone trascorrevano notti intere per vedere riconosciuto il proprio diritto di ottenere un documento. La tenacia di Passerini, capace di attivare l’opinione pubblica attorno al problema, portò al risultato non solo di eliminare le code ma di aprire una nuova fase nel rapporto della Provincia Autonoma di Trento con l’immigrazione. Nacque Cinformi – struttura dedicata alla semplificazione delle procedure burocratiche legate all’immigrazione – e la politica seppe dare prova di lungimiranza e propensione all’innovazione, con importanti ricadute anche sul tessuto sociale e culturale che le stava attorno.
Oggi siamo probabilmente a un nuovo punto di svolta. Meno uomini e donne in cerca di lavoro. Molti ormai cittadini radicati nel territorio trentino, seconde o terze generazioni addirittura. Un flusso cospicuo di profughi proveniente dalle tante aree di guerra presenti nel mondo. Al variare del contesto globale e locale servirebbe oggi un salto di qualità di pensiero e di atteggiamento. Farebbe comodo anche qualche buon esempio, capace di aprire la strada.

Bene farebbero i sindaci dei tantissimi comuni trentini a smetterla di fare a gara per evitare di doversi assumere la responsabilità di dare asilo ai profughi. Non si accontentino di essere i difensori rancorosi dell’omogeneità delle comunità che li hanno eletti, ma pretendano di essere protagonisti di un nuovo modello di accoglienza, non più emergenziale. Strutturato, diffuso, comunitario. Tranquillizzino le persone che si sentono in pericolo, chiedano aiuto a chi ha maggior esperienza nella gestione dei conflitti, attivino le risorse associative e professionali presenti sul territorio, investano tempo ed energie nel generare relazioni.

Si accorgeranno che diciassette persone non possono spaventare.

f.

*Immagine di Adrian Paci, Vite in transito

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