trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Partecipazione attiva e qualità dei paesaggi urbani

In Ponti di vista on febbraio 27, 2015 at 9:47 am

La proposta di svolgere un paio d’ore di lezione nell’ambito del Master “World Natural Heritage Management” mi ha da un lato lusingato e dall’altro messo in difficoltà. Lusingato perché certifica la bontà di alcune ipotesi sulla riqualificazione urbana proposte in questi anni, sempre attraverso pratiche bottom-up. In difficoltà – non potrebbe essere altrimenti, fortunatamente – perché mi impone di mettermi in discussione all’interno di un contesto di formazione di alto livello, di fronte a coloro che si pongono legittimamente l’obiettivo di essere protagonisti di una nuova stagione di elaborazione attorno al tema del paesaggio. Ovviamente le cose difficili sono quelle che – in potenza – garantiscono un più alto grado di soddisfazione, ed è per questo che ho accettato con piacere l’invito.

Chi sono.
mars2Non sono un architetto e neppure un urbanista. Non sono laureato in scienze sociali. In realtà non sono neppure laureato. Mi piacerebbe moltissimo partecipare – da studente – ad un master come questo. Mi è difficile descrivere bene quale sia davvero l’attività che svolgo. L’unica cosa certa è che da alcuni anni – di fatto dal mio arrivo a Trento, nell’autunno del 2002 – ho avuto l’opportunità di sviluppare una particolare attenzione rispetto alle tematiche della gestione e riqualificazione dei contesti urbani. L’ho fatto partecipando attivamente ai movimenti sociali che hanno caratterizzato (e ancora caratterizzano) il tessuto sociale della città, dentro reti che si allargano alla dimensione europea e internazionale. Quell’esperienza per me molto intensa rappresenta l’origine (e la conferma) di una passione profonda per la politica, per la quale – mi rendo conto può sembrare fuori luogo – si può ancora provare un sentimento d’amore. Negli ultimi anni ho dedicato parte delle mie energie al Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, realtà grazie alla quale ho potuto approfondire il mio approccio al tema della mediazione dei conflitti. Parallelamente ho cominciato a interessarmi sempre di più ai temi della sharing economy (declinata nell’ambito dell’innovazione sociale e dello sviluppo di comunità) e della smart city (sempre con un taglio più sociale che strettamente tecnologico). Sullo sfondo rimane poi un campo d’interesse – legato alla mia attività di videomaker – solo apparentemente marginale: la città di Marsiglia. E’ proprio da lì, e dall’esperienza di MP2013, che partirò, nel corso di questa lezione, per descrivere un ideale viaggio dal mare alla montagna. Da una metropoli mediterranea all’estremo sud della Francia alla cittadina capoluogo di una Provincia autonoma nel cuore delle Alpi nella quale abito.

Marsiglia [Contesto]
“Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma atipico dove l’eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.”
Jean-Claude Izzo | da “Casino totale”

| Storicamente città dai forti conflitti. | “Marsiglia è un rifugio di banditi internazionali. Questa città è il cancro d’Europa. E l’Europa non potrà vivere finché Marsiglia non sarà ripulita.” Karl Oberg, responsabile delle SS per la Francia, si esprimeva così nel 1943. Si racconta che i cannoni del Fort Saint Jean fossero rivolti verso la città e non verso il mare, per difendersi dai marsigliesi piuttosto che dai nemici. Una città dalle relazioni ruvide, dalle conflittualità evidenti.

| Assenza governance efficace. Distanza (e scarso riconoscimento) del governo nazionale. | “Marsiglia non è la Francia” è una delle frasi più ricorrenti nei discorsi dei marsigliesi. Può apparire una forzatura, un modo banale di confermare un’identità (seppur multiforme) in contrapposizione a quella parigina, eppure rappresenta bene il sentimento di distanza rispetto ai diversi livelli della governance.

Schermata 2015-02-23 a 10.49.16| Povertà diffusa. | Il tasso di disoccupazione in città è molto alto. Circa il 30% della popolazione del centro città vive solo di sussidi e non versa nelle casse cittadine un solo centesimo di tasse, non contribuendo alla costruzione del bilancio cittadino. La dimensione economica – non solo delle banlieues – incide fortemente sul disegno del tessuto sociale cittadino.

| Ampie sacche di criminalità. | Marsiglia è una città molto raccontata nei noir (non solo da Izzo, pensiamo anche a Massimo Carlotto, o…) ma la narrazione un po’ romantica della tradizionale malavita (di origine corsa, italiana, ecc.) non è sufficiente a descriverne la capacità di penetrazione e di incidere sulle dinamiche cittadine, a volte anche “sedando” le conflittualità più accese (es. rivolta periferie 2005).

| Disarticolazione dello spazio urbano. | Un fattore determinante per comprendere il contesto di partenza della città di Marsiglia è il diverso standard degli interventi pubblici (e non solo) nelle diverse zone della città. Le differenze tra nord (per semplificare, le banlieues) e sud (zone residenziali) sono notevoli per tutti i servizi, in particolare per quanto riguarda i trasporti.

MP2013 [Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013]

| Grandi eventi, piccoli risultati. |
MP2013 è la diretta conseguenza (“l’acceleratore, la prosecuzione…”) degli ambiziosi progetti di riqualificazione racchiusi sotto il nome Euroméditerranée, che da due decenni investono la città di Marsiglia. A grandi eventi e grandi investimenti non corrispondono però risultati sufficienti a giustificare l’impegno. Un esempio su tutti. Rue de la Republique, scenario solo qualche anno fa di pesanti scontri per la resistenza allo sgombero di decine di famiglie e piccoli negozi si presenta oggi – pur dopo la ristrutturazione dei palazzi di pregio – quasi completamente vuota. All’ipotesi di utilizzo prevista dal progetto non corrisponde una reale richiesta da parte dei potenziali fruitori. La città rigetta ciò che non sente proprio.

| Limiti del metodo top-down. |
“Le decisioni su MP2013 sono state prese a Parigi e Bruxelles.” Con queste parole – magari semplificando, ma certamente in modo efficace – a Marsiglia spiegano l’origine dell’evento Capitale della Cultura 2013. Una scelta calata dall’alto lì dove Governo nazionale e locale (non a torto) percepivano un bisogno, economico più che culturale, da soddisfare.
Non è solo nello stimolo all’iniziativa che si è proceduto in maniera top-down. Lo stesso meccanismo – debole e non inclusivo – si è poi riversato sulla gestione del programma culturale di tutta l’annualità, non favorendo la partecipazione della popolazione marsigliese.

| Prevalenza dimensione urbanistico/speculativa. |
Ho accennato precedentemente al caso di Rue de la Republique. Sicuramente la situazione più eclatante in cui notare la prevalenza della componente urbanistico/speculativa su tutte le altre. Non si contavano le gru, le voragini stradali, i palazzi in costruzione. Essendo questi lavori concentrati in pochissime zone della città (quelle ritenute più prestigiose) si sono verificati nuovi casi di gentrificazione e non si è riusciti a determinare una reale riqualificazione del contesto urbano.

Mars| Omologazione proposta culturale. |
Fattore non secondario nella definizione del paesaggio urbano di MP2013 è stata anche la proposta culturale espressa nei dodici mesi. Esclusa la notte dedicata all’inaugurazione (vissuta in strada anche dai giovani dei Quartieri Nord) e alcune iniziative collaterali organizzate da associazioni locali, il calendario di un intero anno di iniziative non ha garantito l’attraversamento di MP2013 a gran parte della popolazione, soprattutto alle componenti più fragili ed escluse. Marsiglia è città di culture plurali e spesso mescolate tra loro, di un melange frutto dell’essere antico porto affacciato sul Mediterraneo e l’Africa. Non averlo tenuto presente non ha migliorato la percezione dei cittadini verso l’evento Marsiglia Capitale della Cultura 2013, visto come un corpo estraneo e quindi incapace di determinare un rimescolamento delle varie anime della città.

Spunti utili, per alzare lo sguardo.

| Prevalenza dei processi rispetto ai progetti |
Marsiglia Capitale della Cultura 2013 è stata caratterizzata dall’apertura di un’infinità di cantieri, dislocati in maniera disomogenea sul territorio. All’attenzione riservata ad alcune zone della città non è corrisposta un’equivalente cura per altri quartieri. E’ facile intuire come questo approccio non abbia favorito l’assorbimento delle differenze che ho precedentemente descritto. I progetti, se non accompagnati da un’adeguata strategia processuale (fatta di pratiche di coinvolgimento, di una valutazione attenta dello scenario, della valorizzazione delle particolarità), rischiano di avere una visione distorta delle richieste provenienti dallo spazio su cui vanno a interagire. La dimensione processuale (nel caso di Marsiglia quelli che erano stati definiti Quartiers Créatifs non hanno funzionato come previsto) è certamente quella fondamentale nella ridefinizione del paesaggio urbano, e allo stesso tempo è quella più difficile da realizzare perché necessita un intervento che si distende su più piani e con diversi linguaggi, dentro un tempo che è necessariamente medio/lungo.

| La città e il paesaggio urbano sono determinati da chi li abita |
Per dare piena rilevanza alla componente processuale bisogna affrancarsi necessariamente dall’idea che la città sia in prima istanza la sua componente materiale, urbanistica e spaziale. A ben guardare – ci torneremo anche dopo, parlando di Trento – le scelte che privilegiano gli aspetti tecnici dimenticandosi quelli sociali sono spesso quelle che determinano gli errori più gravi in termine di elaborazioni, riverberandosi sull’intera comunità. Una cosa è certa. Se vogliamo davvero impegnarci nella riqualificazione del paesaggio urbano e determinarne una nuova vivibilità, dobbiamo concentrarci sulle persone (e le dimensioni collettive che abitano) e sulle relazioni che sanno (o non sanno) creare. Questo cambio di paradigma non è stato minimamente preso in considerazione nella gestione dell’evento MP2013 e le conseguenze sono evidenti.

| Necessità della comprensione e della gestione dei conflitti |
Vivere in uno stesso spazio non è per nulla facile. A persone e comunità diverse corrispondono altrettante visioni di utilizzo dello spazio urbano. L’incapacità di gestire i conflitti o la tendenza a negarne l’esistenza sono due facce della stessa medaglia. La “terza via” rispetto a queste due opposte prospettive è quella di abitare con attenzione i conflitti, saper farli diventare generativi, provare a dare forma a “codici urbani” in grado di essere accettati e sostenuti dalle varie componenti di uno stesso contesto. E’ in questo frangente che devono trovare sempre più spazio figure professionali di animatori e sviluppatori di comunità. Scintille che attivano iniziative, orecchie pronte ad ascoltare, mediatori laddove i conflitti raggiungono il livello di guardia.

| Governance collettiva e diffusa |
La percezione dello spazio pubblico è cambiata nel corso degli anni. Oggi la si può interpretare in due maniere: il prolungamento della propria dimensione privata (es. comitati contro il rumore, contro il degrado) oppure come spazio del pubblico, con una delega totale in termini di gestione nei confronti dell’amministrazione pubblica. Anche in questo caso non mancano esperienze che mettono in dubbio questo dualismo provando a descrivere un incrocio virtuoso tra la verticalità richiesta alla decisione politica e amministrativa (che dovrebbe essere figlia di una visione strutturata della città) e forme di governance orizzontali, capaci di rendere protagonisti i singoli cittadini e i corpi intermedi nella definizione di obiettivi e metodi comuni di intervento sullo spazio urbano.

CodiciUrbaniWeb - Fronte| Condivisione e sussidiarietà |
Un nuovo approccio allo sharing (culturale, turistico, economico/tecnologico, di comunità) sta rivoluzionando il nostro modo di vivere lo spazio pubblico. Non è solo il fiorire di App dedicate sui nostri smartphone oppure l’attenzione crescente attorno ai temi dell’innovazione e della smart city a rivelare il segnale di un cambiamento di approccio che pone la necessità della condivisione e delle relazioni al centro dell’attenzione. Una fuga dalla precedente, e non del tutto esaurita, fase del rancore e della solitudine ma anche uno schema nuovo della governance urbana, così come si auspicava nel precedente paragrafo. Ne deriva – indirettamente stimolata dalla crisi economica – una riaffermazione del principio di sussidiarietà (art. 118 Cost.), con la necessità che il rapporto amministratore/cittadino consista in una reale collaborazione e sinergia e non in una sorta di delega al contrario, laddove i bilanci comunali non riescano a farsi carico di servizi o interventi.

Dal mare alla montagna [tre casi di studio per Trento]

| L’impronta urbana di Trento. |
trento_1860Tre immagini spiegano meglio di una lunga cronistoria l’evoluzione dei vari Piani Regolatori.
La prima è una mappa del 1860 con la città di Trento cinta dalle mura – a formare una particolare forma di cuore – e il fiume Adige nel suo tracciato originale. La seconda è la raffigurazione dello spazio urbano della città nel 1960 (ca. 75.000 abitanti). Da lì a poco sarebbe iniziata la serie di Piani Regolatori – comunali e provinciali – che con visioni spesso discordanti hanno portato alla situazione attuale. L’ultima è l’estensione attuale del territorio edificato (ca. 110.000 abitanti) confrontata con – la mappa nella metà superiore – la città di Bolzano. Le differenze sono evidenti.

La seconda e terza mappa sono state realizzate dall’Architetto Beppo Toffolon.

Di primo acchito balza Spazi e infrastrutture [BT]trento1maggiormente all’occhio l’aspetto quantitativo che fa dire – senza timore di smentite – che a Trento si è costruito troppo, dato evidentissimo in alcune zone della città. Ad esempio nella periferia nord della città, lungo la direttrice di Via Brennero. Ne consegue un inurbamento diffuso, un problematico allungamento della città che ha riflessi anche sui servizi (ad es. il trasporto pubblico), una generale erosione dello spazio non cementificato.
Discorso collegato – e più legato al cambio di destinazione d’uso – va fatto per alcune aree industriali dismesse e per la zona delle Caserme situate nella parte sud della città. Sono inoltre moltissimi (dentro è fuori il centro storico cittadino) gli spazi – pubblici e privati – non più utilizzati che giacciono in stato di abbandono e sui quali sarebbe bene interrogarsi.

Spazi e infrastrutture [BT]trento2Proprio a questo aspetto peculiare (che ci fa ritornare ai temi già accennati della sharing economy e dell’innovazione sociale) va collegata una riflessione qualitativa per comprendere al meglio le sfide che attendono la città. Il paesaggio trentino – della città come delle valli – ha subito negli ultimi vent’anni una sorta di “ideologia del fare”, impulso che ha generato l’esplosione della superficie edificata/edificabile e il fiorire di decine e decine di strutture (es. caserme dei pompieri e teatri) spesso replica di quelle presenti nel quartiere o nel comune vicino. Si è costruito quindi troppo e male.

E’ mancata una visione solida e lungimirante, o almeno a un certo punto è venuta meno. Non ha visto la luce il Piano Busquets, l’unico vero progetto organico di riqualificazione della città. E’ mancata la concretezza nel definire il ruolo e le aspettative collegati al centro urbano più importante della Provincia – Trento – e alla sua relazione con i territori circostanti. E’ mancato il dibattito attorno ai limiti (dimensionali e di vocazione) che si dovevano tenere in considerazione o che si potevano ridefinire. Sono mancate l’umiltà e la pazienza di fermarsi a riflettere su quale direzione sarebbe stato meglio imboccare, e ora per un certo verso sembra di essere giunti a un vicolo cieco.

| Un riferimento per la città che verrà. |
Richard Rogers nel suo libro “Città per un piccolo pianeta” elenca le caratteristiche che una città dovrebbe possedere.

1) Una città giusta
2) Una città bella
3) Una città creativa
4) Una città ecologica
5) Una città di facile contatto
6) Una città compatta e policentrica
7) Una città varia

Il rischio (come spesso avviene anche nei rapporti che censiscono la qualità della vita dei centri urbani) è quello di leggere i criteri sopra elencati come aspetti separati e non comunicanti tra loro. Si tratta di un errore grave, che se commesso rischia di compromettere anche le iniziative (spesso positive) che si propongono nei singoli ambiti. Serve la capacità di far dialogare i piani che dentro una città si sovrappongono continuamente, anche se quasi sempre in maniera irregolare,non lineare e di conseguenza difficili da interpretare.
A che punto è Trento per provare a muoversi in questa direzione?

Tre aspetti preliminari certamente sono da tenere in considerazione, senza voler entrare in temi più specifici che ci allontanerebbero dal come fare per riportarci troppo velocemente al cosa fare.
a) Accettare la complessità che innerva oggi la dimensione urbana, passaggio determinante per poter immaginare qualsiasi passo successivo. L’idea che si potesse procedere esclusivamente per ipotesi semplificatorie nel descrivere la città (due esempi sono il tema della sicurezza e quello della cosiddetta movida serale e notturna) ha fatto sì che negli anni venisse meno anche lo spazio per un confronto dialogico diffuso che coinvolgesse tutti coloro che avevano (e hanno) qualcosa da dire, per offrire maggior respiro a un dibattito negli ultimi anni asfittico.
b) Dotarsi degli strumenti adatti alla cifra della sfida in essere. Mi riferisco a iniziative istituzionali (il regolamento Labsus? una revisione in chiave partecipativa del ruolo delle Circoscrizioni?), sociali (incrocio di sguardi tra pubblico e privato nell’animazione e sviluppo di comunità, attivazione di processi partecipativi su alcuni specifici interventi) e culturali (campagne che offrano strumenti interpretativi ai cittadini, specifici interventi di sensibilizzazione su quartieri e ambiti scolastici).
c) Elaborare (attraverso il coinvolgimento del più ampio numero possibile di soggetti interessati, valorizzandone specificità e competenze) un piano strategico che guardi almeno ai prossimi vent’anni di Trento.

Tre casi specifici

| a) Il quartiere delle Albere. La governance che deve sperimentare traiettorie altre. |

A luglio saranno due anni che il quartiere delle Albere, progettato da Renzo Piano, è stato inaugurato. Ad oggi non si percepiscono miglioramenti sensibili rispetto all’occupazione degli spazi (abitativi e commerciali) proposti da un progetto che fatica a decollare. Nella stessa area funziona l’esperienza del Muse, mentre andrà verificata in primavera e in estate il reale utilizzo del grande parco a ridosso del fiume Adige. Certo è che risulta indispensabile pensare a metodi di utilizzo – forse anche non convenzionali – di appartamenti e negozi del nuovo quartiere, proprio in nome della “ricucitura dei tessuti urbani” che l’architetto Piano propone come orizzonte d’intervento per gli architetti.
Saprà la governance locale (comunale e provinciale) interloquire intelligentemente con la proprietà del quartiere, con potenziali investitori, innovatori, associazioni e singoli cittadini? Nell’ipotizzare una vocazione diversa – temporanea o permanente – del quartiere delle Albere passa necessariamente il suo futuro.

| b) Il murales del Centro Sociale Bruno. Alla ricerca del conflitto generativo. |

6Da alcune settimane il murales del Cs Bruno non c’è più. Per anni migliaia di cittadini hanno potuto ammirare un’opera d’arte e l’intera città si è dovuta confrontare con un modo diverso di intendere la riqualificazione del paesaggio urbano. Era frutto di un’azione illegale (non aveva ricevuto nessun tipo di autorizzazione) ma rappresentava anche l’idea di un surplus di creatività e voglia di prendersi in carico un pezzo di città. Dal punto di vista dell’immaginario è stato certamente il punto più avanzato nella relazione tra movimenti e città, perché evocava una condivisa ricerca di bellezza e descriveva una sincera voglia di rendere la città più accogliente e colorata.
E’ un peccato che a distanza di tempo – ancor prima dell’abbattimento vero e proprio – il suo significato più profondo non sia stato colto fino in fondo. Non ne è stata valorizzata in pieno la capacità di creare una certa assonanza emotiva anche tra persone molto diverse tra loro, scompaginando i piani della discussione cittadina. Non si è riusciti (né tra chi lo ha realizzato – me compreso -, né nell’amministrazione pubblica) a farne emergere del tutto la potenza evocativa, in nome di un nuovo processo di gestione dei conflitti sociali legati all’esigenza di spazi di espressione per le nuove generazioni. Un’occasione persa per sperimentare strategie innovative e lungimiranti. Si è preferita ancora una volta l’emergenza.

| c) Cafè de la Paix. I “codici urbani” che mancano. |

ingresso-tn-cafè-de-la-paix-592x380Anche la storia del Cafè de la Paix è stata riportata spesso dalle cronache locali. Attività culturale e commerciale nata da una suggestione di un ente pubblico (il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani) con l’obiettivo di rivalutare un luogo degradato della città, ha riscontrato immediatamente un forte interesse da parte di una larga fetta della cittadinanza, attratta soprattutto dall’unicità del locale e della sua proposta. Il clima di curiosità si è da subito associato ad un rapporto meno disteso con il vicinato, quasi da subito insofferente di fronte agli orari (chiusura ore 24.00) e alla presenza numericamente rilevante di clienti all’esterno dello spazio. Lo stretto vicolo su cui si trova (un vero amplificatore di suoni) e le reciproche rigidità di fronte alla necessità di aprire un canale di confronto hanno fatto spesso degenerare la situazione, portando in più occasioni il Cafè sull’orlo della chiusura. Siamo di fronte al più classico degli esempi di incomunicabilità, problema che si propone laddove non si è più abituati a dialogare per risolvere i propri problemi e non esistono “codici urbani” che si possano ritenere condivisi. Per “codici urbani” si intendono tutti quei comportamenti, atteggiamenti, attenzioni che si utilizzano in un contesto che si comprende non essere abitato solo da stessi ma essere determinato dalla costanza delle relazioni con chi lo abita, lo attraversa, lo frequenta. Si può trattare anche di una semplice lista di buone pratiche e piccole regole che si sanno ritenute corrette da tutti, intese come valide fino alla successiva verifica da realizzare insieme. E’ appunto nelle relazioni (necessariamente anche conflittuali) che si possono trovare gli spunti utili per la convivenza. Il Cafè de la Paix e il suo circondario sono ancora nel bel mezzo della ricerca. Buona fortuna!

f.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: