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Di fusioni, politica e richiedenti asilo

In Ponti di vista, Supposte morali on giugno 9, 2015 at 3:44 pm

SafabakhshUna premessa obbligata. Non condivido l’incondizionato giubilo di fronte alle fusioni dei comuni trentini. Ne prendo atto, essendo figlie – laddove riescono – di una scelta dei cittadini, che con il loro voto le legittimano. Non mi convinceva (lo scrissi qui) neppure la volontà di abolire di fatto le Comunità di Valle, vanificando quella che poteva essere – se interpretata in maniera intelligente e partecipata – una piena riforma della governance provinciale. Così non è stato, ma è evidente che il problema del rapporto centro/periferia non è oggi risolto, e come tale si riproporrà.

Antefatto. Ascoltavo ieri in macchina le parole di Roberto Maroni, governatore leghista della Lombardia. Di fronte alla richiesta agli enti locali di farsi carico dell’accoglienza di un numero crescente di richiedenti asilo, il governatore ha minacciato il blocco degli stanziamenti che la Regione garantisce ai Comuni se qualcuno di questi decidesse di garantire ospitalità a gruppi di profughi. Al netto della legittimità di tale operazione siamo di fronte a un ricatto nei confronti sia dello Stato che dei Comuni, messi nelle condizioni di dover scegliere tra solidarietà e garanzia delle risorse per l’ordinaria amministrazione. Mi auguro che in molti abbiano il coraggio di praticare intelligenti forme di disobbedienza civile, ma non è questo il punto che voglio toccare. Nelle parole di Maroni ritrovo l’esempio più calzante di come si può distorcere il rapporto tra livelli della governance nel momento in cui uno di questi è estremamente più forte degli altri, accentrando su di sè tutte le leve decisionali per il governo di un territorio. Non solo. Il caso lombardo di queste ore ci dice anche un’altra cosa. Lì dove mancano strumenti di mediazione politica viene meno la capacità di offrire visioni di lungo periodo capaci di affrontare questioni complesse com’è oggi quella collegata al tema dell’immigrazione. Viene meno quindi la possibilità di gestire – dal punto di vista organizzativo e di cultura di comunità – i fenomeni e tutto (non) si risolve in un clima di montante tensione.

Connessione. Detto questo e non volendo minimamente paragonare il rapporto Provincia/Comuni in Trentino – che pure sarà ora tutto da verificare – con la situazione lombarda non posso negare di averci pensato. Venute meno quelle camere di compensazione (e non solo) che dovevano essere le Comunità di Valle, ritornato a essere centrale il rapporto diretto Pat/Sindaci, montante l’idea delle fusioni come panacea a ogni problema, che ne sarà dell’ipotesi di una trasformazione dell’architettura istituzionale nella direzione di una responsabilizzazione dei territori nelle scelte strategiche, e non esclusivamente nell’ottica della spending review e della gestione condivisa dei servizi? Definitivamente archiviata la LP 3/2006 anche sul piano culturale, si dovranno trovare nuove strade da percorrere, meglio articolate e più capaci di coinvolgere i cittadini. Non sono di buon auspicio in questo senso le dinamiche alla base dell’elezione (non più diretta) dei nuovi Presidenti e relativi Consigli delle Comunità, uno spettacolo per nulla edificante di vecchia politica spartitoria. Se queste sono le premesse…

Provocazione. Le dichiarazioni successive al plebiscito che domenica scorsa ha portato alla creazione di 15 nuove fusioni, hanno voluto tutte sottolineare il segnale lanciato dai cittadini. Partecipi, attenti, responsabili nell’accettare di andare oltre il “campanile” per dar corpo a comunità più forti e coese. Un messaggio che si vorrebbe non solo di tipo ri-organizzativo e ragionieristico ma politico e culturale. Prendendo per buono questo assunto di ritrovata centralità del ruolo dei municipi, mi piacerebbe lanciare loro una provocazione. Il primo atto successivo al cambiamento del nome sia quello – in discontinuità con il diktat che Maroni vorrebbe lanciare ai comuni lombardi – di offrirsi, autonomamente e senza il bisogno di essere chiamati in causa dal Ministero, per dare ospitalità a gruppi di richiedenti asilo arrivati sul territorio italiano. Tre, cinque, dieci. Non conta il numero, da valutare in relazione alle disponibilità, ma il gesto simbolico di essere produttori di un cambio di paradigma nella gestione dell’accoglienza, oggi attraversata da fenomeni Nimby dai tratti molto radicali e pericolosi che ci rimandano la fotografia di comunità spesso chiuse e rancorose.
Direte voi: che cosa c’entra questo con la fusione di tre comuni del Tesino (esempio sbagliato…) o quattro della Val di Non? C’entra, perché se crediamo davvero che il livello più “basso” della piramide istituzionale debba riappropriarsi di un ruolo di primo piano, queste sono le sfide con cui si deve confrontare, non solo con la decisione (legittima e spesso necessaria) di condividere il segretario comunale o l’auto della polizia municipale. E’ a questo livello di consapevolezza e protagonismo politico che si misurerà la qualità dei percorsi di fusione e si potrà verificare la nascita di una nuova classe dirigente che sappia davvero coniugare la visione territoriale con una più globale, quella che deve abbracciare il mondo intero.

Qualcuno accetta la sfida?

f.

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  1. Altro post molto interessante, complimenti.
    Il tema del rapporto fra comuni ed altri enti statali è effettivamente un tema che merita di essere approfondito.
    Al netto di tutta una serie di questioni (favoritismi per amministrazioni locali politicamente allineate, rapporti diretti con consiglieri regionali…), credo di poter portare l’esempio abbastanza efficente della Federazione dei Comuni del Camposampierese: la federazione condivide alcune funzioni (polizia locale, ad esempio) ed è dotata di un organo amministrativo (direttore generale) ed un organo politico (consiglio dei sindaci).
    Al netto dell’economie di scala, questa federazione ha un grande vantaggio ed un grande svantaggio: rappresenta un bacino di circa 100.000 cittadini, potenzialmente molto importante in tanti ragionamenti politico-amministrativi regionali e non solo. Lo svantaggio risiede nel fatto che il d.g. non è legittimato politicamente e che i sindaci non fanno una politica comune pensando oltre il proprio territorio.

    Personalmente, sono dell’idea che gli enti locali più prossimi ai cittadini (i comuni) debbano recuperare un peso politico significativo e che questo possa avvenire solo aggregando dei bacini sufficientemente “pesanti” e facendo rete fra loro.

    A livello istituzionale, nel momento in cui le province sono riformate come enti di secondo livello, probabilmente potrebbe essere opportuno pensare un collegamento più diretto fra regione e comuni: una regione attenta alle realtà locali dovrebbe mettere in moto idee in questa direzione, per evitare un nuovo “centralismo” dall’alto.

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