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Politica impazzita…

In Ponti di vista on giugno 21, 2015 at 10:41 pm

foto (2)Qualche giorno fa, nel bel mezzo dell’ultima – lunga – tornata elettorale ho scritto un pezzo tutto incentrato sulla necessità di trovare nuovi indicatori per leggere gli scenari politici rispetto a quelli esclusivamente connessi al risultato delle urne. Se possibile il ballottaggio conclusosi nel week end scorso (con il “caso Venezia” in primo piano) non fa che amplificare l’urgenza di questa operazione. Da questo punto di vista un prezioso aiuto per dare slancio alla discussione ce lo offre Luca De Biase in un breve commento dal titolo “Ma se sono 50 anni che è colpa della politica cosa c’è di nuovo?”, che trovate qui. In particolare condivido questo passaggio:

Il rancore è diventato così risorsa politica. E l’alternanza dei risultati elettorali – che hanno per 25 anni penalizzato chi aveva vinto la volta prima – è diventata una sorta di regola. Prima che gli elettori cominciassero a disertare in massa le urne dimostrando così che ormai credono che la politica non sia rilevante per le loro vite. A parziale conferma che, alla fine, hanno deciso persino che la politica non merita tutta l’attenzione che le riservano i suoi critici e i suoi protagonisti, insieme ai media che la sopravvalutano.
Le colpe della politica sono tutte lì da vedere. Ma limitarsi a descriverle all’infinito non basta proprio più. E anzi finisce col dinsincentivare l’afflusso di bravi potenziali amministratori che potrebbero anche interessarsi alla politica e rinnovarla (se ne parlava nel post “butta la casta“).

Se conservavo qualche dubbio nel dar credito a un’interpretazione così netta, questi sono venuti meno all’apertura del n°1690 di Topolino, datato aprile 1988. Ne allego due pagine, per condividerne alcune vignette che potrebbero essere tranquillamente ripubblicate oggi senza essere percepite come datate. La politica ha condizioni minime di esercizio che oggi non sono purtroppo garantite. In Italia, in Europa e in tutto quello che conosciamo come Occidente. Il dato dell’alternanza – che così bene De Biase descrive -, degli svantaggi al fine del consenso causati dal governare, di una certa volatilità dell’elettorato di fronte alle emergenze che si susseguono non sono certo fenomeni nuovi ma hanno raggiunto dimensioni ormai patologiche. Nel combinato disposto con i numeri crescenti dell’astensione (ragionata, radicata, trasversale, rappresentativa, per nulla impolitica) e dello sfilacciamento dei luoghi e dei linguaggi emerge con grande evidenza un indebolimento e una marginalizzazione della politica che non può più dirsi congiunturale, ma di sistema. Non scopro nulla di particolarmente innovativo, direte. Non siamo di fronte alla crisi del politico in quanto organo malato di un corpo, la comunità, che invece gode di ottima salute. Ciò che gira a vuoto è l’intera filiera democratica. Incapace di dotarsi di strumenti adeguati, di coinvolgere, selezionare e formare una classe dirigente all’altezza della situazione, di disegnare e legittimare decisioni che si avvertano come d’interesse comune, di gestire efficacemente i conflitti, di descrivere scenari che sappiano guardare oltre i cinque minuti successivi all’emersione di un problema. Lo vediamo a Ventimiglia, in Grecia, nei confronti dello Stato Islamico e nelle righe sferzanti dell’ultima enciclica di Papa Francesco tutta incentrata sui temi ambientali e economici.
Ecco allora che di fronte a questo scenario complesso sono insufficienti le diverse soluzioni proposte. Le leadership mediatiche dal successo altalenante, le coalizioni che nascono “contro”, le alternative “possibili”, le superidentità dalle sfumature moralistiche. Che fare allora?

Servono strategie ampie, tempi distesi. Si dovrebbe rifiutare la mortale sincronizzazione dei tempi del pensiero e dell’agire politico alle continue emergenze (vere o presunte) che il mondo produce e alle mille scadenze elettorali che si susseguono ad ogni livello. Non si tratta – per essere chiari – di rifiutare la necessaria verifica del consenso (diventata oggi per molti versi una maionese impazzita di dati e grafici) ma di rimetterla al posto giusto nella scala delle priorità del politico. Riaffermare il ruolo delle comunità (sociali, economiche, politiche, ecc.) favorendone l’attivazione, il protagonismo e le relazioni dovrebbe essere il primo punto in agenda, al netto del proprio ascendente nei confronti di coloro che si riusciranno effettivamente ad attivare giorno dopo giorno. Sembra banale, ma non lo è. Da questo punto di vista è interessante l’esperienza dei Luoghi idea(li) di Fabrizio Barca e anche la sua fotografia della situazione dei circoli romani del PD. Le categorie scelte per descriverli rendono bene l’idea. C’è una bella differenza tra “Progettare il cambiamento” e “Potere per il potere”. Tra i secondi e i primi c’è un abisso da colmare e questo discorso non riguarda ovviamente solo il Partito Democratico.

Sarebbe utile ragionare e agire in maniera asincrona, fuori tempo e fuori scala rispetto alla ciclica frenesia delle fasi (intese ormai come intervalli brevissimi, estremamente difficili persino da riconoscere) che il contesto sembra imporre. Bisogna dimenticarsi per un po’ della fretta che ci contraddistingue e riduce la nostra attenzione, della smania da risultato come unico paradigma possibile, della tentazione costante alla semplificazione degli schemi interpretativi. Se non ci riusciremo, decidendo di farci cullare/travolgere dall’onda montante di un mondo che sente di non avere più bisogno della politica tutto ciò che verrà non sarà meglio di ciò che di preoccupante abbiamo potuto vedere fino ad oggi, anzi.

f.

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