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Grazie Roger, in ogni caso…

In Ponti di vista on luglio 14, 2015 at 10:10 am

Avevo iniziato a scrivere questo breve pezzo sabato, dopo lo show contro Andy Murrey. Non cambiano contenuto e tono oggi, passata la finale 2015 di Wimbledon con Novak Djokovic vincente su Roger Federer in quattro set. Un match che – visto, tribolando, in streaming – non mi è sembrato mai veramente in discussione, con la “normale” costanza ad altissimo livello del gioco del numero 1 serbo capace di tenere a bada alcuni picchi di rendimento di Federer. Cambi di ritmo, variazioni d’angolo, veri e propri ricami a rete che sono stati meravigliose parentesi dentro lo spartito lineare di geometrie, potenti colpi da fondo e prodigiosi recuperi di Novak Djokovic. Risultato giusto quindi, che non toglie però nulla alla dimensione leggendaria della figura di Roger Federer.

Ci si potrebbe soffermare sui numeri, frutto di una carriera capace di smantellare un’infinità di record. Ma non basterebbe. Allora sarebbe il tempo di concentrarsi sui trentaquattro anni da compiere e la capacità di competere ancora ad altissimo livello, in uno sport che – escluse rarissime eccezioni – non riserva da anni grandi fortune a chi supera la soglia dei trent’anni. Aspetto importante anche quello anagrafico quindi, ma solo per aggiornare le statistiche. La potenza immaginifica che Federer emana – quella che David Foster Wallace tratteggiava come una vera e propria “esperienza religiosa” – ha radici più profonde, che superano i fatti (persino le vittorie e le sconfitte) e trascendono nei sentimenti.

Di Roger Federer non si è tifosi, non può essere sufficiente. Si è innamorati di gesti che sanno coniugare mirabilmente pulizia, potenza e precisione, fantasia e efficacia. Un’equazione dalle mille incognite, che Roger ha dimostrato di saper sempre risolvere a suo vantaggio. Persino un colpo disperato giocato tra le gambe e spalle alla rete va oltre il semplice valore spettacolare diventando spesso risolutivo, per la conquista del quindici in questione e per la capacità di incidere sull’equilibrio del match nel complesso, stravolgendolo.
Non c’è nulla di estremo o di faticoso nei movimenti che Federer esegue, così come sembra richiedere invece il tennis degli ultimi quindici anni, sempre più muscolare e votato a colpire sempre più forte. Non c’è frenesia negli spostamenti che somigliano a una danza magica, non imbarazzo nei colpi di volo che sono eseguiti con eccezionale naturalezza, non sforzo eccessivo nel dritto e nel rovescio giocati in modo classico e con una varietà di soluzioni infinita, non precarietà nelle traiettorie del servizio o nell’equilibrio richiesto da smash giocati su palle altissime e con parabole molto verticali, le più difficili. Roger Federer è sinonimo di armonia e rappresenta il punto più alto della bellezza applicata a un gioco vincente, non quindi espresso in quella forma per l’estetica fine a se stessa. Da più di quindici anni calca i campi del circuito Atp, garantendo uno spettacolo che – colpevolmente – non ho mai potuto apprezzare dal vivo. Non è l’ultimo esemplare di un tennis d’antan ma l’unico interprete di un gioco totale ed esaltante, ricco e variegato, esplosivo e delicato. Cosa si può volere di più?

Queste sue specialità lo rendono inimitabile e permettono che il suo mito attraversi le generazioni e conquisti ad ogni partita nuovi sguardi affascinati. E’ evidente che risulti difficile trovare nella rosa dei nuovi talenti (Raonic? Kyrgios? Tomic? Dimitrov? Coric?) un erede credibile, capace di emozionare allo stesso modo e allo stesso tempo pronto per aprire una dinastia vincente. Di sicuro sarà impossibile sostituirlo nel cuore di mia figlia Petra (tre anni) che, messa la fascetta per il sudore in testa e le scarpe da ginnastica ai piedi, imbraccia la sua racchettina Wilson e mi dice sorridendo: “Giochiamo a tennis, io sono Federer!”.

Grazie Roger, in ogni caso…

f.

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