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Libri con le orecchie / 7.

In Libri con le orecchie..., Ponti di vista on agosto 7, 2015 at 3:32 pm

IMG_20150807_151708Di libri con a tema “la sinistra” ne sono stati scritti molti e certamente altri troveranno ancora spazio sugli scaffali delle librerie. Meno numerosi sono quelli che possono davvero dirsi utili a leggere i contesti (complessi) e a favorirne una definizione meno superficiale e sommaria. In questi mesi mi è capitato di leggerne un paio dai tratti interessanti. Romano Prodi – intervistato da Marco Damilano – e Giuliano Da Empoli, tutto da solo, si cimentano nella rilettura degli ultimi turbolenti vent’anni della politica italiana. Gli stili sono diversi. Intervista rigorosa la prima, monologo a tratti barocco e autocompiaciuto il secondo, hanno il pregio entrambi di muoversi in maniera molto libera dentro quelli che sono temi che ancora oggi dividono sanguinosamente l’Italia e contribuiscono a renderne l’interlocuzione politica faticosa, perennemente arrabbiata, povera e infruttuosa.
Prodi è puntiglioso nel rendicontare la sua esperienza – in chiaroscuro – all’interno del centrosinistra italiano, quello delle speranze coltivate e deluse nell’esperienza dell’Ulivo nata attorno alla sua discesa in campo. Da Empoli prende a schiaffi lo stesso periodo storico, i politici che lo hanno attraversato e i non sempre edificanti costumi della società che ne è stata plastica rappresentazione. Alla missione incompiuta (filo conduttore di entrambi i volumi) segue la missione da compiere, che nello scritto di Da Empoli prende forma attorno alla ribalta di una nuova classe dirigente composta da quarantenni.

Se è evidente – e lo dice bene Da Empoli – che  oggi i quarantenni in alcuni ruoli apicali si sono assunti la propria responsabilità (sgomitando e talvolta rottamando, spesso ripetendo le gesta tattiche di chi volevano rottamare), è altrettanto chiaro che per affrontare la missione a cui Prodi si riferisce è mancata e probabilmente manca oggi più che allora la capacità di far crescere collettivamente un’esperienza di trasformazione politica e sociale per la quale i confini italiani (e di qualunque altro stato nazionale) sembrano troppo angusti. Questa esigenza di cambiamento è ancora vivissima, benché rimanga enorme lo scarto tra la sua ricorrente evocazione e una reale, e anche solo parziale, messa in pratica. Ogni tentativo sconta un’intrinseca debolezza, tutta racchiusa nella difficoltà di distinguere con chiarezza i riformatori – la parola rivoluzionari sarebbe eccessiva – dai conservatori, laddove da una crisi generalizzata dell’intera struttura democratica non emergono pensieri, e azioni, capaci di scardinare paradigmi non più all’altezza del contesto che dovrebbero affrontare. PIL, crescita e consumi. Stato, sovranità e confini. Partiti, politica e consenso. Su questi temi – fondamentali nella descrizione di una credibile visione planetaria – la percezione di una certa omologazione, appesantita da un senso di mediocrità esasperante, è fortissima e demoralizzante.

Missione incompiuta (Laterza, 2015, 12 euro) e La prova del potere (Mondadori, 2015, 17 euro) sono materiali utili alla rilettura critica dell’ultimo ventennio italiano. Entrambi mancano però di un’immagine prospettica che sappia guardare oltre la contingenza, che dura appunto da almeno vent’anni. A Romano Prodi è difficile chiedere di esserne portatore, in primis per motivi anagrafici, sia personali che politici. Giuliano Da Empoli non si pone questo obiettivo nell’edizione di un “racconto” che pone al centro la figura dei nuovi potenti, collegandola alle immagini in controluce delle ricchezze (molte) e delle perversioni (altrettante) italiche. E’ una lettura provocatoria, tanto da definire Berlusconi “miglior” rappresentante della cultura sessantottina: “Berlusconi ha incarnato i valori del Sessantotto vincente. […] Quello culturale che ha cambiato per davvero la società in cui viviamo. L’edonismo di chi vuole godere del presente, mandare in soffitta le tradizioni e le convenzioni, celebrare fino in fondo la rivoluzione sessuale e il culto della giovinezza. Il consumismo di chi afferma la sua personalità attraverso lo stile, i vestiti, le nuove pratiche del tempo libero. L’antipolitica di chi, in fondo, diffida di qualsiasi autorità e in modo particolare dei parrucconi che si avvolgono negli orpelli di istituzioni polverose e corrotte”. Saranno giudicati – i quarantenni – per ciò che realizzeranno e verranno ricordati se la loro generazione saprà spazzare via il ricordo di quelle che li hanno preceduti. Possono essere certi però che non basterà essere solo di poco migliori ai predecessori per trasformare ciò che sta loro intorno. Servirà uno sforzo maggiore e di qualità infinitamente più alta di cui non si vedono ancora segnali apprezzabili. Non basterà insomma “una svolta, una rifondazione, un cambio di nome o di alleanza”, pratica capace di mantenere “un’impasse che ha fatto comodo a tanti, perché ha permesso l’infinito galleggiamento – e il ciclico ritorno – di una classe dirigente senza qualità e senza idee.”

Sugli stessi temi meritano lettura attenta alti due titoli entrambi tratti dalla nuova collana Solaris, edita da Laterza. I destini generali di Guido Mazzoni (2015, 14,00 euro) e Stato di minorità di Daniele Giglioli (2015, 14,00 euro) navigano nel marasma politico e sociale del nostro tempo, favorendone una comprensione più definita e articolata. Se per Mazzoni il focus è tutto dentro lo straniamento (liberazione?) del singolo dentro un contesto che confina tutto “nel tempo presente e nello spazio del privato”, Giglioli descrive lo schema oggi così evidente dell’insufficienza dell’azione politica, dell’apparente immutabile staticità delle cose, dell’inadeguatezza del singolo in relazione con il tutto. Se per il primo possiamo parlare di un’attenta analisi del nostro tempo, con il secondo siamo di fronte a una vera e circostanziata denuncia. Letti insieme amplificano la loro potenza.

Fuori tema, ma fino ad un certo punto, l’ultima uscita di Edizioni di Comunità. Giancarlo Liviano D’Arcangelo ci conduce sulle tracce dell’agente Chief, incaricato di osservare per la CIA il modello olivettiano sperimentato a Ivrea. Il gigante trasparente (2015, 8 euro) è l’ennesima efficace descrizione, questa volta in forma di passeggiata, dell’ipotesi industriale, economica, politica, culturale e comunitaria che per trent’anni Adriano Olivetti ha praticato dentro e attorno alle sue fabbriche. Così come appunta D’Arcangelo: “L’idea di mondo olivettiana, ai suoi tempi troppo all’avanguardia, oggi è momentaneamente fuorigioco perché complessa in un mondo che sulla complessità ha operato un consapevole genocidio, e soprattutto perché le posizioni di supremazia in un quadro strategico basato sul censo e sulle concentrazioni mimetiche tra potere burocratico e finanziario, appaiono cristallizzate e pacificamente ineludibili.” C’è da sperare che l’esclusione di questa opzione sia effettivamente solo momentanea…

f.

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  1. Visto che condividiamo la passione per la Storia, Le consiglio caldamente questo libro: https://wwayne.wordpress.com/2014/09/08/roma-zona-di-guerra/. Buona serata! 🙂

  2. Ci sono in questo post, in particolare, due passaggi strettamente collegati fra loro che credo fondamentali per cercare di comprendere -ed orientare- un’azione politica: 1) quando evidenzi la “difficoltà di distinguere con chiarezza i riformatori dai conservatori” e 2) immediatamente dopo quando parli della crisi delle istituzioni politiche.
    Giustamente, i due punti non possono non essere collegati.

    E’ difficile, soprattutto, cercare di dare una risposta al primo, perché nel frattempo è venuta meno una “bussola” che indicasse a coloro che vogliono “riformare” in che direzione andare. Pare tanto che il dibattito interno al riformismo sia ridotto a quelle visioni più o meno liberali/ più o meno imperialiste dell’1800: alla fine, il risultato non cambia.
    E’ mancata, insomma, negli ultimi decenni una capacità di “immaginare il mondo” e -soprattutto da parte di certi riformatori- si è fatto di tutto per mantenere un monopolio di questo settore politico, perdendo di prospettiva.
    In proposito, ti segnalo questo post: https://goatwolf.wordpress.com/2015/08/04/valentina-vs-diego/

    In un certo senso, credo che il riformismo odierno si debba distinguere abbastanza radicalmente dai modelli che avevamo nei decenni scorsi. E qualche idea l’avremmo…

    Passando alla crisi istituzionale-politica, mi pare che il sintomo più evidente e più grave sia l’incapacità di convogliare i tanti pensieri “riformatori” sparsi, se non in un progetto politico coerente, perlomeno nel contribuire a “scardinare” un sistema in sofferenza: vi sono, lo sappiamo, tante voci potenzialmente significative, ma pochissimi sistemi per instaurare un dialogo duraturo ed un’azione efficace (“Occupy” ne è solo l’ultima rappresentazione).
    Come instaurare questo dialogo e questa azione dovrebbe essere una domanda primaria: Grillo v’è riuscito, ma a quali condizioni?

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