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La partecipazione, tra il fare e il pensare

In Ponti di vista on agosto 23, 2015 at 10:00 pm

graffiti-569265_1280Milano, 1 maggio 2015. Durante un corteo contro l’inaugurazione di Expo gruppi di manifestanti danno alle fiamme alcune auto, distruggono vetrine e con bombolette spray tracciano scritte sui palazzi del centro città. Il giorno dopo migliaia di milanesi scendono in piazza – Sindaco Pisapia in testa – uniti dietro lo slogan “non toccate Milano”. Nelle stesse settimane è virale un video che ritrae un gruppo di cittadini, armati di tuta bianca e pennello, intenti a trasformare in tinta unita i variopinti colori di un murales nell’hinterland milanese. Peccato l’opera fosse stata realizzata – proprio per riqualificare il parco urbano – da un noto artista, addirittura con il benestare dell’amministrazione e dei residenti della zona. Corto circuito, totale.

Il tema della partecipazione e della presa in carico da parte dei cittadini di quelli che vengono catalogati come “beni comuni” è oggi al centro di una positiva e crescente attenzione. Grazie certamente a chi ha investito tempo e energie nello studio del fenomeno (primo tra tutti in Italia il professor Gregorio Arena, con il fruttuoso lavoro di Labsus), a chi “su strada” ha sperimentato – non senza ostacoli e frustrazione – la riappropriazione del concetto di sussidiarietà nel suo significato più autentico e vitale. Non vanno sottovalutati poi l’incidenza delle nuove tecnologie (la diffusione capillare dei social network, lo sviluppo di piattaforme ad hoc, l’utilizzo crescente degli open data e di servizi di geolocalizzazioni sempre più precisi, ecc.) e della spending review, che impone alle amministrazioni locali una gestione diversa delle risorse, facendole guardare con interesse all’intervento volontario e gratuito delle comunità nella cura del patrimonio pubblico, oggi a rischio degrado. Eppure non è tutto qui.

Deve essere chiaro che non va alimentata l’apologia del “fare” fine a se stesso, facendo riferimento a una sorta di operosità 2.0 che dovrebbe emergere – salvifica – dai quartieri. Certo c’è l’aiuola da ripulire e la staccionata da aggiustare, ma non solo. C’è un rinnovato modo di intendere l’utilizzo dello spazio pubblico. C’è l’opportunità di veder fiorire innovative proposte imprenditoriali e associative. C’è l’esigenza di una revisione nel suo complesso della governance dei contesti urbani, con un cambio radicale dei ruoli e delle relazioni tra i vari protagonisti in campo. C’è un nuovo – o forse solo ritrovato – approccio alla vita e ai rapporti di comunità nel suo complesso, su cui impatta (non senza contraddizioni) il flusso potente dell’economia della condivisione, in inglese sharing economy. “La terza rivoluzione industriale”, come la definisce Jeremy Rifkin*, che sembra travolgere – o almeno riformare – il modello capitalista dentro il quale siamo cresciuti in nome dell’altruismo e della messa in comune di beni e servizi. Un quadro di un certa complessità come si può facilmente comprendere, dentro il quale si muovono anche le esperienze degli enti locali per attivare processi di responsabilizzazione dei cittadini.

Il risultato di questi progetti – oggi sempre più numerosi, diffusi e pubblicizzati – sarà direttamente proporzionale all’ambizione che essi avranno nel provare a contribuire al cambiamento della visione complessiva dei cittadini nei confronti di una società sempre più interconnessa. Non solo quindi un elenco di progetti dove uomini e donne possano mettere a disposizione braccia e fiato, ma processi permanenti che unendo pensiero e azione sappiano cogliere per intero la sfida che la partecipazione di ognuno alla vita di una comunità propone.

f.

*Jeremy Rifkin, sull’Espresso (agosto 2015): “La sharing economy è la terza rivoluzione industriale”.

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