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Un’immagine sconvolgente. Un’immagine ricorrente.

In Ponti di vista on ottobre 8, 2015 at 5:17 am

città(pubblicato dal Corriere del Trentino il 7 ottobre 2015)

Non sbaglia Luca Malossini (sul Corriere del Trentino di domenica 4 ottobre) a sottolineare la ricchezza dei temi collegati all’evoluzione del vivere urbano e la necessità di riflettere sulla strada che dovrebbe imboccare per il futuro la città di Trento. L’immagine di Marius carbonizzato nel suo rifugio nella periferia nord della città – così come quella di Aylan, il giovanissimo profugo siriano morto sul bagnasciuga turco, ormai simbolo del tragico esodo in atto nel Mediterraneo – é si sconvolgente, tanto da risvegliare le nostre coscienze, ma é anche dannatamente ricorrente. Nei giorni scorsi, riordinando libri in casa, mi sono imbattuto in una foto. Anno 2005, fine settembre. Esattamente dieci anni fa. L’interno del capannone principale dell’ex Sloi – oggi tristemente abbattuto – illuminato per l’occupazione promossa dal Laboratorio sul Moderno, associazione attivissima in quegli anni. Partecipai all’allestimento della fabbrica e presi parte a una tavola rotonda – insieme a me Antonio Rapanà e Charlie Barnao – che da un lato denunciava le carenze del sistema di bassa e bassissima soglia attivo a Trento e dall’altro rifletteva su ciò che significa, in termini complessivi e articolati, “interessarsi di” e “interagire con” i margini, geografici e non, della città.

Nel primo campo si é fatto molto – non tutto ovviamente – anche grazie alla spinta di chi che negli anni ha stimolato, pressato e aiutato l’amministrazione ad attrezzarsi con i servizi più adeguati ai bisogni che di volta in volta emergevano. La città nel suo complesso si è dimostrata capace di offrire soluzioni diversificate e percorsi d’inclusione sufficientemente presidiati. Ciò che è mancato davvero in questi dieci anni, il tempo a cavallo di tre legislature, è una visione d’insieme di ciò che significa essere città. Una città non solo fatta di strade e piazze, di investimenti e urbanizzazione ma anche dei diversi corpi che la riempiono e che con le loro azioni determinano trasformazioni ben più radicali di quelli che l’urbanistica, da sola, riuscirebbe a produrre.

Molti temi sono rimasti inevasi, magari per comodità dimenticati o messi da parte perché ritenuti non urgenti, laddove l’agenda delle urgenze è dettata spesso da una crescente sensibilità e reattività di fronte a tutto ciò che si fa rientrare nella limacciosa categoria che fa riferimento ai concetti di degrado e sicurezza. Dieci anni sono lunghi eppure già nel 2005 si percepiva il montare, neppure troppo silenzioso, di una certa insofferenza nei confronti di tutto ciò che si muove negli ambiti più periferici della società. Oggi si arriva addirittura a proporre la ruspa come strumento “di precisione” per appianare le criticità e i conflitti che in quei contesti si verificano. A posizioni tanto radicali non è sufficiente contrapporre la compattezza valoriale, laddove questa esista davvero, di un’altra parte di città – quella che si descrive come sensibile, attenta, tollerante – ma serve dare il via ad un processo profondo di analisi e confronto che colga tutti gli aspetti emergenti della crescente complessità urbana. Serve coinvolgere la comunità tutta nella raccolta delle narrazioni, dei desideri, delle opportunità e delle competenze utili a rendere la città migliore, per tutti. Neppure le paure, comprensibili di fronte a cambiamenti che non si comprendono fino in fondo, vanno escluse da questo caleidoscopio di emozioni. Il recupero della visione è quindi la messa in comune degli sguardi e delle idee. E’ dotare la comunità degli strumenti per comprendere, progettare e scegliere insieme. Senza condivisione e senza relazioni viene meno il concetto stesso dell’abitare urbano, o almeno il suo significato più autentico: decidere di vivere insieme nel medesimo spazio, stare fianco a fianco e marciare allo stesso passo.

L’immagine sconvolgente di Marius deve richiamarci alla responsabilità di essere cittadini curiosi, attenti, responsabili. L’immagine ricorrente dei tanti Marius che negli angoli oscuri delle nostre città sono costretti a vivere in condizioni non dignitose deve ricordarci l’urgenza di prenderci cura della città che abitiamo. Perché nessuno rimanga indietro.

f.

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