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C’è da spostare una macchina. La sfida del Terzo Statuto.

In Occhi sul mondo, Ponti di vista on febbraio 7, 2016 at 10:47 pm

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Vi sarà capitato almeno una volta di sentire il motore della vostra auto – a secco di carburante – ammutolirsi, costringendovi a parcheggiare mestamente a bordo strada. E’ una sensazione spiacevole, che genera – a seconda del carattere – imprecazioni o sconforto. Spesso entrambi. Saprete quindi quanto è faticoso a quel punto far muovere quel pesante mezzo di lamiera per provare a raggiungere la prima piazzola di sosta o un’area di servizio per fare il pieno. Se poi vi è successo di vivere questa disavventura da soli, avrete presente quanto la situazione possa diventare complessa. Se vi rimboccate le maniche e provate a spingere non potete controllare il volante, rinunciando a gestire la direzione del mezzo. Se invece rimanete al posto di guida, senza una spinta non vi sposterete di un centimetro, pur avendo le mani salde sul volante che indirizza la marcia.

Ho pensato immediatamente a questa esperienza di vita quotidiana quando le Province di Trento e Bolzano hanno iniziato i loro percorsi paralleli di avvicinamento alla scrittura del Terzo Statuto di Autonomia. Le ho immaginate come due fuoriserie (abbastanza lussuose, decisamente sofisticate ma anche piuttosto delicate nel funzionamento) rimaste in panne più o meno nello stesso punto e i cui autisti sono chiamati a decidere come comportarsi. Guardando alle due differenti strategie utilizzate si potrebbe dire che il pilota altoatesino ha scelto di chiedere agli altri passeggeri (attraverso la Convenzione) di scendere e contribuire alla ripartenza del mezzo, accettando da ciascuno anche un consiglio su quale strada percorrere. Per quanto riguarda invece il Trentino, recuperata la tanica d’emergenza dal portabagagli, si sta incamminando alla ricerca di qualche litro di benzina (la Consulta) per rimettersi in moto e proseguire il viaggio. Sono due approcci diversi che – per il momento – non si possono giudicare se non in maniera superficiale, appunto nei termini di un confronto squisitamente metodologico. Sbaglieremmo però a ridurre la questione solo a questo.

Rimanendo nella metafora motoristica, viene da domandarsi se ci troviamo di fronte a un “inconveniente”, a una piccola avaria che ci ha costretto a una sosta forzata, o piuttosto se la condizione dell’esperienza autonomistica regionale (l’auto dalle ottime prestazioni su cui da anni viaggia la nostra collettività) non abbia bisogno di un vero e proprio “tagliando”, esame necessario dopo aver superato un certo chilometraggio, per di più se percorso su tortuose strade di montagna? Se dovesse prevalere questa seconda ipotesi non ci si potrebbe accontentare di una parziale revisione o di qualche piccolo aggiustamento dello strumento statutario. Non basterebbe il cesello per mettere mano alla lista delle competenze e disponibilità economiche. Non sarebbe sufficiente (anzi sarebbe sconveniente) rifarsi esclusivamente alle motivazioni storiche della specialità autonomistica per difendersi dalla spinta accentratrice che governa questi tempi. Risulterebbe insufficiente anche l’azione parlamentare – apparentemente non del tutto condivisa con Trento e Bolzano – che in questi giorni tenta di abbozzare la modifica della ripartizione delle competenze tra Regione e Province Autonome, di fatto svuotando ulteriormente la prima a vantaggio delle seconde.

Serve invece avviare un vero percorso generativo, con tutte le incognite che porta con sé. Un processo che inizia prima delle scrittura del nuovo Statuto e non si esaurisce con essa. Bisogna avere il coraggio e l’ambizione di entrare nel merito delle forme dell’autogoverno del territorio, mettendo a verifica le infrastrutture politiche, economiche, sociali e culturali che caratterizzano il Trentino-Alto Adige. Controllando l’azione dei freni, le prestazioni del motore, la rispondenza degli ammortizzatori, lo stato della carrozzeria e la capacità di comunicare della trasmissione ci si potrebbe accorgere che dei pezzi vanno sostituiti, che altri hanno bisogno di manutenzione straordinaria e che altri ancora non sono affatto consumati e possono proseguire nella propria azione.

Il percorso costituente che mi auspico possa prendere forma corrisponde alla prima spinta che si deve imprimere all’auto per rimetterla in moto. E’ il momento più impegnativo, quello in cui sembra impossibile sconfiggere l’attrito degli pneumatici sull’asfalto ruvido.
Quell’attrito – se vogliamo essere totalmente onesti nell’affrontare questa fase così importante – non è niente più che la disabitudine a confrontarsi su ciò che davvero significa disporre (responsabilmente) dell’Autonomia dentro un contesto non più difensivamente localista, ma europeo e cosmopolita. E’ la scarsa consapevolezza della necessità di prendersi cura del proprio territorio, rivendicando la pratica dell’autogoverno e della tutela dei beni comuni in una nuova fase di limitatezza delle risorse. E’ la difficoltà di rendere protagoniste le comunità – compreso il quasi 10% di cittadini definiti confusamente, ancora, stranieri – nella decisiva sfida di rendere i valori autonomistici compresi, condivisi e praticati.

Ciò di cui dobbiamo essere certi è che non basterà un colpo di acceleratore di chi oggi sta alla guida per riprendere il cammino. Occorre fare un grosso sforzo collettivo, di vera attivazione sociale e politica. C’è da spostare una macchina.

f.

*Articolo pubblicato sul Corriere del Trentino il 9 febbraio 2016.

 

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