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Cosa resta delle trivelle?

In Ponti di vista, Uncategorized on maggio 1, 2016 at 8:29 am

A due settimane esatte dal referendum sulle trivellazioni in mare (domenica 17 aprile) non avrebbe senso tornare sui numeri (tanti? pochi?), così come non sarebbe d’interesse alcuno – Ilvo Diamanti lo ha già fatto puntualmente… – soffermarsi sui molteplici significati dell’astensionismo e sul valore dello strumento referendario. Non cercherò neppure di orientare la mia breve riflessione dentro il poco entusiasmante (almeno per me) percorso che condurrà alla battaglia d’autunno sulle riforme costituzionali. Altro referendum – ma senza quorum – con le amministrative di primavera come passaggio intermedio. E’ necessario invece chiedersi cosa – “fenomeno” #ciaone a parte – rimanga oggi del dibattito nato attorno alla mobilitazione #notriv.

Resta, è del tutto evidente, la dimensione più politica e di prospettiva legata alla necessità di un cambio di paradigma nell’approccio ai modelli di sviluppo. Bene ne hanno scritto nei giorni scorsi Michele Nardelli e Ugo Morelli. Interessante a tale proposito è anche il contributo di Mauro Gallegati nel suo libro di recente uscita, dal titolo Acrescita (edizione Einaudi). E’ montante la consapevolezza – a ogni livello, da Papa Francesco in giù – che dentro l’epoca ribattezzata tristemente Antropocene (leggere Paul Crutzen, “Benvenuti nell’Antropocene”), a conseguenze definitive – né più né meno l’estinzione della specie umana – dovrebbero corrispondere azioni altrettanto radicali per determinare traiettorie alternative per il futuro degli abitanti del pianeta Terra. Alla consapevolezza però faticano a seguire impegni che sappiano raccogliere la portata della sfida, che ne accettino la scommessa, come si direbbe al casinò, all-in. Tutto in una mano. L’unica che ci è rimasta ancora da giocare. Si prosegue invece in ordine sparso. Con orizzonti troppo limitati e poco coraggiosi per offrire davvero un segno di discontinuità nell’approccio alla crisi ambientale (e non solo ambientale) che stiamo vivendo in questo tempo.

A livello planetario, mentre 170 Stati ratificavano gli accordi (pur non rivoluzionari) della Cop21, provando a tradurre le buone intenzioni in atti concreti, a Doha falliva il vertice Opec che aveva l’obiettivo di congelare la produzione di petrolio nell’ottica di farne risalire il prezzo. Sulle fonti non rinnovabili – e più inquinanti – si basano ancora i fragili destini economici di molti e si giocano alcune delle principali partite diplomatiche e commerciali. Nessuno è disposto a cedere per primo.
A livello nazionale (quello più in crisi) si fatica a rompere lo schema che contrappone lavoro a salute e ambiente, con la prevalenza netta spesso del primo sui secondi. “Con il fallimento dei referendum abbiamo difeso 11.000 posti di lavoro” e “alzo il calice con gli operai che domani tornano sulle piattaforme” [cit. Matteo Renzi. 17 aprile 2016, ore 23.05]. Non sono solo frasi retoriche a uso Facebook e Twitter ma la rappresentazione di una visione drammaticamente schiacciata sul “qui e ora”. Non basta come giustificazione il costante clima da campagna elettorale che regna in Italia. Non è il momento di privilegiare la strettissima (spesso ridotta alla cronaca e all’emergenza) attualità quando l’esigenza più stringente è quella di riuscire ad anticipare le strategie e le scelte del futuro rispetto all’impronta ecologica del nostro modo di stare al mondo.

Come uscire da queste contraddizioni che sembrano tenere in ostaggio la transizione verso nuovi modelli? E se fossero le città i luoghi dove sperimentare processi di resilienza e innovazione votata a un concetto spinto di sostenibilità? La tecnologia ci offre oggi tutti gli strumenti necessari a orientare i contesti urbani verso una vera e propria rivoluzione.  Riqualificazione e efficientamento energetico degli edifici, adeguamento della mobilità dentro sistemi sempre più integrati, progettazioni con filosofie ri-costruttive e materiali innovativi. Le comunità sembrano oggi più pronte a trasformare le “buone pratiche” in veri e propri stili di vita, singoli e collettivi. A valorizzare le opportunità della condivisione, nel web o nello spazio reale. A privilegiare l’uso rispetto al possesso, in relazione a beni di ogni tipo. A recuperare esperienze di mutualismo di prossimità e di sobrietà volontaria, che si potrebbe anche definire – provocatoriamente – austerità positiva.

Si obietterà che non smettono di sorgere centri commerciali dalle enormi metrature nelle periferie delle nostre città e che non si nota (l’ho testato settimana scorsa a Padova in un pomeriggio di ingorgo infernale) una decisa diminuzione del traffico veicolare privato, con ZTL che assomigliano in molti casi a vere e proprie operazioni al limite del greenwashing. Anche se durante il Trento Film Festival della Montagna uno degli sponsor dell’evento offre, come gadget, confezioni monodose di caramelle (un confetto/una bustina di alluminio). Significa che di strada da fare ne rimane ancora parecchia. Eppure chi oggi vuole immaginarsi amministratore di una città – a Trento come a Roma, Milano, Napoli, Torino e Napoli che tra poco torneranno al voto  – dentro questo tracciato di trasformazione obbligata deve sapersi muovere. Valorizzando le possibilità che i nostri necessari limiti ci offrono. Accompagnando la propria comunità in una fase di transizione ambientale, sociale e culturale di portata globale. Miscelando in maniera attenta le potenzialità dell’innovazione tecnologica con la complessa varietà e qualità del capitale umano presente nel territorio.

Cosa resta delle trivelle? Speriamo l’aver compreso gli ampi contorni della sfida che oggi dobbiamo saper interpretare.

*Un discorso specifico – strettamente collegato al tema del limite e dei modelli di sviluppo occidentali – merita la minacciata chiusura del passo del Brennero da parte delle autorità austriache. Risulta ipocrita e pericoloso il richiamo alla difesa del Trattato di Schengen (presidio rafforzato delle frontiere esterne per lasciare libera la circolazione interna) laddove si associ il suo mantenimento quasi esclusivamente alla necessità di evitare rallentamenti nel trasporto delle merci e perdita di competitività dei produttori europei dentro il mercato globale. Dentro questa lettura del fenomeno è evidente che i flussi migratori non possano apparire che un impiccio per il muoversi rapido e senza ostacoli dei flussi economici e commerciali. Se si da per buona tale ipotesi è altrettanto evidente che si sarà pronti a tutto pur di conservare il proprio stile di vita e il proprio approccio al consumo, i propri metodi di produzione e di distribuzione, le proprie (folli) ipotesi di crescita illimitata. Una difesa dello status quo che non ha futuro e che avvicina la nostra – come società e specie – data di scadenza.

f.

 

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