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Il ritorno dei sindaci, la centralità delle città

In Ponti di vista, Uncategorized on maggio 19, 2016 at 10:37 pm

Non sarà un pezzo che ricorderemo tra qualche decennio. Ma ho trovato simbolico ascoltare questo canzone – mentre visitavo Siracusa e Catania, ormai dieci giorni fa – proprio negli stessi momenti in cui immaginavo che potesse essere interessante scrivere questo breve pezzo.

Si è tanto parlato nell’ultima settimana dell’elezione del nuovo sindaco di Londra. Figlio di immigrati pachistani, origini umili, di religione musulmana, apertamente schierato a favore dei diritti della comunità gay e attivo nella difesa dei diritti civili. Una storia perfetta per riempire le pagine dei quotidiani e intasare le bacheche Facebook di mezza Europa. Dal punto di vista dello storytelling politico e culturale nulla di meglio da contrapporre all’ondata montante di movimenti (più o meno) apertamente razzisti e xenofobi che attraversa il continente. Se ci limitassimo però alla solo dimensione simbolica – pur non secondaria – rischieremmo di non comprendere in pieno il valore del risultato elettorale.

Sembra sfuggire ai più che Sadiq Kahn non è stato eletto perché musulmano, ma semplicemente – si fa per dire – perché é entrato a far parte a pieno titolo di una comunità,  riuscendo poi a diventarne il primo rappresentante. Non lo hanno votato i musulmani contro i cristiani (certo, adoriamo le semplificazioni) ma cittadini di ogni estrazione sociale che lo riconoscono come loro pari, hanno fiducia nel suo programma amministrativo e – chi più, chi meno – anche nel suo partito, quello laburista. Un milione abbondante di preferenze, con affluenza (scarsa) al 45%. Il tutto dentro un contesto, quello inglese, che pur pieno di contraddizioni ha certamente un’esperienza più avanzata della nostra per quanto riguarda la partecipazione alla vita politica di membri non autoctoni della comunità. Quelli che in Italia, pur rappresentando ormai oltre il 10% della popolazione, non vanno oltre qualche insufficiente apparizione nelle liste elettorali, perennemente a rischio di scadere nel folklore. Riconosciuti- ahinoi! – ancora come stranieri prima che cittadini, senza un apparente miglioramento nel dibattito pubblico rispetto a qualche anno fa.

C’è chi addirittura – un intellettuale influente come Anthony Giddens – prevede un futuro da leader nazionale per il neosindaco di Londra. Potere del frullatore mediatico e della fretta (giornalistica e non) di dover subito immaginare il prossimo incarico per chi ancora non è riuscito a insediarsi. Governare le città – intese come ecosistemi fluidi che vanno continuamente monitorati, curati e animati – è oggi sfida che allo stesso tempo incute timore e affascina. E che può risultare decisiva (ce lo ricorda bene Luca De Biase) nell’immaginare nuove architetture della governance, non solo locale. Dovremmo ricordarcelo. Quando assistiamo al riemergere di pulsioni nazionaliste, per cercare ipotesi inedite dentro un’Europa che sappia coniugare attenzione per i territori e tensione alla sovranazionalità. Quando ci avviciniamo al referendum costituzionale di ottobre e non sentiamo solo l’esigenza di prendere posizione per il Sì o per il No, coltivando l’ambizione di proporre un’alternativa che ponga al centro del proprio disegno istituzionale il valore dell’autogoverno e della non centralizzazione dei poteri. Quando ci accorgiamo – in vista di una tornata elettorale o nel bel mezzo di una legislatura – che nei candidati sindaco o nei sindaci in carica non c’è sufficiente consapevolezza della rinnovata centralità che oggi rivendicano le città nell’essere luoghi di sperimentazione (smart city e economia della condivisione, creatività e cultura, riqualificazione urbana e processi partecipativi, welfare generativo e politiche per l’inclusione sociale) e potenziali ecosistemi dell’innovazione, in qualsiasi settore si volga lo sguardo.
Siamo di fronte all’emersione – almeno a livello europeo – di un interessante fenomeno municipalista che ci invita a riflettere, e agire, dentro i contesti urbani con maggior attenzione e radicalità. Ne va del buon governo delle città e più in generale la qualità della politica.

f.

 

 

 

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